L’arcobaleno, Montedit, 2002

L'arcobaleno

Le liriche che compongono la silloge “L’arcobaleno” rappresentano singole parti di un tutto inteso come poesia da fare in modo serio, coscienzioso ed autentico. Impresa non facile direte voi ma nel caso di Marco Galvagni ci avviciniamo ad un esito ottimale.
Ogni stato d’animo tende ad adattarsi a qualcosa che nasce esternamente o a trasformarlo in funzione della propria natura e quasi sempre gli occhi dell’uomo vedono all’esterno tutto ciò che in realtà è un tormento interiore.
Il distacco progressivo da tutto ciò che è concreto eleva ad una visione totale e la melanconia latente non potrebbe esistere senza questa elevazione al di sopra del mondo: non c’entrano niente le provocazioni dell’orgoglio o della disperazione perchè è il risultato di una lunga riflessione, di una meditazione, di una dilatazione che supera i limiti.
Al poeta spuntano le ali e la voglia di toccare il cielo, di essere come aquila regale dominatrice della pianura e sentirsi una goccia di luce nello spazio infinito: un volo in un mondo i cui confini siano inafferrabili, un abbandono illimitato per distaccarsi dal concreto dell’esistenza, un acuirsi del sentimento della propria finitudine. Questa sospensione dolorosa dell’uomo nella vita porta con sé il tormento solitario del pensiero della morte, la percezione che tutto è destinato a sgretolarsi, la visione dell’erosione del tempo satanico ed implacabile.
Così il poeta sente sulla sua pelle il tempo che muta le cose e cambia le regole che governano la vita dell’uomo, poi raffigura il vecchio contadino che avanza a fatica sul selciato e non può far altro che ricordare la vita lambita da echi di fiabe perdute e la terra lavorata con gli attrezzi di una volta: ora tutto è meccanico ed automatico e gli arnesi sono ormai inutili. La sofferenza estrema nel guardar al passato conduce all’abbandono nel semplice rimirar degli eventi: spettatore sofferente e non più attore vigoroso.
Allo stesso modo anche il poeta si fa più consapevole e sembra scavare nel dramma dell’esistenza durante il cammino in questo mondo e tra le macerie/corrose dal tempo/tra gli erbosi fossi/e le oscure sterpaglie./Tra gli angoli smussati/ delle pietraie levigate/ dal fluire dell’acqua ecco emergere i ricordi e le parole del padre che insegnava i nomi delle cose in tono sommesso e gentile e si avverte quanto sia triste e solitario l’incedere della vita trafitta dalla dolorosa mancanza.
Fare poesia è un annegare nell’inchiostro in un’aria di vetro, tentare di dirigere il traffico delle passioni all’ombra di una grande quercia dalla memoria secolare: immagine che riappare altre volte come a significare un’offerta di protezione in questo mondo che è disinteressato alle nostre sofferenze. La coscienza del poeta è continuamente scalfita da un senso d’impotenza e dalla consapevolezza dello scorrere inesorabile del tempo: ormai abbandonato il fanciullino arriva il tempo delle responsabilità, il momento della sofferenza atroce per la perdita di coloro che amiamo quando il dolore è così intenso da farci impazzire, quando ci sembra d’aver perso tutto e la paura si impadronisce di noi nel volger di un attimo: ecco cosa diventiamo, un relitto dimenticato, un essere vivo solo perchè cullato dalle onde.
Come anima ferita, come uomo trafitto dal fruscio della sterpaglia, come poeta dai sospiranti segreti e dalla cupa malinconia offre immagini ed atmosfere che sono eco primigenia di una poetica del crepuscolo, della quiete infinita, dell’acuto silenzio, degli echi sfiniti: ecco allora foreste cupe, cipressi tremanti, acqua paludosa, terra nera vorace, fiori di vetro, cielo pece, spire tetre del buio, fosche tenebre.
Ed è proprio per scacciare queste fosche tenebre e godere finalmente lo splendore di un nuovo mattino che nasce la voglia di intonare canti celestiali, di aprire il cuore alla speranza ed attendere fiduciosi la nuova stagione.
V’è sempre un momento nel quale si ritrova la pace e la quiete interiore ed ecco che il poeta trova finalmente sollievo rifugiandosi presso uno stagno dove il tempo si ferma, dove si può solo lambire l’orizzonte e l’unico contatto sono carezze di rugiada.
Bagnato d’aurora e immerso nei meandri della consunta giovinezza trova come sostegno la pietra dura e prega di non esser preda di questa terra nera vorace ma di poter aspirare il profumo dei gelsomini in fiore e l’odore di legno, rivivere le magie infinite di atmosfere conosciute, la simbiotica armonia di un uomo cheto e gentile che canta la sincerità.

