Una bimba

Una notte azzurra-

esili copricapi di stelle fanno da manto

ai nostri pensieri di rugiada-

nella via delle costole

giungi a me in tre falde di flashes onirici

la duplice: saranno due bocche nei riflessi dei vetri.

Il mare regna vicino

sull’estate delle tue forme sode.

Saranno notti che dischiuderanno l’eco della volta

allo straripare dei tuoi gemiti,

passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga

dove le nostre orme lasceranno una scia di libertà-

persino gli arenicoli danzeranno di gioia.

Nella trasparenza erratica

delle tue iridi nocciola intarsiate di pagliuzze dorate

non invidierò la tua inesperienza

sulla paglia dell’acqua,

s’inchinerà senza tregua la strada dell’amore.

In quel soffio di sole,

d’oro come la tua chioma,

in quella luce iridescente

d’un domani di trepide carezze e baci incarnati

che modellerà nell’ombra il tuo specchio di gelsomino

una bimba sarà effigiata sui tuoi fianchi esangui.

Un’idea simbiotica

Come una belva

in un refolo acuto di vento

la mia bella vola tale ad una farfalla

spargendo sulla rugiada dell’erba

olezzi di profumi, guardandomi

con pupille assetate di baci.

Ha luce folgorante

come il grano dei suoi capelli;

fra le anche un fremito

può orlare le corolle d’acqua

sopra le foreste che brillano

e sotto la maschera sono più incantevoli

i suoi occhi ambrati.

Sono la sua ape sulla coscia-

feroce pungolo che non l’abbandonerà

né tra le viuzze, né sulla paglia dell’acqua,

né fra le madide lenzuola.

Io e l’incenso della sua chioma frumento

siamo un’idea simbiotica che vola verso il turchino.

Il nostro orizzonte

Sarà il mazzo di rose che ti donerò

a profumarti la pelle ambrata

che, in un vago tremore di stelle,

mi fa ambire a notti di saliscendi.

Intanto ardo in un’unica fiamma

e, nelle ghirlande delle tue braccia,

la mia isola ancor ignota

avrà la forma del tuo corpo.

Lo spazio avrà un unico fremito,

un orizzonte solo per te e per me.

Perché per me sei la più bella

Nel mio cuore

ti lascio un fremito diamantato,

ciò che da te non ebbi

ma che mi donerai come un diadema stellato

figlio d’un antico incantesimo.

Il mio amore è un uccello ferito

e io ne sarò la panacea.

Perché per me sei la più bella.

Hai tatuaggi di nuvole,

cigni e gabbiani

non sulla pelle ma nell’anima,

pura e nitida.

E’ di pane il tuo cuore

e le tue mani sono archi stellati.

Hai anima che io immagino rosso fuoco

come una stilettata nelle tenebre,

prelude ad un gomitolo di lenzuola

in cui, madidi, ci avvinghieremo.

Col pianoforte dei miei versi

per te suonerò note audaci,

nella neve o fra gli aironi

e su di te, sulle tue ciglia

cadrà musica di vero amore.

Sempre m’immergerò

nella tua ombra di corallo.

L’alba e il crepuscolo

saranno il nostro sorriso:

vedrò l’aurora nei tuoi capelli

e la sera nelle tue unghie.

Il tuo viso e il tuo corpo

vennero da me da una casa straniera

in una giornata miracolosa

velata da aghi di pioggia e da un sogno,

un giorno di miracolose resurrezioni di farfalle

in cui tu, prima stella da qui all’infinito,

fosti avvolta in una carezza di luce,

io felice per averti trovata

fra le crepe d’uno specchio.

La tua bocca mi regalava

libellule di luce,

pensando ad appuntamenti in radure ombrose

in cui rotolarci innamorati nell’erba;

desiderai avvicinarmi al fogliame

per stendermi con te presso il greto d’un ruscello,

nuotando controcorrente, com’è nella vita

il nostro cammino.

Il nuovo autunno della volta celeste

sarà velato di fari nella trapunta delle stelle,

cadranno in ottobre foglie dagli aceri,

un autunno di nebbie e tristezze.

Io non so dove andrai, dove andrò

camminando senza la mia duplice.

So solo che la mia cripta recondita di gioia

la devo al tuo ricordo etereo,

mia quaglia piumata.

Staremo uniti e le nostre mani

s’incroceranno tra spine.

Tutto sarà riunito.

Perché per me sei la più bella.

L’isola d’amore

Sei la regina del mio mondo

con la dolcezza del tuo volto,

lo scintillio del sorriso di madreperla

e le dita che assomigliano a petali.

Stella gemella della mia bocca

in giorni costellati di baci,

amor mio, a volte nella nostra vita

batte sul selciato che solchiamo

o scende notturna in fitti aghi di pioggia

ma noi vi nuotiamo controcorrente,

com’è nella vita il nostro cammino.

Ogni notte che trascorro supino

senza le ghirlande delle tue membra

sogno che siamo due alberi

che s’elevano insieme, con radici intricate

come gli ostacoli della nostra epopea.

Immersa in un gomitolo di lenzuola

amami prima d’assopirti stremata

perché sulla riva del mio mare

sei l’unica isola d’amore.

E quando anch’io m’addormenterò

fra le tue braccia candide

lascia stare le mie mani

sui tuoi capezzoli ancor turgidi.

Il mio amore

Il mio amore è una goccia di quarzo,

prezioso come un diamante,

unico come il rosso dell’ippocastano.

Ha corpo dalle linee armoniose

che risplendono nella luna d’estate;

piedi profumati, morbidi e arcuati,

piedi di rosa, di ciliegia.

Ah amore alle prime luci d’aurora

dove goccia a goccia dal sole

cade la luce sul nostro emisfero,

amore che sparge tra i fili d’erba

grande aroma di rugiada.

Ora percorro il tuo contorno

bacio a bacio-

baci che s’arrampicano sopra la pelle

rampicando e mordendo

come una mela di sangue dolce.

Fra gli arenicoli sul litorale

siamo due corpi che giacciono

in attesa dei minerali dorati della nave notturna.

La tua bellezza

Celebro la tua bellezza

sin da quando entrasti nei miei versi

come se fossero terra sorgiva,

ebbra di profumo di glicini.

Sei la mia bella

sia nella sgargiante veste turchese

sia ignuda

con le palpebre da cui si schiudono-

due nuvole sconfinate nel cielo degli occhi.

La tua bellezza d’oro e frumento,

di fine alabastro

è l’odore fino d’un fiore fiorito,

colto un gelido inverno tra vetri brinati

quando il tuo corpo di quarzo

si plasmò nella mia anima

e, morbido come il pane,

svelò il segreto delle tue colline dorate.

Non è solo la tua luminaria

a cadere a sciami sul mio mondo;

da te emana una sorgente di vera luce

perché sei accesa dentro

come un fuoco che guida i miei passi.

T’amo

Scrivo a lettere di fuoco

l’atlante del mappamondo delle tue colline.

La mia bocca di fuoco

si rivela in mille giochi di lusinghe.

Ho tante storie da narrarti sul confine del crepuscolo

perché t’accenda in riflessi sotto la campanula del firmamento.

E’ tempo d’uva, di raccolti fruttiferi

per me che vissi in lidi dove t’amavo

solcando le onde con una caravella di ricordi,

pescando con reti che non trattenevano acqua d’oblio.

Ne restano appese gocce che tremano

come dei tuoi occhi gli intarsi delle pagliuzze.

Ami giocare con la luce del cielo stellato,

giungi a me tra fiori e frumento,

d’oro come i capelli di sole della tua chioma.

A nessuna assomigli da quando t’amo,

nel viso di latte di tutte le donne vedo il tuo-

ti stenderò un tappeto fiero ovunque tu passi ammirata.

T’amo su questa terra azzurra,

nel bosco incantato dei pensieri,

nei sottoboschi dal profumo di ciclamini.

Ti porrò una rosa all’occhiello

colta per magia sotto l’odore dei tigli

accendendo col fiore più bello il tuo sorriso.

Sino alle stelle

Con la mia pelle matura

fatta per la profondità del sole,

le mie braccia di quercia

d’equità simmetrica come una bilancia

di cui sei l’ago che sancisce il mio tempo,

sabbia di clessidra che fluisce in me.

