Nella notte silenziosa stelle calme
brillano nel guscio del cielo,
sabbia di clessidra scorre tra impalpabili visioni
e siamo io e te, foglio
che mi sfidi a tessere il gioco delle idee.
Con ali di cera, vagabondo a casa mia,
viaggio sul pavimento lastricato della fantasia
e l’aquilone dei sogni vola come vibra questa vita,
arco teso di una memoria che non si può cancellare.
Il vaso di creta dei ricordi
annega di dolore il calamaio,
gli occhi fasciati di nebbia
sono lo specchio di un’anima
che cerca la propria isola
scacciando i fantasmi della solitudine
e vorrebbe librarsi nell’aria
tale al merlo recalcitrante alla prigionia della gabbia.
Nel gelo di questa stanza-
non basta la vecchia stufa a legna,
il letto è di ferro, la coperta sempre troppo corta-
la teca ardente dei pensieri
sillaba un vortice di versi muti
che vanno a incastonarsi nell’aurora nascente
tracciando i contorni di fiabe d’eroi leggendari.
Sarà nel soffio di luce d’un nuovo mattino
che la mia mano dalle dita callose,
le membra in subbuglio,
si arrenderà alla stanchezza delle parole
andando a sognare una nuova poesia.
L’AQUILONE DEI SOGNI
LA NAVE
Vedi, questa nave è un diario di pensieri
dove cullati dalle capriole delle onde
i marinai tendono le gomene,
i muscoli madidi di sudore,
rimembrando lidi senza nome, gente senza volto.
È la nave dei desideri
fioriti come l’amore
e poi smorzatisi in un battito d’ali
prima del meriggio della vita
nel verdetto freddo come uno schiaffo di neve
figlio d’un eterno peregrinare.
Il tepore del focolare
è un lenzuolo stinto nella memoria
come il profumo di pane appena sfornato,
l’odore dell’erba dei campi,
il sapore dei lamponi e delle more,
gli acuti gialli dei canarini,
il caldo abbraccio del letto.
Avanzano lettere affrancate con filigrane straniere,
lettere senza sigilli testimoni del tempo smarrito
inseguendo false chimere
nel lago dorato dei ricordi
di mille labbra da baciare:
gettarle via perché diventino presto cenere
nel fuoco ardente?
IL PAZZO
Il pazzo è un vino diverso
che sa di more,
un lampo nel silenzio,
reclama attenzione.
E’ l’anomalia d’oggi-
mondo corrotto
ti esige nello schema
come un’immensa catena
dove ognuno recita per sé,
monotona cantilena
che non ammette diversità.
E’ la noia, la noia,
i rintocchi d’un vecchio
orologio a cucù che canta le ore
della notte, il silenzio franto
dallo sferragliare della ferrovia;
il gatto di marmo
dalle sette vite che ghigna beffardo;
il cane sciolto, il nodo mai risolto.
E’ un frutto mai raccolto,
un granello di sabbia
senza gravità che vola
nella luce del mattino
e si deposita poi a sera
senza aver mutato
la geografia del proprio destino.
UN AMORE D’ESTATE
Ricordo la luce alta dell’estate,
un bacio nel sole-
astro caldo che ci avvolgeva in un abbraccio-
il regalo più bello.
E poi sussurrarci complici parole,
scambiarci tiepide carezze,
tempo d’emozioni che sorgevano
come acqua dalla sorgente.
Non saranno mai più quei giorni
ma io ho ripensato a te
e ti ho cercata ancora
nella magia dall’aurora,
tra i boschi ombrosi,
solcando erbosi fossi e strade nemiche;
nei miei errori,
vagabondando per le vie
ornate di muschio della mia contrada;
nelle pieghe della mia vita,
mormorando con voce gentile
il tuo nome nella notte e, cercandoti,
ho trovato solo il fantasma
della mia solitudine mentre tu,
vento caldo di passione,
t’incamminavi nel fiore dell’età
per il tuo sentiero di libertà.
Del nostro amore prezioso
ne resta solo una brace ardente
come il ricordo dei tuoi occhi
e del sapore di sale sulle labbra.
IL BARBONE
Svanisce ormai il passato
in un velo lattiginoso,
avanza una memoria sbiadita,
un arco di sentimenti
spezzato dal tempo.
“Perdonatemi se la mia vita stinge:
ora le mie mani raggomitolano
solo un mucchio di cenci
e il mio mantello caldo
è un lenzuolo dispiegato nel vento.
Il mio nome ormai
è un suono senza voce,
un timbro senza tono.
Brindo alla libertà
occhieggiando alla luna-
forse so già d’aver dimenticato
quel ch’è stato e che quel che sarà
non riguarda più me.
D’inverno lotto ringhiando
per i miei anni perduti,
cercando un focolare,
sapendo che non c’è amico
di cui dovermi fidare.
Verrà primavera-
rondini me lo diranno-
e basterà una tazza di caffè
bollente per potermi riscaldare.”
