Nel germoglio vergine, Montedit, 2003

Nel germoglio vergine

In questa nuova e raffinata silloge di Marco Galvagni v’è una lenta ricostruzione delle geometrie della vita attraverso una serie di risposte sul senso della vita, dopo aver solcato i mari tempestosi dell’esistenza, interamente illuminata e sapientemente costruita con la solita ed ormai riconosciuta acutezza.

Il suo sguardo scrutatore spinge il corpo ad osare infinite navigazioni dopo aver abbandonato le torri d’avorio della giovinezza ormai diventate cenere da calpestare e cibo per famelici avvoltoi: egli è ora un uomo che fugge dalla gabbia e si avventura oltre la polvere del tempo, un cavaliere del nulla che combatte il male oltre ogni orizzonte, un cuore ferito che sotto un cielo illuminato in un notturno tripudio sente sulla propria pelle il fluire lento ed inesorabile della vita.

Ecco allora che districa la matassa dei ricordi per ricercare un nuovo sussulto in questo deserto di sentimenti e mentre affronta coraggiosamente la sua missione si rende conto che è necessità ed urgenza ricercare disperatamente una emozione che lo spirito sia ancora in grado di offrire.

Allora il suo linguaggio si fa penetrante e innalza la sua parola ghermendo (il fluire della vita con un uncino d’avorio), aggrovigliando (i pensieri), dissolvendo (l’alone di morte), inebriando (la speranza d’amore), scompigliando (il vento della vita), carpendo (le spirali silenziose del divenire), dilatando (la polvere che scivola tra le dita come la vita), ed infine anelando (la sete di verità).

Il suo progetto è una riserva di simboli, la sua poesia assiste ad uno sgretolamento della memoria che non è mai rimpianto e conduce ad una visione che nasce da un impeto lirico, da un gesto poetico dopo un naufragio, e va oltre le immagini del presente, della mera constatazione del poeta: tutto risulta significante all’interno di questa linea di scavo e dominante diventa l’invenzione verbale che rende il linguaggio ricercato e raffinato.

Risulta facile riscontrare nelle poesie l’esito di una maturità della sua voce che sa fondere un canto lirico ed evocativo nel contempo: cielo tetro/tetra solitudine, buio pece/sera cupa torva oscura, sacre spoglie/stantìe presenze, giorni muti /muti sentimenti, aria brumosa/anima triste, otre di lacrime/nenia solitaria, polvere/dolore /cenere, occhi di smeraldo/silenzio di diamante, echi metallici/echi sfiniti/echi di dolore.

E finalmente come uccello da voliera aspira ad una ventata di vera libertà dopo una lotta continua per scrollarsi di dosso il fango sedimentato dalla vita che ha tarpato le ali ed ha inibito al volo libero; per squarciare la tela imbrattata dalle paure e trovare al di là emozioni appaganti, per tagliare la subdola rete nemica che imprigiona e raggela ogni velleità e con le residue forze cercare di divincolarsi per non essere più prigioniero delle infide maglie della rete: fendendo sciabolate in un diabolico urlo.

Finalmente ritrovarsi e cercar la pace, quella quiete ormai rara, la magia di una notte che regala sogni e rinnova incantesimi: goire nel dipanare la tela, ghermire il nemico, disperdere il traffico delle passioni, assaporare l’umano desiderio d’elevazione.

Massimo Barile

Nel germoglio vergine

Nel germoglio vergine
d’una manciata di grano,
nel mantello odoroso
del micelio
nel suo crescere,
nei campi appena arati
che preannunciano
un nuovo raccolto
ti miro e ti rimiro, vecchio,
e porto con me
l’estatico esilio
delle tue conoscenze.
Dove si succedevano
le stagioni
ora la sera s’è fatta cupa
ed io invoco il cielo
affinchè a te, vecchio,
sia resa in buona pace
quella tranquillità
che ti spetta
e tu sia di nuovo
padrone del tuo quieto
senso del vivere,
in modo che riluca
come un argenteo monile
lo splendore
della tua immemore memoria.
Potrai così,
fendendo covoni di nebbia
in un nuovo mattino,
ricostruire le geometrie
della tua vita raccogliendo
ghirlande di luce lasciate
lungo il cammino.

I figli della guerra

Anni tremanti
appesi ad una foglia
su per il vorticoso dedalo
dei sentieri della vita.
Baci screziati di viole
sussurravano amore
fra teneri abbracci
e complici carezze.
Ora,
noi figli della guerra,
ascoltiamo l’eco dei silenzi
dei cuori stranieri
e, intrisi di tristezza,
vaghiamo nella luce fatua
della brughiera
incendiata dalla battaglia.
Poi,
quando finalmente s’immolerà
l’animo nostro schiavo
della sete amara del potere,
non annasperemo
più naufraghi nella impervie trincee
ma scacceremo complici
l’orrore
con una promessa di pace
che diventerà,
nella nostra oasi di quiete,
oro fuso
d’amore tramato fitto.

Il mare della vita

Le spade brandite
nella nostra giovinezza
si son troncate
in sogni d’artista
ottenebrato da malvagie illusioni.
In mezzo alle boccette
piene di desideri bambini,
intravedevo
la meta della vita,
la speranza vera
che m’inebriava dandomi
il coraggio di lottare.
Ma poi le torri d’avorio
della giovinezza
son diventate cenere
da calpestare e cibo
per famelici avvoltoi.
Così, come il re d’un luogo
ricco e potente che s’annoia
degli inchini servili,
ho preso la sorte
mia barcollante
nella luce alta del giorno
e, ghermendo la linfa vitale
d’ogni pianta del male,
ho osato solcare
il mare della vita
ebbro d’acri profumi
come quel vecchio pirata
che s’aggancia al nemico
e non molla la presa
o il leggendario pescatore
che trattiene la sua balena
e ne attizza il supplizio.

I sentieri del cuore

Asciugo le mie lacrime
spiegando le ali
nel vento della vita.
Un vento strano,
in cui non c’è traccia
d’uccelli feriti, un vento
che ricompone le note dell’anima
e mi lascia occhi fasciati
pieni di nubi.
Risorgeremo in una luce argentea
quando le spirali d’acciaio
del divenire lo consentiranno.
Poi tutte le porte dell’amore
si apriranno e lasceranno
passare l’acqua nera
delle pozzanghere del passato.
Allora noi cavalieri del nulla
combatteremo il male
con spade d’acqua
e verrà il tempo dei girasoli,
un frinire di cicale ininterrotto:
noi ce ne andremo per la strada
che porta fuori
dai sentieri del cuore
e le nostre pupille
non avranno orizzonti,
mentre all’alba
sarà un tremore di stelle
a destarci e farci
scendere dalla luna
giù per le montagne nude.