Una bimba

Una notte azzurra-

esili copricapi di stelle fanno da manto

ai nostri pensieri di rugiada-

nella via delle costole

giungi a me in tre falde di flashes onirici

la duplice: saranno due bocche nei riflessi dei vetri.

Il mare regna vicino

sull’estate delle tue forme sode.

Saranno notti che dischiuderanno l’eco della volta

allo straripare dei tuoi gemiti,

passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga

dove le nostre orme lasceranno una scia di libertà-

persino gli arenicoli danzeranno di gioia.

Nella trasparenza erratica

delle tue iridi nocciola intarsiate di pagliuzze dorate

non invidierò la tua inesperienza

sulla paglia dell’acqua,

s’inchinerà senza tregua la strada dell’amore.

In quel soffio di sole,

d’oro come la tua chioma,

in quella luce iridescente

d’un domani di trepide carezze e baci incarnati

che modellerà nell’ombra il tuo specchio di gelsomino

una bimba sarà effigiata sui tuoi fianchi esangui.

Un’idea simbiotica

Come una belva

in un refolo acuto di vento

la mia bella vola tale ad una farfalla

spargendo sulla rugiada dell’erba

olezzi di profumi, guardandomi

con pupille assetate di baci.

Ha luce folgorante

come il grano dei suoi capelli;

fra le anche un fremito

può orlare le corolle d’acqua

sopra le foreste che brillano

e sotto la maschera sono più incantevoli

i suoi occhi ambrati.

Sono la sua ape sulla coscia-

feroce pungolo che non l’abbandonerà

né tra le viuzze, né sulla paglia dell’acqua,

né fra le madide lenzuola.

Io e l’incenso della sua chioma frumento

siamo un’idea simbiotica che vola verso il turchino.

Il nostro orizzonte

Sarà il mazzo di rose che ti donerò

a profumarti la pelle ambrata

che, in un vago tremore di stelle,

mi fa ambire a notti di saliscendi.

Intanto ardo in un’unica fiamma

e, nelle ghirlande delle tue braccia,

la mia isola ancor ignota

avrà la forma del tuo corpo.

Lo spazio avrà un unico fremito,

un orizzonte solo per te e per me.

Perché per me sei la più bella

Nel mio cuore

ti lascio un fremito diamantato,

ciò che da te non ebbi

ma che mi donerai come un diadema stellato

figlio d’un antico incantesimo.

Il mio amore è un uccello ferito

e io ne sarò la panacea.

Perché per me sei la più bella.

Hai tatuaggi di nuvole,

cigni e gabbiani

non sulla pelle ma nell’anima,

pura e nitida.

E’ di pane il tuo cuore

e le tue mani sono archi stellati.

Hai anima che io immagino rosso fuoco

come una stilettata nelle tenebre,

prelude ad un gomitolo di lenzuola

in cui, madidi, ci avvinghieremo.

Col pianoforte dei miei versi

per te suonerò note audaci,

nella neve o fra gli aironi

e su di te, sulle tue ciglia

cadrà musica di vero amore.

Sempre m’immergerò

nella tua ombra di corallo.

L’alba e il crepuscolo

saranno il nostro sorriso:

vedrò l’aurora nei tuoi capelli

e la sera nelle tue unghie.

Il tuo viso e il tuo corpo

vennero da me da una casa straniera

in una giornata miracolosa

velata da aghi di pioggia e da un sogno,

un giorno di miracolose resurrezioni di farfalle

in cui tu, prima stella da qui all’infinito,

fosti avvolta in una carezza di luce,

io felice per averti trovata

fra le crepe d’uno specchio.

La tua bocca mi regalava

libellule di luce,

pensando ad appuntamenti in radure ombrose

in cui rotolarci innamorati nell’erba;

desiderai avvicinarmi al fogliame

per stendermi con te presso il greto d’un ruscello,

nuotando controcorrente, com’è nella vita

il nostro cammino.

Il nuovo autunno della volta celeste

sarà velato di fari nella trapunta delle stelle,

cadranno in ottobre foglie dagli aceri,

un autunno di nebbie e tristezze.

Io non so dove andrai, dove andrò

camminando senza la mia duplice.

So solo che la mia cripta recondita di gioia

la devo al tuo ricordo etereo,

mia quaglia piumata.

Staremo uniti e le nostre mani

s’incroceranno tra spine.

Tutto sarà riunito.

Perché per me sei la più bella.