Con la tua veste fucsia,

beneamata, giungi a me

tra fiori e frumento

in un’aurora di rinascita

pura nel sole o nella notte stellata

odorando d’ombra e gelsomini.

Sei come il giorno più lungo,

i tuoi fremiti fasciati di fuoco

non mi fanno alzar mai bandiera,

m’annodo assetato di baci

alla tua lingua in forma guerriera

figlia della farina e del cielo.

Che splendore le tue mani

con la pittura rossa delle unghie;

com’è profumata la tua chioma bionda;

i tuoi seni m’infondono un senso,

un palpito di libertà fisica;

i ragni del pube m’incendiano di desiderio.

Recherò con me la tua immagine

in anni di baci fissi, sino ad una messe di stelle.

Tremo in te

I tuoi baci profumati

mi scalfiscono l’animo

nelle notti zuccherine di nudo vestita.

Hai figura d’agrifoglio

con gambe chiare come una corolla d’acqua,

seni che sono un torrente in piena,

natiche tornite e sode.

Ora che ho gettato le lacrime

nel cesto del passato

voglio stare, amor mio,

solo con le sottili note di canto

della tua voce musicale,

solo con le tue sillabe dorate.

Non si può vincere se non sbagliando

ma ora tremo in te, in queste canzoni

lambendo i fiori d’un fiume

che scorre al centro d’una verde isola

dove si levano aurore di merli.

Perché tu sei infinita:

m’hai raccolto una lugubre notte

e ora sei al mio fianco

tale ad un pianoforte di neve

che suono nella nostra distesa muschiata.

Lo sposalizio

Scintillio di stella bionda,

rosa muschiata della mia terra

bella e luccicante come un petalo di luna

che amo in ogni onda della mia vita.

Sei la mia lancetta delle ore,

papavero rampicante, dolce garofano

sin da quando mutasti il mio cuore

dal lutto al fuoco.

Giungesti e io scrissi lettere brucianti:

volarono ardendo sulla tua fronte,

sulla tua pelle di ciclamino,

sull’alfabeto d’oro delle tue colline.

Ora son felice come un bimbo

con l’aria e la terra,

con la tua bocca di rose

son felice con te.

La favola d’amore

La tua violenta luce frumento

m’abbaglia più di quella diafana d’aurora

e ti denuda come una stella scintillante

sulla riva dell’acqua della notte.

Perché mai non mi parlasti

lasciandomi assenza di palpiti di fremiti

ora che fuoriescono rondini

dal nido della tua lingua?

Guarda: ora puoi scorgere

crepuscoli di lune e giacinti,

l’oscurità che gocciola umidità;

io la tua cintola sottile come l’aria,

un corpo tornito e di sole,

seni che m’attendono nella loro grazia,

tremolii del tuo ombelico di rose.

E quand’anche trascorre uno sterile giorno,

un giorno con corteccia di tartaruga,

avanza nella bocca un sapore di capelli

che non parlano ma rivelano il tuo splendore

e la lingua che delle sinuose forme s’alimenta

si tramuta in favola d’amore.

Onde

Stanotte ti dedico due paragrafi di cielo

per narrare dello splendore della tua stella:

s’è azzurrata nei riflessi del crepuscolo dei giorni.

Neve a chiazze si spargeva tra i fili d’erba

ed io non mi posso scordar del tuo viso angelico,

bocciolo di rosa che m’hai strappato alla tristezza.

Subito sei stata la voce del silenzio giallo

che m’irrigava sgualcendo il lembo della malinconia…

…ora non parlare, lascia filtrare quel raggio segreto di luna.

Come se passassi attraverso la cruna d’un ago

subito diventasti il fuoco di meraviglia di quella neve

e nel cielo l’aquila che danzava negli squarci di sole.

Tu che hai rotto l’involucro di plastica di giorni identici

accendendo le pareti della stanza nel latte di cielo dell’inverno

chissà se già sognavi di me col capo reclinato sul cuscino?

Ti ringrazio per aver divelto il chiavistello della solitudine:

serrava un portone senza nome – con un gioco di sussurri

ora insieme alla eco dei tuoi gemiti accendono notti di brezza marina.

Noi siamo le onde che galoppano

fino ad essere una sola idea con la volta stellata.

Amoreggiando in una macchia della luna

Amore mio

di cosa profumi?

Di violaciocche, di stelle?

Aspirando il dolce aroma

della tua chioma frumento

m’accorgo che sei dolce

come un fiore, unica come una rosa

in una distesa innevata.

Sai di terra

come le pietre ambrate delle iridi

le cui incantevoli pagliuzze

sono frecce penetranti di garofani

dal dolce odore.

Odore dell’albero dalle millefoglie

della mia vita,

dolce colomba, mazzo di spighe,

bimba, amorosa mia

come l’onda d’un’aurora d’amore che incalza.

E quando la mia mano percorre

la luce della tua pelle stellata

le tue coppe d’anfora

hanno profumo di luna

dove noi amoreggiamo

bevendo assetati da una sorgente di baci

in una sua macchia.

Dedica a mia madre scomparsa il 7 luglio 2017

A te, madre,

le gocce di stelle

della rugiada dei miei pensieri.

Tu, isola accesa dove rifugiarmi,

donami ancora una stilla del tuo splendore,

l’alfabeto del tuo amore

e guida la mia mano oltre il destino,

laddove s’apre un azzurro senza fine.

La danza gialla delle foglie

Ascolto le note musicali della tua voce

venuta dalla terra per salire al cielo,

spio i tuoi occhi d’onice:

ecco la tenerezza di sguardo di seta,

la tua bocca, parola senza eco.

Avverto salire a tentoni il muschio della tua pena.

E’ la guerra oscura del cuore

la lama spezzata di angosce commosse

l’ebbrezza dei desideri.

E’ questo la mia vita:

l’acqua che le tue iridi nere mi recano,

il concerto di voce dei tuoi sottili pensieri.

Ah, coppa, ruscello, mia agile futura compagna.

Scorgo le coppe nella danza gialla delle foglie.

Ti giunge ululando il vento

nell’ora del sangue fermentato

quando la terra palpitando vibra

sotto il pallore del sole che la riga con code d’ombra.

Eccola, la tua forma familiare,

ciò che m’inonda

che mi empie l’anima in abbandono,

la tenerezza che s’avvolge alle mie radici:

matura in una carovana di frutta

uscendo dal tuo cuore come il vino dal centro dell’uva.

Un autunno di tigri all’agguato

Saremo giunti con un dardo nel petto

in un autunno di tigri all’agguato

della nostra fragrante pelle di miele,

un olezzo d’inaccessibile cute

desiderando annusare sudore verde

ci ritroveremo nell’umidità dei baci.

Mia compagna d’infinite, palpitanti visioni

come minacciosi rintocchi di campane,

puledra dai fianchi snelli che vorrei toccare

dal canto del sorriso di stella-

in un futuro paesaggio di foglie ingiallite

ci inumidiremo le labbra invase dalla sete.

Lì sono i tuoi occhi odoranti di selvaggina,

di fulmine che trapassa pareti-

hai denti che mordono mele di sangue,

le tue mani graffiano il sole ghermendolo,

i piedi di pioggia, imbuti d’ombra,

son fiori dall’olezzo di mimose.

Mi spii con labbra carnose

scalfisci le pietre, l’oro e l’argento,

cresce l’aerea rete di pensieri,

la tua scorza-non vi è distanza né rame.

Vorrei toccare in un palpito le tue morbide mani

e far cadere crepitando il vellutato fiore brunito.

Le Chiese di Mosca

Abbandonai il limite di primavera

per trovare la patria del mio cuore,

uccelli d’alluminio vibrarono,

furono la forza che scivolava nel cielo.

Attraversai cordigliere, fiumi, paludi e selve,

m’immersi nella rugiada dei prati del pianeta verde,

dalle nuvole precipitarono gabbiani

in giorni di capsule rosse di fiamme nel cielo.

Passai giorni di occhi umidi in cima a una rosa bianca

e le Chiese di Mosca innalzarono preghiere:

m’attendeva il suo chiarore notturno,

la luce d’aria trasparente.

Fra il crepitare e il cantare d’uccelli

al suo amore d’occhi ambrati giungerò,

lambendo la terra di creta delle sue iridi

amandola e amando il mio viaggio felice.

