L’eco d’un canto

Si è corroso il paesaggio alpestre

in cui una coppia erotica sognava-

la brina sarà il sigillo del mare blu-

lei rideva dello sposalizio che desideravo

ma saranno nozze eterne come la luna

d’una vita invidiabile ed ammirata.

Maturità non sa quando saranno le praterie

tra futuri sorrisi tramutati in carezze-

gelosia degli altrui baci

ingloriosi solo per le altre donne

bruciavano solo di fuoco giallo

e trovavano chicchi d’aria.

Sarai nuda folgore,

ape nel mosto,

fra le braccia fremiti

di coralli di luce scarlatta

orlano le ginestre delle foreste

a primavera cespugli di neve si scioglieranno.

Il corpo di miele, i capelli corvini,

l’ampia fronte lucente

ti volgono ad una miniera di raggi dorati.

Quando nella rugiada del cielo

nell’alba il sole si leverà in drappi rossi

canterai con note musicali l’eco d’un canto.

Ancora un bacio

Le rondini nel crepuscolo

hanno ali sparpagliate

nel mio bosco dei pensieri

vuoto come i calici all’alba.

Nei recessi dei miei desideri

nell’aurora cantano

echi femminei di baci

nel vasto, ribelle chiarore accecante.

Nella metropoli aghi di pioggia

sulle foglie dei lampioni

in un silenzio di tomba

segnano i calcinacci delle ore.

Ma il tempo non padroneggia i capricci,

s’affloscia, scende sabbia di clessidra

tale ad una risata sardonica

che sfida la noia.

La notte insipiente si dilegua,

la solitudine è falsità:

ancora un bacio, uno solo

per non pensare più al deserto.

Parole ispirate

Danziamo nella brezza

per una strada che non avrà fine

le foglie hanno passi spediti

t’accarezzerò in un diluvio di colori

le nuvole nascondono la tua ombra

i tuoi occhi occultano il cielo.

I miei li ho serrati umidi

per non piangere

per la paura di non scorgerti lucente.

Dove sono le tue mani di seta,

le tiepide carezze?

Tutto da afferrare graffiando.

Le notti t’amo,

avrò l’alba nelle vene

mi fido delle tenebre

mi conferiscono potere d’indovinarti

il potere di rivelarti

fiamma latente dei giorni.

Nel meridiano baciato da trilli

di fronte vedo occhi più vivi

in sintonia col desiderio

di far ritorno alle fonti della vita.

Volgo il capo, ascolto parole ispirate

condividendo l’amore che per gioco m’ignora.

La rinascita

Il tuo capo stupito, commosso,

visto in primo piano

si può paragonare senza civetteria

alla folgore sferica

d’una perla d’acqua,

ad una corolla blu,

alla potenza degli uragani,

al cielo trapuntato d’astri come un nasturzio luminoso.

Violentemente tenero,

delicato e indifeso

abbandona le zolle ai loro segreti;

questo eremo diseredato

ove prende forma il silenzio delle stelle

che si ferma ad ascoltare e lo persuade.

Qual è la rinascita che ha prevalso

ora e sempre nella mia vita?

Solo i tuoi capelli, ponti solari,

che ancora non hanno parlato

ma dapprima la fiamma dei tuoi occhi

hanno smentito per sempre

le antiche pozzanghere lunari.

La medesima idea

Il verde dei prati

e l’azzurro del cielo

sono impazziti,

il paesaggio abbaglia

il nostro universo incolore,

i corpi assumono forma di fiamma.

Con mani ardite

lavoro il tuo sentore di rosa spenta

che smuove le zolle, il mondo rupestre

per vivere una notte non l’ultima

ma la prima senza tema,

fatica, ignoranza.

Notte senza pena, disgusto

d’una vita rosea scaturita

in questa primavera d’abbacinate farfalle.

Ascoltami bene:

le tue mani parlano e hanno il mio stesso colore

perché sei come i fili d’erba trapuntati di glicini.

Siamo la medesima idea proiettata negli scantinati del futuro.

25/4/2020

Fata turchina

Né il cuore è più spezzato da una lama

in prati brinati di spine,

in un bosco vuoto come i bicchieri nell’aurora

perle d’acqua sgocciolano melodie d’amore,

il braccio si stringe alla tua cintola,

due mari nocciola nei tuoi occhi marroni.

Passi con coppe d’argento e ciglia asciutte

fata turchina dischiuso fiore,

aria che scende come un ruscello a valle,

sole splendente un po’ collerica,

impronta d’acqua ribelle che scivola

in un tappeto d’erba dove sei rosa selvatica.