Massimo Barile

L’arcobaleno

Annego nell’inchiostro
la seta che avvolge
il mio sonno
tra voli notturni
di pipistrelli e schiamazzi
mattutini delle lavandaie.
In un’aria di vetro
cerco di dirigere
il traffico delle mie passioni
e, lasciandomi lambire
dalla brezza amica,
mi riposo all’ombra
della grande quercia
ascoltando canzoni di ieri.
Il tempo, intanto, immemore
delle mie sofferenze,
ambisce solo a spargere
la mia cenere dolce
nell’armonia dello spazio remoto
dove le stelle
per noi son morte
e non c’è un arcobaleno
che, dopo le vicende della vita,
si stagli nel cielo turchino e muti
la nostra essenza
dall’ombra alla luce.

Il silenzio acuto del mattino

Ho annodato
a ciottoli levigati
il fluire dei miei ricordi.
Forse era l’aurora cremisi
che si specchiava nei solchi
delle rare onde,
forse la magia
del silenzio acuto del mattino.
Forse la quiete infinita
ed il confluire d’umane speranze
tipici d’ogni alba
in qualunque angolo del mondo.
Forse un po’ di tutto ciò
mischiato all’amore per la vita:
e noi in simbiotica armonia
su quei greti ci trovavamo,
padre,
ed era l’acuto silenzio
delle nostre illusioni,
la genesi
delle nostre buone intenzioni.
Era la folgorante attesa
d’un alito di luce
a farci muovere, padre,
laddove ormai sono avanzate
poche manciate di rena
e l’acqua ha reso canute
anche le amiche conchiglie.

Un volo di rondine

Il meriggio
consolerà il mattino
per aver trascorso
frammenti del nuovo giorno.
Se qualcuno ricorderà l’alba
sarà tempo di quiete sfumato,
ricordo lambito da echi sfiniti,
candido pallore che quasi
richiama il colore del crepuscolo.
Dimenticato
è ormai il mattino
in una fitta pioggia di speranza
che ha permeato il meriggio
d’un’apparenza vespertina.
Il giorno regalerà
alla notte rose di seta
e verrà il tempo dei vizi,
il tempo dei rimorsi
e sarà la foglia
d’una pianta appassita
ad ondeggiare ed insegnare
che anche nel vuoto
di piombo del silenzio
l’inchiostro sinuoso si agita
e traccia graffiti d’amore.
Udendo gli schiamazzi
di quattro ubriachi che cantano,
dolcemente m’assopirò sotto
un’arcata di cielo lattiginoso.
Porrò a tacere le membra assonnate
in una notte dove la luce delle stelle
illumina un uragano di passioni.
All’alba sarà un volo di rondine
ad illanguidire d’amore gli alberi,
aprire il cuore a vagiti di speranza
e concedermi l’attesa della nuova stagione.

Il bosco

Il bosco ombroso appare vuoto
come i calici all’alba.
Costruito di cristalli di legno
e piante multiformi: querce
dalla memoria secolare
e filari simmetrici di pioppeti.
Le radici sono d’avorio.
Le frequenti piogge hanno
ubriacato i rami di felicità:
l’arsura resterà ignota e le fiamme
si chiuderanno come un ostrica di luce
nella notte fresca e silenziosa.
La selva oscura continuerà
a trascorrere cupa i suoi meriggi:
questa canzone tenterà
di catturare i suoi sospiranti segreti
e noi, con volontà d’acciaio, ne continueremo
ad esplorare le profonde e vergini grotte.
Coglieremo, estasiati,
notti di luna e gigli; aspireremo
il profumo dei gelsomini in fiore
e gusteremo lo splendore
delle sue pianure sterminate
e lo stupore sovrastante del mondo astrale.
Alla fine sarà il bosco stesso
ad armonizzare la sua musica primigenia
in risonanze di legno forgiate
per stringere con noi ospiti
un nodo di candida fiducia.