L’isola d’amore

Sei la regina del mio mondo

con la dolcezza del tuo volto,

lo scintillio del sorriso di madreperla

e le dita che assomigliano a petali.

Stella gemella della mia bocca

in giorni costellati di baci,

amor mio, a volte nella nostra vita

batte sul selciato che solchiamo

o scende notturna in fitti aghi di pioggia

ma noi vi nuotiamo controcorrente,

com’è nella vita il nostro cammino.

Ogni notte che trascorro supino

senza le ghirlande delle tue membra

sogno che siamo due alberi

che s’elevano insieme, con radici intricate

come gli ostacoli della nostra epopea.

Immersa in un gomitolo di lenzuola

amami prima d’assopirti stremata

perché sulla riva del mio mare

sei l’unica isola d’amore.

E quando anch’io m’addormenterò

fra le tue braccia candide

lascia stare le mie mani

sui tuoi capezzoli ancor turgidi.

Il mio amore

Il mio amore è una goccia di quarzo,

prezioso come un diamante,

unico come il rosso dell’ippocastano.

Ha corpo dalle linee armoniose

che risplendono nella luna d’estate;

piedi profumati, morbidi e arcuati,

piedi di rosa, di ciliegia.

Ah amore alle prime luci d’aurora

dove goccia a goccia dal sole

cade la luce sul nostro emisfero,

amore che sparge tra i fili d’erba

grande aroma di rugiada.

Ora percorro il tuo contorno

bacio a bacio-

baci che s’arrampicano sopra la pelle

rampicando e mordendo

come una mela di sangue dolce.

Fra gli arenicoli sul litorale

siamo due corpi che giacciono

in attesa dei minerali dorati della nave notturna.

La tua bellezza

Celebro la tua bellezza

sin da quando entrasti nei miei versi

come se fossero terra sorgiva,

ebbra di profumo di glicini.

Sei la mia bella

sia nella sgargiante veste turchese

sia ignuda

con le palpebre da cui si schiudono-

due nuvole sconfinate nel cielo degli occhi.

La tua bellezza d’oro e frumento,

di fine alabastro

è l’odore fino d’un fiore fiorito,

colto un gelido inverno tra vetri brinati

quando il tuo corpo di quarzo

si plasmò nella mia anima

e, morbido come il pane,

svelò il segreto delle tue colline dorate.

Non è solo la tua luminaria

a cadere a sciami sul mio mondo;

da te emana una sorgente di vera luce

perché sei accesa dentro

come un fuoco che guida i miei passi.

T’amo

Scrivo a lettere di fuoco

l’atlante del mappamondo delle tue colline.

La mia bocca di fuoco

si rivela in mille giochi di lusinghe.

Ho tante storie da narrarti sul confine del crepuscolo

perché t’accenda in riflessi sotto la campanula del firmamento.

E’ tempo d’uva, di raccolti fruttiferi

per me che vissi in lidi dove t’amavo

solcando le onde con una caravella di ricordi,

pescando con reti che non trattenevano acqua d’oblio.

Ne restano appese gocce che tremano

come dei tuoi occhi gli intarsi delle pagliuzze.

Ami giocare con la luce del cielo stellato,

giungi a me tra fiori e frumento,

d’oro come i capelli di sole della tua chioma.

A nessuna assomigli da quando t’amo,

nel viso di latte di tutte le donne vedo il tuo-

ti stenderò un tappeto fiero ovunque tu passi ammirata.

T’amo su questa terra azzurra,

nel bosco incantato dei pensieri,

nei sottoboschi dal profumo di ciclamini.

Ti porrò una rosa all’occhiello

colta per magia sotto l’odore dei tigli

accendendo col fiore più bello il tuo sorriso.

Sino alle stelle

Con la mia pelle matura

fatta per la profondità del sole,

le mie braccia di quercia

d’equità simmetrica come una bilancia

di cui sei l’ago che sancisce il mio tempo,

sabbia di clessidra che fluisce in me.

Con la tua veste fucsia,

beneamata, giungi a me

tra fiori e frumento

in un’aurora di rinascita

pura nel sole o nella notte stellata

odorando d’ombra e gelsomini.

Sei come il giorno più lungo,

i tuoi fremiti fasciati di fuoco

non mi fanno alzar mai bandiera,

m’annodo assetato di baci

alla tua lingua in forma guerriera

figlia della farina e del cielo.

Che splendore le tue mani

con la pittura rossa delle unghie;

com’è profumata la tua chioma bionda;

i tuoi seni m’infondono un senso,

un palpito di libertà fisica;

i ragni del pube m’incendiano di desiderio.