La donna dei miei sogni

Le tegole del tetto

saranno inondate da luce d’alba

lì si considera ora ombra di tomba

ma altri nidi ha il mio paesaggio femminile

altre finestre della dimora

dove il vento agiterà le nostre calde lenzuola.

Il paesaggio del mio mondo

saranno i suoi occhi ramati

i suoi morbidi seni poi turgidi

eretti a dismisura, colata d’oro:

non un dito del mio corpo ti sarà lontano,

le nostre calze sovrasteranno i cirri.

Lei è la zavorra perduta delle ali,

la stella che stava per eclissarsi nell’inerzia

ma orbiterà in una binaria nella medesima traiettoria,

la palma prestabilita che si dibatte

agli ululati del vento

mentre un’impietosa freccia colpisce il fiore schiavo.

Ma sarà certo il frutto deflorato,

donna spossata che lenta si rigira

nell’idea che s’accende ogni notte sia di stelle che di pioggia,

una donna che trae origine dai miei sogni

per il mio desiderio d’amare

e mai mutare su questa terra azzurra.

Il rivale

Forgiata nel corso degli anni

porta la benedizione e la cenere

morde emettendo sibili acuti

ogni foglia del sottobosco-

ha occhi corvini di lucciola libera

nel transitare accesa come una stella.

Aprimi le tue labbra, fiamma di luci,

per cogliere il varco al tuo astro,

per aprire tutte le porte del cielo-

io perso nei sogni tuo prigioniero

dei lineamenti leggiadri,

della simmetrica figura statuaria.

Saranno inumidite le lenzuola?

Il mio silenzio è voce d’uomo

che t’indica la via maestra.

Rotoli nell’erba palpeggiata dal rivale

il vecchio sudore del seme un rampicante

di farina che scivola sino alla tua bocca.

Ah lievi, pazze coppe agili

aria che scende in un mare a valle

come il sole a forma di colomba.

Ah sapori, palpebre d’ala viva

con un tremore di stelle, fiori.

Ah cosce snelle di miele svestite.

Il dubbio

Per la via dell’anima,

nell’ombra, in sei folate di sonno agitato

giungo a te la duplice, la multipla.

Tra i fili d’erba dei prati

ci rotoleremo feriti d’amore dagli aghi di pino

o bagnati di passione da carezze di rugiada.

Il tuo corpo più altezzoso del mio,

il regno del mare vicino con la sua primavera

in estati di rena fine

dove le nostre orme sulla battigia

lasceranno impronte di scie di libertà.

Ed ecco che vi bruciano fastelli d’ermellini.

Nella trasparenza erratica

del tuo volto brunito

gli arenicoli saranno estasiati.

Invidio di loro purezza e candore.

La tua inesperienza sulla paglia dell’acqua-

tornerà senza inchinarsi la strada dell’amore.

Per la via dell’anima,

senza il talismano che custodisce i miei segreti

che non dispiega le tue risa alla folla-

scenderanno lacrime per chi ne serba rancore.

Esser triste avvalora il dubbio tangibile

che tu sia reale in occhi altrui.

Genova

Non appena ti lascio

sei nei palpiti del cuore

cristallina e tremante, inquieta,

come se le tue orbite si serrassero

sul dono d’amore che t’affido.

Incrociando gli occhi a Genova

assetati bevemmo tutta l’acqua, il sangue;

ci ritrovammo affamati e ci mordemmo ferite

così come arde la pietra focaia.

Attendimi, conservami la tua dolcezza.

Ti porgerò in dono una rosa muschiata.

I miei occhi di giada e i tuoi d’onice

I miei occhi di giada e i tuoi d’onice

dischiudono i vetri delle finestre-

penetreremo nel ballo delle foglie gialle

nelle quattro pareti dell’intimità,

giungerò alla tua immagine latente.

Sempre a me ritorna come un chiodo di cristallo.

Una sontuosa dimora, rifugio desueto

da cui inizieranno i viaggi e le migliori follie,

vi proteggeremo l’incedere della via

cercheremo bagliori azzurrati d’universo

sotto la campanula del firmamento

riposandoci madidi ogni aurora in un manto.

Nuvole fuggevoli dall’eterno sorriso nel blu,

laghi ingabbiati in fondo alle pozze, la pioggia,

la lingua del vento con anelli di frescura,

giardini novelli infittiti di tenere spine-

di questi la più bella sei tu, un balsamo di riposo.

Vorrei scorgerti nuda e lucente come un panno bagnato.

Le fogge dei colori cangianti del cielo su di noi

sul filo della leggiadria della tua chioma di carbone-

saremo un’unica idea simbiotica nell’aere

vestita da indumenti a tinte rosse di passione,

bianchi come il nitore della tua anima candida come un giglio

o rosei come gli acuti che si elevano nei capricci striduli.

Fortuna di diamante

La chioma disciolta, corvina

dedita alla verità

cercava fortuna di diamante

in braccia di quercia secolare,

offriva un cielo di panna a sguardi

lucidi, sensibili alla vita, più nulla

chiedeva a memorie insabbiate.

Futuro amore irripetibile

tendeva trappole d’avorio

come il pescatore che artiglia prede.

Suonava un pianoforte di neve la sera

per richiamare brame fra canti d’uccelli,

un pianoforte con note audaci.

Per lunghi giorni costellati di collera

per desiderare lunghi orditi di baci

per sancire la vita sino al firmamento.

Furon mille donne ignorate, ignare

per prescegliere colei che restò sola.

Schegge di stelle

Quando fra schegge di stelle risuonano campane d’aurora
mi desto nel gomitolo di lenzuola del primo raggio,
c’è un velo di nebbia nel cielo dei desideri,
noi in un cantiere d’amore come in ogni alba
figli d’un destino errante dalla pronuncia naif,
palme sorridenti s’un isola in un deserto scritto.

Ecco che trionfa l’azzurro, balena come una domanda
in un’acqua di gioia, ognuno lieto del proprio destino
vivida ancora l’emozione delle carezze notturne
esulì in un verde canneto nel lago di fango predisposto
come i cantori di meraviglie universali,
io della tua nella dolce ebbrezza di starti accanto.

E’ un armonico concerto d’idee che si staglia
nel sorriso cangiante del sole, io perso nei tuoi canti di voce,
la musica sottile della tua anima espressa in drappi
nell’immobile fiamma della calma del cielo
solo tu la rosa più profumata del bosco
allietato persino da dolci effluvi di pruni e ginestre.

Tu mi piaci perchè ogni dolce pensiero è sotteso,
sgorga ripido come un ruscello tra i sassi dell’impazienza
e viene a valle in una possibilità che si fa mare
in cui nuotare come una benedizione, acqua di tedio franta
dalla prima volta che incrociai i tuoi occhi in quella casa
dove soffiammo insieme sulla brina dei vetri, in un’idea di libertà.

Giacinti di luna

In te sono giacinti di luna

l’eco azzurrato delle stelle

il chiarore e l’umidità

di perle di rugiada d’aurora.

Trascorre uno sterile giorno,

passa l’anno con corteccia di tartaruga

non avanza che un sogno di capelli,

la lingua dorata che si tramuterà

in favola d’amore che della sete

delle sinuose forme si alimenta.

Nelle acque marine in rivolta

quando le crepe dello specchio

si riflettono in un abisso,

quando si leva il fiore di carta

dipinto con audaci grafemi,

quando tutto mi dirà che un giorno bigio

s’è smorzato nel rossore del crepuscolo

ci saremo divisi nel medesimo oceano

con bocche incatenate piene di sale.

L’eco d’un canto

Si è corroso il paesaggio alpestre

in cui una coppia erotica sognava-

la brina sarà il sigillo del mare blu-

lei rideva dello sposalizio che desideravo

ma saranno nozze eterne come la luna

d’una vita invidiabile ed ammirata.

Maturità non sa quando saranno le praterie

tra futuri sorrisi tramutati in carezze-

gelosia degli altrui baci

ingloriosi solo per le altre donne

bruciavano solo di fuoco giallo

e trovavano chicchi d’aria.

Sarai nuda folgore,

ape nel mosto,

fra le braccia fremiti

di coralli di luce scarlatta

orlano le ginestre delle foreste

a primavera cespugli di neve si scioglieranno.

Il corpo di miele, i capelli corvini,

l’ampia fronte lucente

ti volgono ad una miniera di raggi dorati.

