Campionature di fragilità. Il senso della poesia di Melania Panico.

Melania Panico

Melania Panico

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Melania Panico, nata a Napoli il 31 ottobre 1985 e attualmente residente a S. Anastasia, laureata in Filologia moderna, in Campionature di fragilità, prefazione di Davide Rondoni, suo primo volume di poesie edito (La Vita Felice- Milano 2015), dimostra come nella poesia non sia sufficiente possedere una naturale predisposizione ma come questa vada ammaestrata attraverso un lavoro filologico. Ecco allora che per un modo comune di fare poesia, per cui la parola nomina i sentimenti e i connotati dell’anima, Melania compie un lavoro unico nella sua originalità andando a reinventare il mondo attraverso le sue caratteristiche più tangibili per esprimere mediante queste il proprio universo sentimentale, sicuramente sofferente al di là della sua radiosa apparenza (sorrisi…custoditi sulla bocca dello stomaco, corpo devastato dai silenzi, il silenzio tra noi/ è un manto di parole/ distese ad asciugare).
Melania Panico si esprime mediante uno stile personalissimo e particolareggiato, con versi la cui peculiarità, nella maggioranza della raccolta, non è l’universo simbolico ( se per simbolismo s’intende quello tradizionale che si rifà alla tradizione francese di Baudelaire, Mallarmè, Verlaine e Rimbaud).
Bensì d’esprimere i propri sentimenti attraverso poesie che trovino il proprio senso in un dettato espressimo la cui peculiarità è duplice: giustapposizione all’interno del singolo verso, dove è il verbo l’elemento di demarcazione, nonchè nel susseguirsi dei versi stessi.

Ci sono sorrisi tenuti da parte
custoditi sulla bocca dello stomaco
brillano di luce propria

e poi ancora:

Mettere via l’odore della storia
lungo mete di tempo andante
i fiumi dei bar accovacciati

Dal già citato universo sentimentale di sofferenza intriso, scaturisce una poesia che riporto, una poesia in cui l’elemento semantico di rottura è il verso che meglio esprime il pessimismo in maniera lirica (questa volta anche simbolicamente). Esattamente il numero 12, “Non c’è estate.”

Il corpo devastato dai silenzi
la voce slegata
lei urla sempre a tempo
lascia sul pavimento
capelli sparpagliati
e non appigli
ha colore di pietra
dice ricominciamo
all’erta a brandire l’arma del suo sì
è un momento sbagliato, dice
è un tunnel da cui non voglio uscire.
Non c’è estate,
forse questa volta ha ripetuto
l’estasi di sbieco
con la bocca serrata non fa paura.
Il frutto della quiete
è in alto, offeso
dal lato serrato del giorno.
Sembrava perfetto
senza veli
e con le mani rarefatte.

Per comprendere meglio il titolo della raccolta di Melania, bisogna risalire all’origine lessicale del termine “campionature” che definisce appunto queste poesie. Campionatura non è altro che un’operazione propria del campionare, mentre campionare significa esattamente scegliere, prelevare campioni.
La filologa Melania Panico non poteva cogliere in maniera migliore il titolo da attribuire a questo libro, avendo lei scelto poesie esemplificative di questa fragilità, in cui esprimersi con una vena poetica che non ha cadute di tono, anzi trova altissimi passaggi, oltre a quelli già citati:

Non so come interpretare
questo abbaiare
di cani
in lontananza
rumore sordo
di macchine
la luce artificiale
della notte.
Non so qual’è il verso
giusto
del foglio
il colore acceso
del corpo
non so se chiamare amico
il tempo.

Alla luce di quanto successo
poco fa stendersi su una scrivania intarsiata
le ombre fanno patti di sangue con le dita.
Decidi: è la danza della parola
o il tenero appartarsi
degli argomenti
davanti al bianco del foglio
a impostare il sacrificio del giorno?
L’inverno è un lungo ritrarsi degli occhi.

Il silenzio tra noi
è un manto di parole diverse
distese ad asciugare:
il vento porta via l’umidità
e ci ridà l’imbrattamento.
Tenera carne la mia
si spacca al sole
rinchiusa qui
con i rintocchi dei pranzi
a limitare i movimenti
cosa avrò in cambio del cumulo
tranquillo di resti?
Una luce passeggera
dilata lo spazio senza poesia
mentre segno passi antichi
sul viso incorniciato, perlaceo.

Ed ecco allora che se la luce appartenente allo spazio e al tempo senza poesia non può essere che passeggera, visto il grande amore di Melania per questa materia, nascono i grandi versi sulla poesia medesima:

Non qui
nè altrove
ho voluto seminare ciglia
per avere in cambio
una nuova visione delle cose
fibre consensi ossessioni
carte bianche trascritte
io non so spiegare la poesia
un gatto silenzioso
entra nella stanza
la luce non disdegna
i passi
lo sento che gratta piano
contro la porta
i suoni sanno tenere testa al tempo.

In Melania Panico “l’ora da lasciare/ a riposo” quando “invecchia al guinzaglio/ la bellezza,” diventa la non scelta di non trovarsi in un determinato luogo resa semplicemente col verso “i passi come brina fumante.”
In settembre per l’autrice “piove un’aria di miele ed aghi.”

In una poetica magnificata per il valore intrinseco soprattutto filologico, ecco spuntare nel finale una poesia in cui Melania Panico riesce ad abbinare il proprio amore per la poesia e le proprie competenze semantiche ad una riserva simbolica di spessore. Ed ecco allora che i poeti diventano le navi che “dovrebbero seguire il loro destino lieve/ appoggiarsi come a un’idea”, accontentarsi d’uno squarcio di luce, delle proprie poesie contenute nelle bacheche pensili mentre il passaggio ad alto livello è semplicemente costituito dalla possibilità di raggiungere il posto che spetta ai parolieri.

Dovrebbero pentirsi le navi
di oltraggiare il porto
dovrebbero seguire il loro destino lieve
appoggiarsi come a un
’idea.
L
’isola è troppo distante, segnata
non si tocca con mano
finisce cos
ì il grigio
il ponte senza giunture
il nostro tempo fragile.
Lascia sulla porta le mani
senza impronte di riserva a contenersi
la via
è sentiero senza ascolto
uno squarcio con luce.
Ecco l
’itinerario di ricostruzione
del buon tempo
quello affisso alle bacheche pensili
il futuro allineato sugli specchi
canto sedimentato da sobri
nelle fenditure delle cortecce
litania che trova spazio, si d
à posto.
Si pu
ò incidere nei muri
la storia semplice
eppure il posto che spetta ai parolieri
è il guado incontrovertibile
arginato, arreso.

Marco Galvagni