Recherò con me la tua immagine

in anni di baci fissi, sino ad una messe di stelle.

Tremo in te

I tuoi baci profumati

mi scalfiscono l’animo

nelle notti zuccherine di nudo vestita.

Hai figura d’agrifoglio

con gambe chiare come una corolla d’acqua,

seni che sono un torrente in piena,

natiche tornite e sode.

Ora che ho gettato le lacrime

nel cesto del passato

voglio stare, amor mio,

solo con le sottili note di canto

della tua voce musicale,

solo con le tue sillabe dorate.

Non si può vincere se non sbagliando

ma ora tremo in te, in queste canzoni

lambendo i fiori d’un fiume

che scorre al centro d’una verde isola

dove si levano aurore di merli.

Perché tu sei infinita:

m’hai raccolto una lugubre notte

e ora sei al mio fianco

tale ad un pianoforte di neve

che suono nella nostra distesa muschiata.

Lo sposalizio

Scintillio di stella bionda,

rosa muschiata della mia terra

bella e luccicante come un petalo di luna

che amo in ogni onda della mia vita.

Sei la mia lancetta delle ore,

papavero rampicante, dolce garofano

sin da quando mutasti il mio cuore

dal lutto al fuoco.

Giungesti e io scrissi lettere brucianti:

volarono ardendo sulla tua fronte,

sulla tua pelle di ciclamino,

sull’alfabeto d’oro delle tue colline.

Ora son felice come un bimbo

con l’aria e la terra,

con la tua bocca di rose

son felice con te.

La favola d’amore

La tua violenta luce frumento

m’abbaglia più di quella diafana d’aurora

e ti denuda come una stella scintillante

sulla riva dell’acqua della notte.

Perché mai non mi parlasti

lasciandomi assenza di palpiti di fremiti

ora che fuoriescono rondini

dal nido della tua lingua?

Guarda: ora puoi scorgere

crepuscoli di lune e giacinti,

l’oscurità che gocciola umidità;

io la tua cintola sottile come l’aria,

un corpo tornito e di sole,

seni che m’attendono nella loro grazia,

tremolii del tuo ombelico di rose.

E quand’anche trascorre uno sterile giorno,

un giorno con corteccia di tartaruga,

avanza nella bocca un sapore di capelli

che non parlano ma rivelano il tuo splendore

e la lingua che delle sinuose forme s’alimenta

si tramuta in favola d’amore.

Onde

Stanotte ti dedico due paragrafi di cielo

per narrare dello splendore della tua stella:

s’è azzurrata nei riflessi del crepuscolo dei giorni.

Neve a chiazze si spargeva tra i fili d’erba

ed io non mi posso scordar del tuo viso angelico,

bocciolo di rosa che m’hai strappato alla tristezza.

Subito sei stata la voce del silenzio giallo

che m’irrigava sgualcendo il lembo della malinconia…

…ora non parlare, lascia filtrare quel raggio segreto di luna.

Come se passassi attraverso la cruna d’un ago

subito diventasti il fuoco di meraviglia di quella neve

e nel cielo l’aquila che danzava negli squarci di sole.

Tu che hai rotto l’involucro di plastica di giorni identici

accendendo le pareti della stanza nel latte di cielo dell’inverno

chissà se già sognavi di me col capo reclinato sul cuscino?

Ti ringrazio per aver divelto il chiavistello della solitudine:

serrava un portone senza nome – con un gioco di sussurri

ora insieme alla eco dei tuoi gemiti accendono notti di brezza marina.

Noi siamo le onde che galoppano

fino ad essere una sola idea con la volta stellata.

Amoreggiando in una macchia della luna

Amore mio

di cosa profumi?

Di violaciocche, di stelle?

Aspirando il dolce aroma

della tua chioma frumento

m’accorgo che sei dolce

come un fiore, unica come una rosa

in una distesa innevata.

Sai di terra

come le pietre ambrate delle iridi

le cui incantevoli pagliuzze

sono frecce penetranti di garofani

dal dolce odore.

Odore dell’albero dalle millefoglie

della mia vita,

dolce colomba, mazzo di spighe,

bimba, amorosa mia

come l’onda d’un’aurora d’amore che incalza.

E quando la mia mano percorre

la luce della tua pelle stellata

le tue coppe d’anfora

hanno profumo di luna

dove noi amoreggiamo

bevendo assetati da una sorgente di baci

in una sua macchia.