La luna in strade sbiadite da luci gelate,

le solco raccogliendo giornali dai quali fuoriesce

la tua fotografia,

i cui titoli sono i sottili pensieri di canto della voce lieta,

la mattina m’intrufolo tra le lenzuola col soriano,

m’alzo, osservo la barba ispida fra le crepe dello specchio

poi gli racconto del tuo sorriso.

Germinerà e sortirà all’azzurro

ancor più il tempo dell’amore!

Si scardinerà il destino,

il silenzio della notte fermo ad ascoltare

dalla vista di Venere al primo bacio di raggi,

avviluppata fra le lenzuola, madida, sussultante in fremiti.

Sul lungofiume

Piante maggiori
coinvolte nel fuoco,
bionde o brulle, bruma o rugiada,
fiori estremi maledetti.
I tuoi seni di grazie accettate,
risate fra gli alberi, corse affannate.

Sono venti d’uragano.
Uragano che protegge le sue creature
frantuma steli di luce
assegna erbe agli insetti
nelle fumate dell’autunno,
nelle ceneri dell’inverno.

Randagia dalla fronte spianata,
il suo cuore, i suoi occhi-
è un astro,
le sue orbite palesano i pensieri:
trapuntati veleggiano in un gruzzolo di luce
nel tepore della stagione delle rondini.

Sul lungofiume di ramature
palpebre dischiudono intriganti occhi bruniti
dal bagliore dell’eco del fuoco.
Sul lungofiume dalle labbra umide
sognando la tua anima d’ombra
svanisce ogni assedio di pena.

Onda di marea

Onda di marea risacca del firmamento,

acqua che sale sulla rena dove le nostre orme,

passeggiando, lasciano una scia di libertà-

t’apri come la corolla d’una rosa nell’aurora.

Un immenso che graffia il vento

come un potente lancio di frecce nel cielo.

Ah primavera di abbacinate farfalle,

lei rondine innamorata che vola dal mio cuore al sole.

Scalpita nel crepuscolo,

i tratti del suo volto incisi dai coltelli nelle mie mani

lei, i suoi acuti giunti ai miei

lei, i suoi occhi neri.

Lei, il suo cuore, libellula libera

che, come una formica intelligente

con antenne d’istinto mi tocca.

Se le mie parole la trapassassero come aghi

dovrebbero entrare come spade

in un velluto d’arazzi.

Fiamma di luci,

liberami da questa notte cupa che annienta.

Amami, desiderami: la tua voce riecheggia nell’aria

e arde nel vento, la mia si smorza e muore.

Il mio richiamo la raggiunse

nelle notti di gelide stelle.

Il pianoforte dei miei versi

Perchè continui a percorrere

il tuo contorno, le linee armoniose

ti coricherai sul pianoforte dei miei versi

come in terra di boschi o di schiuma

nel sapore del gusto dei frutti delle zolle

o nelle note vivaci della musica marina.

Hai piedi morbidi e arcuati

identici ad un antico lamento

delle anse del vento o del suono-

giunge alle tue orecchie perfette,

infinitesime e rare conchiglie

del fantasmagorico reef del Mar Rosso.

Uguali sono i tuoi seni paralleli

e sono, spiccando il volo, le orbite

che si dischiudono in una luce di stella

o si serrano rarefatte-

mai una perla di lacrima, asciutte-

due città sconfinate nel mare degli occhi.

Non è solo luce che cade nel mondo

il loro bagliore:

è soffocare la neve d’inverno,

da te emana luminaria nei campi

perché sei la stella, accesa dentro.

Sotto la tua cute canta la luna.

Amami

Ebbra di spuma agile e leggera,

i miei baci percorrono i tuoi lineamenti

e t’accendono notti azzurrate dai riflessi delle stelle,

risonanza prigioniera come un vaso di creta.

Le foglie cadono dagli aceri,

cadono e muoiono gli uccelli ma tu voli, colomba innamorata.

Vieni, vieni come un usignolo nel sottobosco,

desiderami, fammi vibrare come schiuma nella salsedine.

Ah, mia mesta chimera o mia profumata ghirlanda:

la vita sancirà il nostro solcare un’onda

che s’innalzerà sino ad essere, dea,

due anime gemelle in un futuro di magia.

Fiamma di luce,

liberami da questo cielo cupo che incalza ed annienta.

La scintilla dei tuoi occhi ramati

mi sommergerà nel tuo nido di vertigine e carezze.

Amami.

Chino ai tuoi piedi di velluto ti grido: “amami!”