Quando nella rugiada del cielo

nell’alba il sole si leverà in drappi rossi

canterai con note musicali l’eco d’un canto.

Un cigno

Stamane, rose d’aurora profumano drappi di nuvole,
tu sei come il sole che sopra d’oro vi brilla –
un cigno perso in pupille di lago, acqua chiara
appartenente ad un’antica memoria di cielo
nella costellazione azzurra d’ogni desiderio,
due passi con te dal primo fiore all’infinito.

Eri passata nella sera luminosa e chiara, luna,
il sorriso scolpito sotto le fossette, rosse
d’un’emozione d’amore, il tuo nei gemiti
dipinti ad accendere il buio del silenzio
straripava nelle lenzuola fra le stelle, tu astro
nello sgargiante arcobaleno d’un’elegia di voglie.

Ora t’attende il tappeto d’ogni via, un tappeto d’oro
s’intarsia di luce fiera, quando tu passi
io ti venero poiché, se ogni passante ti lusinga,
tu, innamorata, volgi a me il mare degli occhi,
io nel velo nocciola mi perdo confuso, occhi d’anima –
i fili d’oro dei capelli fluttuanti nel vento, trecce di sole.

Tornerà, sui vetri ombreggiati dalla fuliggine del camino
l’acqua fresca di baci della sera, pioggia ad aghi sottili,
noi ubriachi di felicità, nel buio della notte scintille d’ebano
i nostri pensieri accesi d’amore – tu saluterai le mie carezze
fra le tue cosce bianche e snelle sospirando in una nuvola –
mi sveglierò al suono di campanelle dei tuoi bracciali.

Poesia particolarmente apprezzata dal Sig. Giuseppe Conte, soprattutto nell’incipit.

Torino

Torino, città amica con stelle

di plastica e luna di rugiada-

le tue pupille infiammate,

il loro fuoco non virtuale

riflettono il tuo sorriso,

sono la canzone delle alghe.

Le macchie della luna

ammiccanti fra drappi d’astri

in cui sei quello che risplende

lusingata da orbite grevi-

i seni torniti, le natiche sode

si dischiuderanno nell’eco della volta.

In un sorso d’acqua vivo

lei avrà i primi, morbidi palpiti

ornata da torpide pellicce.

E’ donna di semplicità oceanica,

insondabile come una vetrina abbagliata,

polvere impalpabile nell’edera del crepuscolo.

Mai m’abbandonerà e non sarò solo,

non m’appunterà il frangente del “no”

perché possiede vivacità macchinale,

l’irreperibile dolcezza azzurra-

saranno dieci minuti di baci sfregiati,

avrà i gemiti incessanti del fiore brunito.

Scritta nel luglio del 2001 e dedicata a mio padre scomparso per tumore polmonare il 30 ottobre del medesimo anno.

IL SILENZIO ACUTO DEL MATTINO

a mio padre

Ho annodato
a ciottoli levigati
il fluire dei miei ricordi.
Forse era l’aurora cremisi
che si specchiava nei solchi
delle rare onde,
forse la magia
del silenzio acuto del mattino.
Forse la quiete infinita
ed il confluire d’umane speranze
tipici d’ogni alba
in qualunque angolo del mondo.
Forse un po’ di tutto ciò
mischiato all’amore per la vita:
e noi in simbiotica armonia
su quei greti ci trovavamo,
padre,
ed era l’acuto silenzio
delle nostre illusioni,
la genesi
delle nostre buone intenzioni.
Era la folgorante attesa
d’un alito di luce
a farci muovere, padre,
laddove ormai sono avanzate
poche manciate di rena
e l’acqua ha reso canute
persino le amiche conchiglie.

L’arcobaleno

Annego nell’inchiostro

la seta fine che avvolge

il mio sonno

tra voli notturni

di pipistrelli e schiamazzi

mattutini delle lavandaie.

In un’ aria di carta

cerco di dirigere

il traffico delle mie passioni

e, lasciandomi lambire

dalla brezza amica,

mi riposo all’ombra

della grande quercia

ascoltando canzoni di ieri.

Il tempo, intanto, immemore

delle mie sofferenze,

ambisce solo a spargere

la mia cenere dolce

nell’armonia dello spazio remoto

dove le stelle per noi son morte

e non c’è un arcobaleno

che, dopo le vicende della vita,

si stagli nel cielo turchino e muti

la nostra essenza dall’ombra alla luce.

L’orgoglio dei vivi

Alla memoria di mio padre

Ascolta l’impalpabile

ritmo del tempo:
sarai pronto nell’ora

dell’agonia

e sconfiggerai le tenebre

con la forza del silenzio;

quella forza

che, tenace, attraversa i secoli

e fa risplendere

con gran fulgore

il mistero cui t’avvicini.

Scaccerai

l’orgoglio dei vivi

con la promessa dell’eternità

e solcherai la vicenda dolce

della tua vita

penetrando il buio

con la tua scorza di diamante.

Vivrai il tarlo che rode

la tua coscienza scalfita

da un senso d’impotenza

con l’onore dell’età,

stinta come quel lenzuolo

di lino che pare scacciare

il freddo dell’abisso

ed io ora, padre, oso

accarezzare la tua fronte

imperlata di sudore

che, in una memoria di bambino,

conservo ancora vergine di rughe.

La legge del tuo sorriso

E’ stata la tua legge del sorriso

a trasmutare in fronde le foglie del pianto,

un movimento fiorito di luce

a far cadere dal cielo fili dorati

come la leggiadria della tua chioma.

Al primo raggio le tue orbite percorrono

deserti e vulcani, sei però rosa selvatica

la cui essenza mordi piangendo

perché il seme del tuo ovario cadde nella terra-

presto aspirerai prfumo di gelsomini e violaciocche

decidendo persino nell’estate imminente

il colore del nostro oceano complice della schiuma.

Riposa la tua schiena morbida,

il mappamondo del tuo petto,

i petali profumati della tua forma di dea,

entra femminea nei miei sogni-

solo allora sento che scendi dall’albero ombroso,

che passa dal mio amore la cascata del cielo,

e che tu, essendo fiamma di fuoco minerale,

mi concedi il ramo imprescindibile e vita d’oro.

Forse tu, compagna, sei figlia dei riflessi delle stelle e delle fiamme,

rammento come uscisti dalle foglie del fuoco,

sei ancora pane della selva, cenere del grano e dell’orzo.

Amore mio, mia forte colomba, mia stella di sabbia

con la sicurezza d’una stirpe di carta,

giunta alla guerra della mia anima bruciante,

marcerò ora e sempre in quella selva circondato d’animali feriti

accordando i passi al mio delirio

sinché non svetterà la cupola della tua torre.

Canto

Canto ore disfatte

come le nuvole

in una tiepida foglia di sole,

ore fresche di notti frizzantine

remi verso albe dai prati azzurri.

Le antiche immagini

di silenzio e cartongesso,

di verdi frutti

fatti maturare e divorati

sono ora uno specchio latente.

Le nuove visioni

d’aurore diafane

col disco bollente del sole

a trapuntare la tua chioma d’oro

sono ora limpide come un nasturzio luminoso.

Sarò raccolto fra le tue palme calde,

nelle tue orbite intarsiate di pagliuzze dorate

celate dietro a palpebre di ciglia asciutte.

Dieci dolcezze

Nel giorno del compleanno del mio migliore amico

Dieci dolcezze e la verità vive

dall’albero insanguinato scaturisce amore

mi ammaestra in vita non più onirica

sei illimitata pazienza e passeggeremo giunti.

Sii forte da spianarmi la fronte,

la vetta della fronte cocciuta, corrosa.

La tua grazia si palesa in dieci dolcezze.

Un sorriso di luna si delinea fra gote

rosse come l’ippocastano,

eco d’aria in una miniera:

vi giace il carbone delle tue iridi

o il quarzo della chioma.

Ti diletti in giochi d’amore

ti pensi sola ma ti ritrovi duplice

riflesse nello specchio due bocche in una,

bellezza intelligente, austera e puerile

luce e calore veggente e visibile:

chi vuole amarti nasce dalle zolle.

Turgidi i seni verso il mio corpo

il tuo petto non ha nubi

verità esala dal tuo cuore nomade.

La vulva fiorita è una ghirlanda

la coglierò nella luna benevola-

coglierò il frutto vellutato e le nespole.