Dedica a mia madre scomparsa il 7 luglio 2017

A te, madre,

le gocce di stelle

della rugiada dei miei pensieri.

Tu, isola accesa dove rifugiarmi,

donami ancora una stilla del tuo splendore,

l’alfabeto del tuo amore

e guida la mia mano oltre il destino,

laddove s’apre un azzurro senza fine.

La danza gialla delle foglie

Ascolto le note musicali della tua voce

venuta dalla terra per salire al cielo,

spio i tuoi occhi d’onice:

ecco la tenerezza di sguardo di seta,

la tua bocca, parola senza eco.

Avverto salire a tentoni il muschio della tua pena.

E’ la guerra oscura del cuore

la lama spezzata di angosce commosse

l’ebbrezza dei desideri.

E’ questo la mia vita:

l’acqua che le tue iridi nere mi recano,

il concerto di voce dei tuoi sottili pensieri.

Ah, coppa, ruscello, mia agile futura compagna.

Scorgo le coppe nella danza gialla delle foglie.

Ti giunge ululando il vento

nell’ora del sangue fermentato

quando la terra palpitando vibra

sotto il pallore del sole che la riga con code d’ombra.

Eccola, la tua forma familiare,

ciò che m’inonda

che mi empie l’anima in abbandono,

la tenerezza che s’avvolge alle mie radici:

matura in una carovana di frutta

uscendo dal tuo cuore come il vino dal centro dell’uva.

Un autunno di tigri all’agguato

Saremo giunti con un dardo nel petto

in un autunno di tigri all’agguato

della nostra fragrante pelle di miele,

un olezzo d’inaccessibile cute

desiderando annusare sudore verde

ci ritroveremo nell’umidità dei baci.

Mia compagna d’infinite, palpitanti visioni

come minacciosi rintocchi di campane,

puledra dai fianchi snelli che vorrei toccare

dal canto del sorriso di stella-

in un futuro paesaggio di foglie ingiallite

ci inumidiremo le labbra invase dalla sete.

Lì sono i tuoi occhi odoranti di selvaggina,

di fulmine che trapassa pareti-

hai denti che mordono mele di sangue,

le tue mani graffiano il sole ghermendolo,

i piedi di pioggia, imbuti d’ombra,

son fiori dall’olezzo di mimose.

Mi spii con labbra carnose

scalfisci le pietre, l’oro e l’argento,

cresce l’aerea rete di pensieri,

la tua scorza-non vi è distanza né rame.

Vorrei toccare in un palpito le tue morbide mani

e far cadere crepitando il vellutato fiore brunito.

Le Chiese di Mosca

Abbandonai il limite di primavera

per trovare la patria del mio cuore,

uccelli d’alluminio vibrarono,

furono la forza che scivolava nel cielo.

Attraversai cordigliere, fiumi, paludi e selve,

m’immersi nella rugiada dei prati del pianeta verde,

dalle nuvole precipitarono gabbiani

in giorni di capsule rosse di fiamme nel cielo.

Passai giorni di occhi umidi in cima a una rosa bianca

e le Chiese di Mosca innalzarono preghiere:

m’attendeva il suo chiarore notturno,

la luce d’aria trasparente.

Fra il crepitare e il cantare d’uccelli

al suo amore d’occhi ambrati giungerò,

lambendo la terra di creta delle sue iridi

amandola e amando il mio viaggio felice.

La donna dei miei sogni

Le tegole del tetto

saranno inondate da luce d’alba

lì si considera ora ombra di tomba

ma altri nidi ha il mio paesaggio femminile

altre finestre della dimora

dove il vento agiterà le nostre calde lenzuola.

Il paesaggio del mio mondo

saranno i suoi occhi ramati

i suoi morbidi seni poi turgidi

eretti a dismisura, colata d’oro:

non un dito del mio corpo ti sarà lontano,

le nostre calze sovrasteranno i cirri.

Lei è la zavorra perduta delle ali,

la stella che stava per eclissarsi nell’inerzia

ma orbiterà in una binaria nella medesima traiettoria,

la palma prestabilita che si dibatte

agli ululati del vento

mentre un’impietosa freccia colpisce il fiore schiavo.

Ma sarà certo il frutto deflorato,

donna spossata che lenta si rigira

nell’idea che s’accende ogni notte sia di stelle che di pioggia,

una donna che trae origine dai miei sogni

per il mio desiderio d’amare

e mai mutare su questa terra azzurra.

