2/3/2005 FUNERALI DI MARIO LUZI

Mentre venivi strappato all’amore senese
dalle incombenze del babbo, da quella Siena che amavi,
la Siena “con i ghiacci che pendevano dalle cornici incendiati dal sole”
eccoti intanto, quindicenne, Mario al Galileo,
sotto la guida ispiratrice del grande Francesco,
dare la tua s-Toccata alla storia.
E io, che sin dalla tenera età, ero salito sulla tua Barca,
d’incanto, sapendolo, perdutamente m’innamorai di te.
Ma tu, novantenne, quell’aprile dai cieli d’acqua di polvere
l’avresti solo sfiorato.
E allora io – con il cuore spezzato, trentottenne
intento a navigare nel mare della poesia s’un’onda di speranza
coltivando, ora come allora, grandi sogni, navigando
s’una caravella d’emozioni – non ebbi dubbi.
In un battito di ciglia il convoglio sferragliò a Santa Maria Novella.
Ma a me renderti omaggio non bastava: tu eri, sei e sarai nel mio cuore.
Fu così che, con il mio migliore abito e una sgargiante cravatta penzoloni,
tra le duemila persone al Duomo io, che sfacciato per natura sono,
m’affacciai a quell’uscio e m’accolse addirittura Gianni. “Ma lei chi è?”
“Sono un lontano parente, permesso.”
E l’omelia fu straziante, tu per l’ultima volta portato alla vetta,
tu astro immenso, stella solitaria di quest’universo così corrotto –
stella solitaria il cui transitare con passo roco certamente ha profumato
di rose, ma anche del retrogusto d’un sapore dimenticato, l’aria della poesia.
Nel viaggio, questa volta lungo e di pensieri, verso Milano Centrale
certo non estinsi il dolore ma perlomeno smussai il rimpianto.
Tranne quella sofferenza grande, con la quale sei trapassato,
portandotela nelle praterie, d’un 10 dicembre, d’una Stoccolma mai avvenuti.

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