24/4/2019

Illumini la mia vita

I tuoi piedi di velluto nell’ombra,

le mie mani nella luce

guidano il volo d’aquila reale

dischiudendo un universo cangiante.

Coi baci che m’insegnasti,

in un palpitare d’immagini colorate

le mie labbra impararono a conoscere i tizzoni

del fuoco ardente della stella

scesa per miracolo dal camino

ad illuminare l’intera dimora.

Hai cuore di prato vermiglio,

gambe tornite in calze di sabbia,

capelli di cereale, avena

fluttuanti nel vento come un fiore d’aprile,

anima candida come un giglio-

illumini la mia vita ora che non infuria battaglia

ma tempesta rossa di corolle d’acqua e rugiada.

Onde

Stanotte ti dedico due paragrafi di cielo

per narrare dello splendore della tua stella:

s’è azzurrata nei riflessi del crepuscolo dei giorni.

Neve a chiazze si spargeva tra i fili d’erba

ed io non mi posso scordar del tuo viso angelico,

bocciolo di rosa che m’hai strappato alla tristezza.

Subito sei stata la voce del silenzio giallo

che m’irrigava sgualcendo il lembo della malinconia…

…ora non parlare, lascia filtrare quel raggio segreto di luna.

Come se passassi attraverso la cruna d’un ago

subito diventasti il fuoco di meraviglia di quella neve

e nel cielo l’aquila che danzava negli squarci di sole.

Tu che hai rotto l’involucro di plastica di giorni identici

accendendo le pareti della stanza nel latte di cielo dell’inverno

chissà se già sognavi di me col capo reclinato sul cuscino?

Ti ringrazio per aver divelto il chiavistello della solitudine:

serrava un portone senza nome – con un gioco di sussurri

ora insieme alla eco dei tuoi gemiti accendono notti di brezza marina.

Noi siamo le onde che galoppano

fino ad essere una sola idea con la volta stellata.

Amore dalle trecce di sole

Amore dalle trecce di sole,

dalle coppe a forma di colomba

intenta malgrado la notte che avanza

nell’abisso del piacere

indulge al mio desiderio d’amare,

ai miei sconfinati sogni innocenti.

Sotto pendii innevati

i nostri occhi chiudono le loro finestre

nelle quattro mura di cartone

della nostra intimità di baci incarnati-

la tua immagine latente

sempre a me ritorna.

E’ qui che iniziano in un canto

i nostri viaggi e le migliori follie,

cominciano e non terminano,

proteggono le nostre vite-

tu astro sceso per miracolo dal camino

ad illuminare l’intera stanza.

Una foglia lucente come un panno bagnato

è madre della tua chioma quasi come fili d’erba.

I laghi ingabbiati in fondo alle pozze,

gli anelli della frescura del vento in giardini novelli:

di questi la più bella sei tu,

un balsamo che invita al riposo.

Infrante chimere

Lambiscimi con gesti di gioia,

una parola d’assedio d’infrante chimere,

una sillaba più vicina alla tua bocca-

mi promette aurore di miele

fluttuando perso nei capelli corvini

dedicandoti, in un sorriso di luna,

strofe d’acqua e di cielo.

Pensieri che non t’appartengono

si tradurranno in note di canto

e ti empiranno d’oro le mani canore.

Frattanto raggianti ruote di pietra

avvolgono il paesaggio rupestre,

raggi d’oro calpestano i campanili.

Tu scrivi margherite sull’erba dei campi.

Quando avvicino il cielo

con le mie mani per destarmi

nelle lame di luce diafana

i tuoi baci si appiccicheranno

come lumache alla mia schiena-

gireranno i calendari e sortiranno

nel mondo i giorni come foglie azzurre;

comparirai nel mio spazio, nel mio anello

ora solo verbo ed inferno.

Ti guarderai in una lacrima,

t’asciugherai gli occhi dove fui-

ora d’improvviso piove verde

ma il mio cielo s’è fatto roseo.

Il prodigio

Il prodigio è lambire

l’ali della chioma corvina,

amarti sotto la luna benevola

nonostante questo muro infinito

dischiudendo smisurate strade

opposto all’ombra.

Come il carpentiere costruisco

la luce d’amore;

se il tuo cuore lo eclissa

non sei qui ma il mio corpo freme,

le stelle dei tuoi occhi ambrati

brillano nel firmamento.

Il vero prodigio

sarà di non nascere in te

di essere assente

primavera sfiorita

in cui non trillano i merli,

il velluto dell’erba è un fiume limaccioso.

Chimere invernali

baciate da carezze d’abbacinate farfalle.

Conosco il tuo cuore, i tuoi seni

m’infondono un senso di libertà fisica,

conosco i tuoi occhi di formica intelligente:

si schiudono nei miei malgrado il mio sogno di cieco.

Un battello di sogni

Quello che osserviamo

è un battello di sogni,

un veliero che ondeggia in un dolce fiume

recando una donna che gioca all’amore.

Nel culmine di primavera,

con l’incipiente estate,

una frenesia di risate

in un giardino lussureggiante.

Alle porte di ogni alba

vi sarà un gallo che frantumerà

il tappeto delle stelle

su rulli di vivacità.

Sei una bocca avida nascosta

sotto le nuvole delle tue palpebre

dispensiera di sogni nel silenzio,

collana spezzata dalle mie parole ribelli.

Sei la bocca del mio giaciglio,

selvaggia, creata per me,

bocca immemore d’ancestrali parole-

bocca già illuminata dai miraggi della neve.

Un’orchidea selvaggia

Salgo per le vie dell’ombra

nelle falde d’un sonno agitato

giungendo a te, la multipla-

il mare regna vicino

fra gli acuti di canarini di primavera-

sarà un’estate con le tue forme sode.

Orchidea selvaggia

titubante, calda e ammirevole

invidio la tua anima di giglio,

non invidierò la tua esperienza forgiata

sulla paglia dell’acqua

s’inchinerà senza tregua la strada dell’amore.

Sarà la via delle tue costole,

del sillabare un alfabeto d’amore,

delle tiepide carezze dei baci,

dei seni aguzzi eretti,

delle natiche tornite,

dello svelare in un canto i ragni del pube.

La perla nera è rarissima

è la pianta maggiore

coinvolta nei giochi

bruna a travaglio vegetale

in un uragano di luce

che ne protegge gli steli.

La rinascita

Il tuo capo stupito, commosso,

visto in primo piano

si può paragonare senza civetteria

alla folgore sferica

d’una perla d’acqua,

ad una corolla blu,

alla potenza degli uragani,

al cielo trapuntato d’astri come un nasturzio luminoso.

Violentemente tenero,

delicato e indifeso

abbandona le zolle ai loro segreti;

questo eremo diseredato

ove prende forma il silenzio delle stelle

che si ferma ad ascoltare e lo persuade.

Qual è la rinascita che ha prevalso

ora e sempre nella mia vita?

Solo i tuoi capelli, ponti solari,

che ancora non hanno parlato

ma dapprima la fiamma dei tuoi occhi

hanno smentito per sempre

le antiche pozzanghere lunari.

Nel medesimo ruscello

Spostiamo insieme distanti

gli argini d’un fiume denso

d’una grassa prateria di fiori,

viviamo nel medesimo ruscello

scaturito da una florida fonte,

apparteniamo ai lidi più felici.

Filari di pioppi lo ornano,

son legni che viaggiano sulle onde,

il nostro peso immobile

scaverà il paesaggio rupestre-

ogni accordo di consonanza

mai concluso presto si dissolverà.

Nella città impregnata

di miseria e tirannia

l’ombra di paesaggio si scolora,

s’eclissa l’ora della schiavitù

alle spalle speranza mi spinge-

mai per sempre ci lasciammo.

L’erba si rialza viva

su strati innocenti di terriccio.

La gioventù in delirio si scolora,

più oltre tutto è rovina-

saranno baci a misura di noi stessi

impastati di rosa e rosso fuoco.

Bocca illuminata

Le feci io il primo,

vivace passo su questa terra rosata

con un acuto vagito di bimbo

donandole orchidee all’infinito-

sfavillanti come la neve,

ardenti come il sole di mezzogiorno.

Il gallo alle porte d’aurora

avrà frantumato il tappeto della notte

su rulli di vivacità.

