L’aprirsi d’un mare oltre la luce degli occhi

I marosi si ritraggono veloci
accarezzando le spine dei ricci
e s’infrangono sulla scogliera.
I pori delle rocce s’imbevono di salmastro-
ma conta il fragore che s’instilla nell’udito,
ne coglie le sfumature e genera curiosità-
sorge un lampo acuto nelle pupille-
si sposta la luce degli occhi
e del litorale ne coglie le rilevanze.

E’ una costiera frastagliata-
di anse ebbre di sale, insinuate,
aperte a sbocchi sulle increspature-
sottilmente infittite da una spuma ferita
dal vento di maestrale.

Al limitare della distesa salina,
vaghi promontori s’intuiscono
in un arcipelago.
Un’ isola annessa appare nell’aria tersa-
ma sparisce non appena compaiono velature.

E, però, più l’aprirsi d’un mare sin dalle rive-
varca l’ampiezza d’una fitta coltre di nubi-
a render lucente l’immagine d’ una fotografia di libertà.

Umili alcove in un paese lacustre

In un paese di case dai muri ingialliti-
s’affaccia s’un dirupo lacustre-
si snodano pochi intrecci di vicoli.
Tra questi-il ritrovo centrale-
è un bar dal retro fumoso e stanco
in cui i vecchi si sfidano a scopa
schiamazzando, insultandosi tra le coppie
per un errore nel completare la primiera.
Casupole al termine dei giorni estivi
inondate dal gioioso riflesso rossastro
del calare del Sole, nell’orizzonte.
Attraverso lo specchio delle finestre
è ammirare un cielo di nubi-sospinte
da un soffio di vento, nell’istante
s’accanisca si proiettano trafelate.
Umili alcove, di amori nel destino,
pochi spiccioli spesi nel cibo e nei pargoli-
il materasso duro unico momento d’ardore.
Semplici unioni profonde, un futuro prevedibile,
tali ai solchi delle rughe- scanalature
al limitare della notte d’un sonno infinito.

La luce d’un’estate in una fortezza

E’ un’ estate degli schiavi d’una guerra
priva d’un ideale per la patria non amata.
I raggi dorati e bollenti del Sole
spaccano le pietre di granito
d’una fortezza in cui si pone rifugio
nelle ore di tregua dell’ aspra battaglia.
Una vita animalesca, d’un incauta lucertola-
perde la coda, ansima ma prosegue il cammino.
Seduti intorno ad un tavolo sudicio
puntiamo il poco denaro in giochi di carte,
giochi di furbizia, nel reciproco inganno
all’unico fine d’accaparrarci una somma-
una ricchezza fittizia- il giorno dopo sparisce.
Si elevano le colonne di fumo delle sigarette-
un fumo denso-traspaiono solo i visi di fronte.
Sono gli unici momenti di vaghi discorsi-
una matura esperienza di sofferenza in ciascuno.
Nella veglia delle ore notturne di tregua
s’odono solo echi di spari nel silenzio,
nel cielo sferzano lampi di proiettili.
L’unica luce è risorgere in un mondo di pace,
fare ritorno in un paese trasformato-
non accecato-unica mira espandere i confini-
dove la dolca ferita sarà ascoltare la vita.

Il marinaio

La nave è un diario di pensieri velati
in cui, giorno dopo giorno da una vita,
ostacolato  da onde a volte impetuose,
il marinaio  tende le gomene nodose,
i muscoli tesi madidi  di sudore-
momento del riposo  nel letto, spossato.
Unico bagliore nell’attualità, i  lidi
di desideri fioriti in ogni  porto
e consumati nella fretta di salpare.
Il tepore del focolare del paese natale
è un lenzuolo stinto nella memoria,
tale al profumo di pane appena sfornato.
Dispersi nella lunga scia del motore
sono i ricordi a lui legati della campagna:
il profumo del tappeto d’erba dei prati,
il colore dei lamponi e delle more,
gli acuti gialli dei canarini nell’aria.
Lampi che gli attraversano la mente,
unico appiglio all’amore invariato
per il paese natale in cui è cresciuto.
Poi, un giorno remoto, via, s’è imbarcato.

Una modifica di una pubblicazione
di Poesia col titolo originario
de La nave

 

Il pescatore

 

 

E’ solo nelle forti tempeste di maestrale
il disperdere tempo prezioso- immense ondate
s’infrangono impetuose tra le conchiglie.
Giorni inutili del pescatore, sin col nonno,
nel paese, unica parlata il dialetto,
ad apprendere i dettagli del mestiere.
Presto con i compagni di conoscenze
a sortire nell’alba dal porticciolo,
la fragile chiglia solca in ogni stagione
il saliscendi a intervalli del mare,
il motore scoppietta calcolata miscela.
E’ un costante perseverare nello scandagliare
i fondali sabbiosi in cerca di sorgenti fruttifere.
L’unico strumento a disposizione dalla nascita
nell’arrampicare gli stenti, svicolare
tra le enormi pietre predisposte.
La casa è diroccata -nei muri crepe e muffa-
e l’allusione all’amore poco gli appartiene,
sino a una scarna prole a cui dare pane.
Le rughe di sale presto corrugheranno il viso,
dalla  gioventù la pelle ne era già segnata
e, forse, un giorno qualsiasi, un pericolo mortale,
per una barca che n’è talmente incurante,
apporrà il punto,  nei flutti, al dolore.