Passiamo ore di fuoco

in notti pregne di astri e gabbiani.

L’eco della tua voce musicale arde nel vento,

la mia è infranta ed urla:

amami, desiderami come la prima schermaglia di labbra.

Perché con te ogni crepuscolo è il preludio ad una pioggia verde di baci.

Amore dalle trecce di sole

Amore dalle trecce di sole,

dalle coppe a forma di colomba

intenta malgrado la notte che avanza

nell’abisso del piacere

indulge al mio desiderio d’amare,

ai miei sconfinati sogni innocenti.

Sotto pendii innevati

i nostri occhi chiudono le loro finestre

nelle quattro mura di cartone

della nostra intimità di baci incarnati-

la tua immagine latente

sempre a me ritorna.

E’ qui che iniziano in un canto

i nostri viaggi e le migliori follie,

cominciano e non terminano,

proteggono le nostre vite-

tu astro sceso per miracolo dal camino

ad illuminare l’intera stanza.

Una foglia lucente come un panno bagnato

è madre della tua chioma quasi come fili d’erba.

I laghi ingabbiati in fondo alle pozze,

gli anelli della frescura del vento in giardini novelli:

di questi la più bella sei tu,

un balsamo che invita al riposo.

Bocca illuminata

Le feci io il primo,

vivace passo su questa terra rosata

con un acuto vagito di bimbo

donandole orchidee all’infinito-

sfavillanti come la neve,

ardenti come il sole di mezzogiorno.

Il gallo alle porte d’aurora

avrà frantumato il tappeto della notte

su rulli di vivacità.

Non si leverà tanto presto il capo

verso il sole che si adorna

ma si occulterà dietro gli occhi.

Si leverà poi verso una lama di luce

la tua bocca più vorace d’una mimosa,

bocca celata dietro a ciglia asciutte-

presto si occulterà dietro agli aghi di pino

dispensando sogni nel silenzio-

collana spezzata da parole ribelli.

Un’altra bocca per giaciglio,

amica di erbe febbrili,

selvaggia e buona creata per me

e per nessun altro-

bocca immemore d’ogni linguaggio.

Bocca illuminata dalla mia anima.

Quando incrocio i tuoi occhi

Capelli d’oro come il sole che fa da manto.
Quando incrocio i tuoi occhi
finestre spalancano le braccia,
tovaglie di neve sfavillano.
Si schiudono i desideri dell’infanzia
per la bramosia cantata in sordina.

Quando incrocio i tuoi occhi
ogni ombra di tema svanisce,
si dissolve il veleno dell’erba dei campi.
Dai rovi nelle ruderi dei templi
sortiscono frutti di fuoco vermigli,
il mosto della terra annega le api.

Quando incrocio i tuoi occhi
si svuota lo spazio siderale,
le onde lambiscono i bagnasciuga
i leoni, le cerve, le colombe
tiepidi d’aria pura
mirano nascere la nostra primavera.

Quando incrocio i tuoi occhi
le pareti scottano di nuova vita,
dentro il nostro letto di natura
è eretto d’innocenza,
sempre più nuda e schiava
d’un eterno gioco di foglie.

La rinascita

Il suo capo stupito, commosso,

visto in primo piano

si può paragonare senza civetteria

alla folgore sferica

d’una perla d’acqua,

ad una corolla blu,

alla potenza degli uragani,

al cielo trapuntato d’astri come un nasturzio luminoso.

Violentemente tenero,

delicato e indifeso

abbandona le zolle ai loro segreti;

questo eremo diseredato

ove prende forma il silenzio delle stelle

che si ferma ad ascoltare e lo persuade.

Qual è la rinascita che ha prevalso

ora e sempre nella mia vita?

Solo i tuoi capelli, ponti solari,

che ancora non hanno parlato

ma dapprima la fiamma dei tuoi occhi

hanno smentito per sempre

le antiche pozzanghere lunari.

Una bimba

Una notte azzurra-

esili copricapi di stelle fanno da manto

ai nostri pensieri di rugiada-

nella via delle costole

giungi a me in tre falde di flashes onirici

la duplice: saranno due bocche nei riflessi dei vetri.

Il mare regna vicino

sull’estate delle tue forme sode.

Saranno notti che dischiuderanno l’eco della volta

allo straripare dei tuoi gemiti,

passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga

dove le nostre orme lasceranno una scia di libertà-

persino gli arenicoli danzeranno di gioia.

Nella trasparenza erratica

delle tue iridi nocciola intarsiate di pagliuzze dorate

non invidierò la tua inesperienza

sulla paglia dell’acqua,

s’inchinerà senza tregua la strada dell’amore.