Non si leverà tanto presto il capo

verso il sole che si adorna

ma si occulterà dietro gli occhi.

Si leverà poi verso una lama di luce

la tua bocca più vorace d’una mimosa,

bocca celata dietro a ciglia asciutte-

presto si occulterà dietro agli aghi di pino

dispensando sogni nel silenzio-

collana spezzata da parole ribelli.

Un’altra bocca per giaciglio,

amica di erbe febbrili,

selvaggia e buona creata per me

e per nessun altro-

bocca immemore d’ogni linguaggio.

Bocca illuminata dalla mia anima.

Un solo zampillio

Apparteniamo ai greti

dei ruscelli più lieti.

Conosciamo il limbo del fiume

più acceso delle praterie fiorite.

Viviamo in un solo zampillio,

apparteniamo al porto più felice.

Lontani i fiori avvizziti delle vacanze altrui

avanza appena un’ombra di paesaggio,

si eclissano le strettoie della libertà-

portone che si dischiuderà con un chiavistello.

Speranza ci logorava

in una città impastata di carne e miseria.

Caleranno nel vermiglio crepuscolo

sul tuo volto le palpebre del sole-

sipario dolce come la tua pelle

dagli aromi di velluto

nella salubre vegetazione di boschi e uccelli,

diafana più delle lame di luce dell’alba.

Saranno i nostri baci, le carezze

a misura di noi stessi,

più oltre tutto è macerie.

La nostra gioventù si denuda e sogna,

l’erba s’arriccia in sordina

su strati innocenti di terriccio.

RABINDRANATH TAGORE (1861-1941), Premio Nobel nel 1913, a soli 52 anni.

Da “Dono d’amore”

Lei è vicina al mio cuore

come un piccolo fiore alla terra.

Lei è dolce come il sonno che viene

per il corpo stanco.

L’amore che provo è la mia vita,

che scorre velocemente come il fiume

durante le piene dell’autunno,

che scivola in sereno abbandono.

Le mie canzoni sono una cosa sola

col mio amore, come l’acqua che mormora

con le sue onde, le sue correnti.

Quando incrocio i tuoi occhi

Capelli d’oro come il sole che fa da manto.

Quando incrocio i tuoi occhi

finestre spalancano le braccia,

tovaglie di neve sfavillano.

Si schiudono i desideri dell’infanzia

per la bramosia cantata in sordina.

Quando incrocio i tuoi occhi

ogni ombra di tema svanisce,

si dissolve il veleno dell’erba dei campi.

Dai rovi nelle ruderi dei templi

sortiscono frutti di fuoco vermigli,

il mosto della terra annega le api.

Quando incrocio i tuoi occhi

si svuota lo spazio siderale,

le onde lambiscono i bagnasciuga

i leoni, le cerve, le colombe

tiepidi d’aria pura

mirano nascere la nostra primavera.

Quando incrocio i tuoi occhi

le pareti scottano di nuova vita,

dentro il nostro letto di natura

è eretto d’innocenza,

sempre più nuda e schiava

d’un eterno gioco di foglie.

PAUL ELUARD (1895-1952)

Da “La rosa pubica”

Smaniosa di mostrarmi la sua nudità intera

Dietro la finestra che scruto

In stanze oscure e calde

In vesti oscure e smaglianti

Di solito lei non è così discreta senza ragione

Appartiene al futuro

Presente di carne passata

Al vaglio di maree di speranza

Domani di baci incarnati

Come diamanti intagliati

Nell’abisso del piacere

Intenta malgrado la notte

Lei indulge al mio desiderio di sapere

Ai miei sogni innocenti sconfinati.

La melodia si dilegua

Si chiude la finestra

Non è mai stata là

Già ne immagino un’altra.

Il poeta

Il poeta è una nuvola innamorata,

una goccia di stella scesa dal cielo,

la sua parola è l’onda che sale e si rovescia,

parola nel mare che sposta le navi col pensiero

macchia di luna bagnata dai raggi del suo sorriso

cielo impassibilmente terso che custodisce

i sogni dei gabbiani: volano nella notte

scendendo dalle stelle,

risalgono nell’aurora bruciando il sole.

Un albero di luna

I tuoi piedi di velluto nell’ombra,

le tua mani nella luce

guidano il volo d’aquila reale,

volteggia in un cielo d’innocenza-

tra la rugiada dei fili d’erba

le mie labbra conobbero il fuoco.

Porgendoti la mano incrociai i tuoi occhi nocciola

che mi stanno scalfendo l’anima nei sogni

in un palpitare d’immagini colorate.

Non importa per te che hai occhi non nati:

quando aprirò il libro d’acciaio del secolo d’oro

isserò bandiera di te, stella prigioniera.

Dal blu della volta celeste

m’avvicino ai raggi frumento della tua chioma,

terra di grano nata dal sole-

si prepara il confine di notti scarlatte

nella mia anima rosso ciliegio

e accende pietre e ciottoli levigati.

Perché cresce l’onda del mio cuore

facendosi pane

e che la bocca lo divori-

il mio sangue è vino che suggi.

Il fuoco è l’amore rupestre che c’infiamma.

Io e te siamo un albero stellato di luna.

Un battello di sogni

Quello che osserviamo

è un battello di sogni,

un veliero che ondeggia in un dolce fiume

recando una donna che gioca all’amore.

Nel culmine di primavera,

con l’incipiente estate,

una frenesia di risate

in un giardino lussureggiante.

Alle porte di ogni alba

vi sarà un gallo che frantumerà

il tappeto delle stelle

su rulli di vivacità.

Sei una bocca avida nascosta

sotto le nuvole delle tue palpebre

dispensiera di sogni nel silenzio,

collana spezzata dalle mie parole ribelli.

Sei la bocca del mio giaciglio,

selvaggia, creata per me,

bocca immemore d’ancestrali parole-

bocca già illuminata dai miraggi della neve.

Bocca illuminata

Le feci io il primo,

vivace passo su questa terra rosata

con un acuto vagito di bimbo

donandole orchidee all’infinito-

sfavillanti come la neve,

ardenti come il sole di mezzogiorno.

Il gallo alle porte d’aurora

avrà frantumato il tappeto della notte

su rulli di vivacità.

Non si leverà tanto presto il capo

verso il sole che si adorna

ma si occulterà dietro gli occhi.

Si leverà poi verso una lama di luce

la tua bocca più vorace d’una mimosa,

bocca celata dietro a ciglia asciutte-

presto si occulterà dietro agli aghi di pino

dispensando sogni nel silenzio-

collana spezzata da parole ribelli.

Un’altra bocca per giaciglio,

amica di erbe febbrili,

selvaggia e buona creata per me

e per nessun altro-

bocca immemore d’ogni linguaggio.

Bocca illuminata dalla mia anima.

Un mazzo di fiori

Sei la palma prestabilita,

la vera roccia fra le altre rocce

scogliera del porto dell’anima

dove attracca il mio battello-

reca una donna che gioca all’amore.

E’ questo amore un bufalo che scende le colline,

una fiamma che spara lapilli-

m’incendiano di desiderio

fra lucerne di rugiada

perché ti scorgo lucente

come un panno bagnato, ti so viva,

tutto vive ed è palese.

Nei tuoi occhi vi son gocce ogni notte.

E’ questo uno specchio

per eludere foglie di cielo-

d’oro come il tappeto della tua chioma.

Sarà un abbigliamento da principessa, il tuo,

fra quattro mura dalle pareti d’arazzi,

l’abbigliamento d’una merlettaia

più incantevole d’un mazzo di fiori

allo scampanio dell’arcobaleno.

Giacinti di luna

In te sono giacinti di luna,

l’eco azzurrato delle stelle,

il chiarore e l’umidità

di perle di rugiada d’aurora.

Trascorre uno sterile giorno,

passa l’anno con corteccia di tartaruga

non avanza che un sogno di capelli,

la lingua dorata che si tramuterà

in favola d’amore che della sete

delle sinuose forme si alimenta.

Nelle acque marine in rivolta

quando le crepe dello specchio

si riflettono in un abisso,

quando si leva il fiore di carta

dipinto con audaci grafemi,

quando tutto mi dirà che un giorno bigio

s’è smorzato nel rossore del crepuscolo

ci saremo divisi nel medesimo oceano

con bocche incatenate piene di sale.