SETTE ANNI
Taglio la pellicola del presente
nell’immagine diluita d’una vecchia fotografia
e rivedo me bimbo di sette anni,
occhi di luce e riccioli d’oro.
Riposando sogno
frammenti di poca vita vissuta,
visioni palpitanti e colorate
gettate su una fantasmagorica tavolozza
e m’appaiono lampi di allora:
ridendo parlo,
note felici dell’infanzia
si disperdono nell’aria;
primavere a correre a perdifiato
in campi di fiaba tra carezze di fili d’erba;
estati senza fine di giochi
e castelli di sabbia sul bagnasciuga;
autunni a calpestare per scherzo
il tappeto giallo delle foglie;
inverni infagottato nel cappotto
a lanciare palle di neve.
Sette anni eran niente per conoscere il futuro
ma io ora so quanto sia dura questa terra mia,
ora che vivo in un quartiere di periferia
dove l’oblio sembra l’unica via,
la notte c’è tanto silenzio
che non s’odono nemmeno latrare i cani
e vivo in perfetta solitudine
nella simbiosi unica di questi ricordi:
mi sovvengono nitidi nella notte
e volano via leggeri al mattino come un’aquila
che con un uncino ghermisce il fluire della vita.
EMIGRANTI
Fazzoletti di lacrime alla stazione,
scie d’addii sui binari,
pensieri come comete che s’accendono
trasportando una valigia di sogni.
Lungo viaggio verso lidi stranieri,
un lampo di paura negli occhi degli emigranti,
immagini nitide scolpite nella memoria:
“non son più le zolle dei nostri campi,
il trillo degli usignoli,
la cascina tra le foglie,
tiepidi abbracci nel letto.”
Va il treno dai vagoni grigi
tra rivoli di lacrime amare
nel brusio sommesso di storie lontane,
sognando che una nuova primavera
tiepidamente illumini colli sconosciuti.
Sarà poi il tempo dolce
della speranza di fare ritorno al paese
con l’animo fiero del proprio sudore,
nel cuore l’incancellabile desiderio
di stringere a sé di nuovo l’amata
e di accarezzare i figli cresciuti.
CICATRICI D’AMORE
In punta di piedi m’appari in un sogno
avvolta in un vestito di seta fine
risvegliando una ghirlanda di ricordi,
cicatrici d’amore d’ una primavera profumata
in cui tra le lenzuola reggevo la tua mano
ultimo appiglio del mondo
e d’afose notti di mezz’estate
in cui le orme dei nostri passi sulla battigia
lasciavano una scia di libertà.
Poi ti rivedo sparire nella nebbia di novembre,
una densa coltre di panna sui nostri pensieri,
timbrandomi il lasciapassare della solitudine.
Fiorisce luce, ed è come se il cuore tremasse
al suono acuto dell’antica sveglia.
Aperte le persiane fatiscenti,
scendo in un dedalo di vie
lastricate di memoria
del tempo dell’amore perduto.
Ora sei la pietra spezzata, l’albero senza radici
e faccio naufragio nel mare della nostalgia
con una caravella di ricordi
tra l’indifferenza dei passanti
tale al passero che tenta il volo
ma cade senza destare stupore.
LA VECCHINA
La stanza vuota,
le mura spesse,
una ragnatela
che segna il confine con il cortile.
Dentro, una vecchina
che si muove a stento
cuce il passato al futuro
su una tovaglia di lino.
Ricama i lineamenti
d’un passato che fu
e s’immagina di disegnare
il sapore dei frutti del melograno,
il freddo pungente degli anni trascorsi
accanto alla stufa a legna,
le afose notti d’estate
allietate dalla frescura del giardino,
le grida di dolore e piacere
dei gatti in amore,
echi di spari di guerriglie.
Traccia linee decise con mano ferma:
ecco alla fine la sua coperta
corta dove avvolgersi,
ripararsi da spifferi di luce di luna,
sdraiarsi e attendere il gelo vicino
d’una notte infinita.
UNA ROSA D’INVERNO
Il nostro amore
è unico,
una rosa d’inverno.
Possiede un silenzio di stelle
lontane, uno strano mistero,
un mantello che l’avvolge
e svela piano
un caleidoscopio di sogni
che narrano storie infinite
di sentimenti smarriti,
pietre rare
di ostriche
sul fondo del mare.
Tu, mia bella,
hai lineamenti di ragazza triste,
la mente che viaggia
tra mille affanni,
ferita da incubi notturni,
immagini diluite
nel cielo della notte
come un vecchio film,
flash di strani ricordi
incatenati dal pensiero
come stimmate, lacrime
che cadono sul cuscino
nel tepore del mattino,
un filo teso
che non si vuole spezzare,
testimone
di una fanciullezza rubata,
mentre il mondo scorre
e tu lo osservi lontana,
come un clown triste
che recita la propria vita.