In quel soffio di sole,

d’oro come la tua chioma,

in quella luce iridescente

d’un domani di trepide carezze e baci incarnati

che modellerà nell’ombra il tuo specchio di gelsomino

una bimba sarà effigiata sui tuoi fianchi esangui.

T’amo

Scrivo a lettere di fuoco

l’atlante del mappamondo delle tue colline.

La mia bocca di fuoco

si rivela in mille giochi di lusinghe.

Ho tante storie da narrarti sul confine del crepuscolo

perché t’accenda in riflessi sotto la campanula del firmamento.

E’ tempo d’uva, di raccolti fruttiferi

per me che vissi in lidi dove t’amavo

solcando le onde con una caravella di ricordi,

pescando con reti che non trattenevano acqua d’oblio.

Ne restano appese gocce che tremano

come dei tuoi occhi gli intarsi delle pagliuzze.

Ami giocare con la luce del cielo stellato,

giungi a me tra fiori e frumento,

d’oro come i capelli di sole della tua chioma.

A nessuna assomigli da quando t’amo,

nel viso di latte di tutte le donne vedo il tuo-

ti stenderò un tappeto fiero ovunque tu passi ammirata.

T’amo su questa terra azzurra,

nel bosco incantato dei pensieri,

nei sottoboschi dal profumo di ciclamini.

Ti porrò una rosa all’occhiello

colta per magia sotto l’odore dei tigli

accendendo col fiore più bello il tuo sorriso.

Torino

Torino, città amica con stelle

di plastica e luna di rugiada-

le tue pupille infiammate,

il loro fuoco non virtuale

riflettono il tuo sorriso,

sono la canzone delle alghe.

Le macchie della luna

ammiccanti fra drappi d’astri

in cui sei quello che risplende

lusingata da orbite grevi-

i seni torniti, le natiche sode

si dischiuderanno nell’eco della volta.

In un sorso d’acqua vivo

lei avrà i primi, morbidi palpiti

ornata da torpide pellicce.

E’ donna di semplicità oceanica,

insondabile come una vetrina abbagliata,

polvere impalpabile nell’edera del crepuscolo.

Mai m’abbandonerà e non sarò solo,

non m’appunterà il frangente del “no”

perché possiede vivacità macchinale,

l’irreperibile dolcezza azzurra-

saranno dieci minuti di baci sfregiati,

avrà i gemiti incessanti del fiore brunito.

Quando incrocio i tuoi occhi

Capelli neri come il cielo che fa da manto.

Quando incrocio i tuoi occhi

finestre spalancano le braccia,

tovaglie di neve sfavillano.

Si schiudono i desideri dell’infanzia

per la bramosia cantata in sordina.

Quando incrocio i tuoi occhi

ogni ombra di tema svanisce,

si dissolve il veleno dell’erba dei campi.

Dai rovi nelle ruderi dei templi

sortiscono frutti di fuoco vermigli,

il mosto della terra annega le api.

Quando incrocio i tuoi occhi

si svuota lo spazio siderale,

le onde lambiscono i bagnasciuga

i leoni, le cerve, le colombe

tiepidi d’aria pura

mirano nascere la nostra primavera.

Quando incrocio i tuoi occhi

le pareti scottano di nuova vita,

dentro il nostro letto di natura

è eretto d’innocenza,

sempre più nuda e schiava

d’un eterno gioco di foglie.

Un autunno di tigri all’agguato

Saremo giunti con un dardo nel petto

in un autunno di tigri all’agguato

della nostra fragrante pelle di miele,

un olezzo d’inaccessibile cute

desiderando annusare sudore verde

ci ritroveremo nell’umidità dei baci.

Mia compagna d’infinite, palpitanti visioni

come minacciosi rintocchi di campane,

puledra dai fianchi snelli che vorrei toccare

dal canto del sorriso di stella-

in un futuro paesaggio di foglie ingiallite

ci inumidiremo le labbra invase dalla sete.

Lì sono i tuoi occhi odoranti di selvaggina,

di fulmine che trapassa pareti-

hai denti che mordono mele di sangue,

le tue mani graffiano il sole ghermendolo,

i piedi di pioggia, imbuti d’ombra,

son fiori dall’olezzo di mimose.

Mi spii con labbra carnose

scalfisci le pietre, l’oro e l’argento,

cresce l’aerea rete di pensieri,

la tua scorza-non vi è distanza né rame.

Vorrei toccare in un palpito le tue morbide mani

e far cadere crepitando il vellutato fiore brunito