Il mondo da una mongolfiera

Scappa attraverso il paesaggio rupestre,
capelli corvini e occhi scuri,
fra le fronde e le carezze del vento
gambe tornite in calze di sabbia,
immemore in tutti i veli di ruscelli.
Ultimo palpito s’un volto trasfigurato.

Nella placidità del suo corpo
avanza una sfera di neve,
sulla pelle un neo di silenzio.
Le sue mani, archi canori
frantumano ogni luce d’alba.
Nella sua dimora conta i minuti.

Per la sua stella,
esplosa nell’aria d’aprile,
per regalarsi gli occhi, per vivere giunti
sino alle praterie in fiore,
per regalarsi immenso amore
per donarsi le iridi all’ultimo secondo.

Per dormire nella luna
in quattro pupille, il sole nelle medesime.
Un amore fra le labbra-un vago uccello
adorna i campi, i boschi,
le strade e il mare.
Bella come il mondo da una mongolfiera.

Un mazzo di fiori

Sei la palma prestabilita,

la vera roccia fra le altre rocce

scogliera del porto dell’anima

dove attracca il mio battello-

reca una donna che gioca all’amore.

E’ questo amore un bufalo che scende le colline,

una fiamma che spara lapilli-

m’incendiano di desiderio

fra lucerne di rugiada

perché ti scorgo lucente

come un panno bagnato, ti so viva,

tutto vive ed è palese.

Nei tuoi occhi vi son gocce ogni notte.

E’ questo uno specchio

per eludere foglie di cielo-

d’oro come il tappeto della tua chioma.

Sarà un abbigliamento da principessa, il tuo,

fra quattro mura dalle pareti d’arazzi,

l’abbigliamento d’una merlettaia

più incantevole d’un mazzo di fiori

allo scampanio dell’arcobaleno.

8/5/2020


Un cigno

Stamane, rose d’aurora profumano drappi di nuvole,
tu sei come il sole che sopra d’oro vi brilla –
un cigno perso in pupille di lago, acqua chiara
appartenente ad un’antica memoria di cielo
nella costellazione azzurra d’ogni desiderio,
due passi con te dal primo fiore all’infinito.

Eri passata nella sera luminosa e chiara, luna,
il sorriso scolpito sotto le fossette, rosse
d’un’emozione d’amore, il tuo nei gemiti
dipinti ad accendere il buio del silenzio
straripava nelle lenzuola fra le stelle, tu astro
nello sgargiante arcobaleno d’un’elegia di voglie.

Ora t’attende il tappeto d’ogni via, un tappeto d’oro
s’intarsia di luce fiera, quando tu passi
io ti venero poichè, se ogni passante ti lusinga,
tu, innamorata, volgi a me il mare degli occhi,
io nel velo nocciola mi perdo confuso, occhi d’anima –
i fili d’oro dei capelli fluttuanti nel vento, trecce di sole.

Tornerà, sui vetri ombreggiati dalla fuliggine del camino
l’acqua fresca di baci della sera, pioggia ad aghi sottili,
noi ubriachi di felicità, nel buio della notte scintille d’ebano
i nostri pensieri accesi d’amore – tu saluterai le mie carezze
fra le tue cosce bianche e snelle sospirando in una nuvola –
mi sveglierò al suono di campanelle dei tuoi bracciali.

Poesia particolarmente apprezzata da Giuseppe Conte

Il silenzio acuto del mattino

Scritta nel luglio 2001 e dedicata a mio padre scomparso per tumore polmonare il 30/10/2001.

a mio padre

Ho annodato
a ciottoli levigati
il fluire dei miei ricordi.
Forse era l’aurora cremisi
che si specchiava nei solchi
delle rare onde,
forse la magia
del silenzio acuto del mattino.
Forse la quiete infinita
ed il confluire d’umane speranze
tipici d’ogni alba
in qualunque angolo del mondo.
Forse un po’ di tutto ciò
mischiato all’amore per la vita:
e noi in simbiotica armonia
su quei greti ci trovavamo,
padre,
ed era l’acuto silenzio
delle nostre illusioni,
la genesi
delle nostre buone intenzioni.
Era la folgorante attesa
d’un alito di luce
a farci muovere, padre,
laddove ormai sono avanzate
poche manciate di rena
e l’acqua ha reso canute
persino le amiche conchiglie.

Vincitrice assoluta del Premio Age Bassi-Città di Castiraga Vidardo (LO) 2002.

Contenuta nella silloge L’arcobaleno, 2002, dedicata a mio padre, seconda classificata nel Premio Nazionale Emma Piantanida, Legnano (MI) 2003 e nel Premio Nazionale alla memoria di Maribruna Toni (PI) 2003. Menzione d’Onore nel Premio Letterario Nazionale Pinayrano, Pino Torinese (TO) 2003.

Pubblicata dalla rivista mensile nazionale Poesia nel 2002.

Nella trapunta delle stelle

Bionda dea,

chiudi gli occhi per adunavi il sole

d’oro come i capelli

fluttuanti nel vento come un fiore d’aprile.

Sei la verde salubrità della terra,

diafani l’aria, i laghi, i boschi.

Le labbra dischiuse in un sorriso,

labbra di fuoco

fiamma ardente del desiderio di baci

colti dapprima in uno spleen di rassegnazione

ora prato fiorito di mimose-

il loro respiro giunge alle zolle.

Più preziosa d’un’ostrica marina,

d’ogni nota dell’anima,

di pensieri di fuoco

che solchino la frescura del corpo.

Femminea fra gli altri astri

colei che risplende, dai ghiacci, in un secondo.

Prima ed ultima hai perso il tuo fiore,

svanito come un petalo di rosa reciso,

vivi per le vibrazioni del cuore

per bagnare di pioggia di gioia il mio cuore

per illuminare notti scarlatte con le coperte

a far da mantello alle eco nella trapunta delle stelle.

La danza gialla delle foglie

Ascolto le note musicali della tua voce

venuta dalla terra per salire al cielo,

spio i tuoi occhi d’onice:

ecco la tenerezza di sguardo di seta,

la tua bocca, parola senza eco.

Avverto salire a tentoni il muschio della tua pena.

E’ la guerra oscura del cuore

la lama spezzata di angosce commosse

l’ebbrezza dei desideri.

E’ questo la mia vita:

l’acqua che le tue iridi nere mi recano,

il concerto di voce dei tuoi sottili pensieri.

Ah, coppa, ruscello, mia agile futura compagna.

Scorgo le coppe nella danza gialla delle foglie.

Ti giunge ululando il vento

nell’ora del sangue fermentato

quando la terra palpitando vibra

sotto il pallore del sole che la riga con code d’ombra.

Eccola, la tua forma familiare,

ciò che m’inonda

che mi empie l’anima in abbandono,

la tenerezza che s’avvolge alle mie radici:

matura in una carovana di frutta

uscendo dal tuo cuore come il vino dal centro dell’uva.

Fata turchina

Né il cuore è più spezzato da una lama

in prati brinati di spine,

in un bosco vuoto come i bicchieri nell’aurora

perle d’acqua sgocciolano melodie d’amore,

il braccio si stringe alla tua cintola,

due mari nocciola nei tuoi occhi marroni.

Passi con coppe d’argento e ciglia asciutte

fata turchina dischiuso fiore,

aria che scende come un ruscello a valle,

sole splendente un po’ collerica,

impronta d’acqua ribelle che scivola

in un tappeto d’erba dove sei rosa selvatica.

La luna in strade sbiadite da luci gelate,

le solco raccogliendo giornali dai quali fuoriesce

la tua fotografia,

i cui titoli sono i sottili pensieri di canto della voce lieta,

la mattina m’intrufolo tra le lenzuola col soriano,

m’alzo, osservo la barba ispida fra le crepe dello specchio

poi gli racconto del tuo sorriso.

Germinerà e sortirà all’azzurro

ancor più il tempo dell’amore!

Si scardinerà il destino,

il silenzio della notte fermo ad ascoltare

dalla vista di Venere al primo bacio di raggi,

avviluppata fra le lenzuola, madida, sussultante in fremiti.

L’eco d’un canto

Si è corroso il paesaggio alpestre

in cui una coppia erotica sognava-

la brina sarà il sigillo del mare blu-

lei rideva dello sposalizio che desideravo

ma saranno nozze eterne come la luna

d’una vita invidiabile ed ammirata.