Il rivale

Forgiata nel corso degli anni

porta la benedizione e la cenere

morde emettendo sibili acuti

ogni foglia del sottobosco-

ha occhi corvini di lucciola libera

nel transitare accesa come una stella.

Aprimi le tue labbra, fiamma di luci,

per cogliere il varco al tuo astro,

per aprire tutte le porte del cielo-

io perso nei sogni tuo prigioniero

dei lineamenti leggiadri,

della simmetrica figura statuaria.

Saranno inumidite le lenzuola?

Il mio silenzio è voce d’uomo

che t’indica la via maestra.

Rotoli nell’erba palpeggiata dal rivale

il vecchio sudore del seme un rampicante

di farina che scivola sino alla tua bocca.

Ah lievi, pazze coppe agili

aria che scende in un mare a valle

come il sole a forma di colomba.

Ah sapori, palpebre d’ala viva

con un tremore di stelle, fiori.

Ah cosce snelle di miele svestite.

Il dubbio

Per la via dell’anima,

nell’ombra, in sei folate di sonno agitato

giungo a te la duplice, la multipla.

Tra i fili d’erba dei prati

ci rotoleremo feriti d’amore dagli aghi di pino

o bagnati di passione da carezze di rugiada.

Il tuo corpo più altezzoso del mio,

il regno del mare vicino con la sua primavera

in estati di rena fine

dove le nostre orme sulla battigia

lasceranno impronte di scie di libertà.

Ed ecco che vi bruciano fastelli d’ermellini.

Nella trasparenza erratica

del tuo volto brunito

gli arenicoli saranno estasiati.

Invidio di loro purezza e candore.

La tua inesperienza sulla paglia dell’acqua-

tornerà senza inchinarsi la strada dell’amore.

Per la via dell’anima,

senza il talismano che custodisce i miei segreti

che non dispiega le tue risa alla folla-

scenderanno lacrime per chi ne serba rancore.

Esser triste avvalora il dubbio tangibile

che tu sia reale in occhi altrui.

Genova

Non appena ti lascio

sei nei palpiti del cuore

cristallina e tremante, inquieta,

come se le tue orbite si serrassero

sul dono d’amore che t’affido.

Incrociando gli occhi a Genova

assetati bevemmo tutta l’acqua, il sangue;

ci ritrovammo affamati e ci mordemmo ferite

così come arde la pietra focaia.

Attendimi, conservami la tua dolcezza.

Ti porgerò in dono una rosa muschiata.

I miei occhi di giada e i tuoi d’onice

I miei occhi di giada e i tuoi d’onice

dischiudono i vetri delle finestre-

penetreremo nel ballo delle foglie gialle

nelle quattro pareti dell’intimità,

giungerò alla tua immagine latente.

Sempre a me ritorna come un chiodo di cristallo.

Una sontuosa dimora, rifugio desueto

da cui inizieranno i viaggi e le migliori follie,

vi proteggeremo l’incedere della via

cercheremo bagliori azzurrati d’universo

sotto la campanula del firmamento

riposandoci madidi ogni aurora in un manto.

Nuvole fuggevoli dall’eterno sorriso nel blu,

laghi ingabbiati in fondo alle pozze, la pioggia,

la lingua del vento con anelli di frescura,

giardini novelli infittiti di tenere spine-

di questi la più bella sei tu, un balsamo di riposo.

Vorrei scorgerti nuda e lucente come un panno bagnato.

Le fogge dei colori cangianti del cielo su di noi

sul filo della leggiadria della tua chioma di carbone-

saremo un’unica idea simbiotica nell’aere

vestita da indumenti a tinte rosse di passione,

bianchi come il nitore della tua anima candida come un giglio

o rosei come gli acuti che si elevano nei capricci striduli.

Fortuna di diamante

La chioma disciolta, corvina

dedita alla verità

cercava fortuna di diamante

in braccia di quercia secolare,

offriva un cielo di panna a sguardi

lucidi, sensibili alla vita, più nulla

chiedeva a memorie insabbiate.

Futuro amore irripetibile

tendeva trappole d’avorio

come il pescatore che artiglia prede.

Suonava un pianoforte di neve la sera

per richiamare brame fra canti d’uccelli,

un pianoforte con note audaci.

Per lunghi giorni costellati di collera

per desiderare lunghi orditi di baci

per sancire la vita sino al firmamento.

Furon mille donne ignorate, ignare

per prescegliere colei che restò sola.