Maturità non sa quando saranno le praterie

tra futuri sorrisi tramutati in carezze-

gelosia degli altrui baci

ingloriosi solo per le altre donne

bruciavano solo di fuoco giallo

e trovavano chicchi d’aria.

Sarai nuda folgore,

ape nel mosto,

fra le braccia fremiti

di coralli di luce scarlatta

orlano le ginestre delle foreste

a primavera cespugli di neve si scioglieranno.

Il corpo di miele, i capelli corvini,

l’ampia fronte lucente

ti volgono ad una miniera di raggi dorati.

Quando nella rugiada del cielo

nell’alba il sole si leverà in drappi rossi

canterai con note musicali l’eco d’un canto.

La luce di quest’aurora

La luce di quest’aurora

è un tonfo di palme

gioco esaltante di domande

solenne rischio di rifiuti-

per le vicende del giorno

la parete perderà i suoi ciottoli.

La luce di quest’aurora

i seni spogli dei miei sguardi

gli olezzi multipli d’un mazzo di fiori

dalle rose ai ciclamini

passando attraverso i girasoli,

la viola del pensiero.

Il rumore delle pietre,

della risacca del mare-

sfiora anse di rena in cui ci stenderemo

frante dal bagnasciuga del frangiflutti.

Il miele della tua pelle, la fragranza del pane

dalle orchidee delle stelle scendono gabbiani implumi.

La luce di quest’aurora

fiamma che ti rigenera

nasce verde e muore d’erba.

I primi balbettii di felicità

furono sotto veli di rugiada.

E nelle tue labbra vi è il cielo.

Cicatrici d’amore

In punta di piedi m’appari in un sogno

avvolta in un vestito di seta fine

risvegliando una ghirlanda di ricordi,

cicatrici d’amore d’ una primavera profumata

in cui tra le lenzuola reggevo la tua mano

ultimo appiglio del mondo

e d’afose notti di mezz’estate

in cui le orme dei nostri passi sulla battigia

lasciavano una scia di libertà.

Poi ti rivedo sparire nella nebbia di novembre,

una densa coltre di panna sui nostri pensieri,

timbrandomi il lasciapassare della solitudine.

Fiorisce luce, ed è come se il cuore tremasse

al suono acuto dell’antica sveglia.

Aperte le persiane fatiscenti,

scendo in un dedalo di vie

lastricate di memoria

del tempo dell’amore perduto.

Ora sei la pietra spezzata, l’albero senza radici

e faccio naufragio nel mare della nostalgia

con una caravella di ricordi

tra l’indifferenza dei passanti

tale al passero che tenta il volo

ma cade senza destare stupore.

Pubblicata per due numeri consecutivi dalla rivista mensile nazionale Poesia nel 2010

Letta nel 2016 al Teatro Filodrammatici di Milano con Giuseppe Conte e Tomaso Kemeny

Perché per me sei la più bella

Nel mio cuore

ti lascio un fremito diamantato,

ciò che da te non ebbi

ma che mi donerai come un diadema stellato

figlio d’un antico incantesimo.

Il mio amore è un uccello ferito

e io ne sarò la panacea.

Perché per me sei la più bella.

Hai tatuaggi di nuvole,

cigni e gabbiani

non sulla pelle ma nell’anima,

pura e nitida.

E’ di pane il tuo cuore

e le tue mani sono archi stellati.

Hai anima che immagino rosso fuoco

come una stilettata nelle tenebre,

prelude ad un gomitolo di lenzuola

in cui, madidi, ci avvinghieremo.

Col pianoforte dei miei versi

per te suonerò note audaci,

nella neve o fra gli aironi

e su di te, sulle tue ciglia

cadrà musica di vero amore.

Sempre m’immergerò

nella tua ombra di corallo.

L’alba e il crepuscolo

saranno il nostro sorriso:

vedrò l’aurora nei tuoi capelli

e la sera nelle tue unghie.

Il tuo viso e il tuo corpo

entrarono dentro di me in una casa straniera

in quella giornata miracolosa

velata da aghi di pioggia e da un sogno,

un giorno di miracolose resurrezioni di farfalle

in cui tu, prima stella da qui all’infinito,

fosti avvolta in una carezza di luce,

io felice per averti trovata

fra le crepe d’uno specchio.

La tua bocca mi regalava

libellule di luce,

pensando ad appuntamenti in radure ombrose

in cui rotolarci innamorati nell’erba;

desiderai avvicinarmi al fogliame

per stendermi con te presso il greto d’un ruscello,

nuotando controcorrente, com’è nella vita

il nostro cammino.

Il nuovo autunno della volta celeste

sarà velato di fari nella trama delle stelle,

cadranno in ottobre foglie dagli aceri,

un autunno di nebbie e tristezze.

Io non so dove andrai, dove andrò

camminando senza la mia duplice.

So solo che la mia cripta recondita di gioia

la devo al tuo ricordo etereo,

mia quaglia piumata.

Saremo uniti e le nostre mani

s’incroceranno tra glicini.

Tutto sarà riunito.

Perché per me sei la più bella.

L’eco d’un canto

Si è corroso il paesaggio alpestre

in cui una coppia erotica sognava-

la brina sarà il sigillo del mare blu-

lei rideva dello sposalizio che desideravo

ma saranno nozze eterne come la luna

d’una vita invidiabile ed ammirata.

Maturità non sa quando saranno le praterie

tra futuri sorrisi tramutati in carezze-

gelosia degli altrui baci

ingloriosi solo per le altre donne

bruciavano solo di fuoco giallo

e trovavano chicchi d’aria.

Sarai nuda folgore,

ape nel mosto,

fra le braccia fremiti

di coralli di luce scarlatta

orlano le ginestre delle foreste

a primavera cespugli di neve si scioglieranno.

Il corpo di miele, i capelli corvini,

l’ampia fronte lucente

ti volgono ad una miniera di raggi dorati.

Quando nella rugiada del cielo

nell’alba il sole si leverà in drappi rossi

canterai con note musicali l’eco d’un canto.

Ancora un bacio

Le rondini nel crepuscolo

hanno ali sparpagliate

nel mio bosco dei pensieri

vuoto come i calici all’alba.

Nei recessi dei miei desideri

nell’aurora cantano

echi femminei di baci

nel vasto, ribelle chiarore accecante.

Nella metropoli aghi di pioggia

sulle foglie dei lampioni

in un silenzio di tomba

segnano i calcinacci delle ore.

Ma il tempo non padroneggia i capricci,

s’affloscia, scende sabbia di clessidra

tale ad una risata sardonica

che sfida la noia.

La notte insipiente si dilegua,

la solitudine è falsità:

ancora un bacio, uno solo

per non pensare più al deserto.

Parole ispirate

Danziamo nella brezza

per una strada che non avrà fine

le foglie hanno passi spediti

t’accarezzerò in un diluvio di colori

le nuvole nascondono la tua ombra

i tuoi occhi occultano il cielo.

I miei li ho serrati umidi

per non piangere

per la paura di non scorgerti lucente.

Dove sono le tue mani di seta,

le tiepide carezze?

Tutto da afferrare graffiando.

Le notti t’amo,

avrò l’alba nelle vene

mi fido delle tenebre

mi conferiscono potere d’indovinarti

il potere di rivelarti

fiamma latente dei giorni.

Nel meridiano baciato da trilli

di fronte vedo occhi più vivi

in sintonia col desiderio

di far ritorno alle fonti della vita.

Volgo il capo, ascolto parole ispirate

condividendo l’amore che per gioco m’ignora.

La rinascita

Il tuo capo stupito, commosso,

visto in primo piano

si può paragonare senza civetteria

alla folgore sferica

d’una perla d’acqua,

ad una corolla blu,

alla potenza degli uragani,

al cielo trapuntato d’astri come un nasturzio luminoso.

Violentemente tenero,

delicato e indifeso

abbandona le zolle ai loro segreti;

questo eremo diseredato

ove prende forma il silenzio delle stelle

che si ferma ad ascoltare e lo persuade.

Qual è la rinascita che ha prevalso

ora e sempre nella mia vita?

Solo i tuoi capelli, ponti solari,

che ancora non hanno parlato

ma dapprima la fiamma dei tuoi occhi

hanno smentito per sempre

le antiche pozzanghere lunari.