Interpretazione di Accetta, Monia Gaita, Madre terra, Passigli 2015.

Monia Gaita

Da Madre terra, Passigli 2015.

ACCETTA

Accetta
la trapunta d’oro
di questo mio parlarti,

trifoglio che trasemino
nel buio,

cagione occulta
con cui salgo all’origine
dei tempi.

Prendi quel fuoco debole
che media
tra lo sfascio ed il raggiunto,

cospargine la cenere
sui giorni,

gorgoglia nel camoscio fatto culla
come un’acqua.

Ma non pretendere da me
che io soggioghi
il torto del tuo niente
in uno slancio.

Siamo nel vuoto,
nel limite di guardia della resa.

E contro i guasti del deluso
appena un apice di sconto

prende forma.

Monia la tua, a volte, viene considerata una poesia complessa, a volte indecifrabile ma io credo che ciò avvenga nel lettore disattento, in coloro che si limitano ad apprezzarne l’estetica senza coglierne la precisione della terminologia per cui risultano alla fine chiari persino i concetti più intricati. Non c’è bisogno di essere dei filologi per apprezzare la bellezza di “Accetta”, come delle altre poesie di Madre terra che in un gioco di rimandi esprimono in modo potente in primis il sentimento amoroso, senza affatto tralasciare l’universo degli affetti, il pensiero del trapasso, le descrizioni della tua terra e l’amore per la poesia medesima.
E’ sufficiente essere dei buoni conoscitori della lingua italiana per cogliere la bellezza e l’intensità dei passaggi delle tue poesie.
Ecco allora però che poesie come “Accetta” necessitano anche di tanta conoscenza della materia poetica perchè se stanotte avrei voluto scrivere della tua splendida silloge, una volta che mi sono imbattuto in “Accetta”, non ho potuto fare a meno di soffermarmi e alla fine tutto è stato chiarissimo.
Non posso quindi che provare anch’io infinito dispiacere per la tua creatura deceduta alla nascita, porgerti sentite condoglianze e farti tanti auguri per la difficile situazione familiare susseguente, non riuscendo a comprendere come un evento che dovrebbe fortificare una relazione possa portare al divorzio.

Accetta
la coperta d’oro imbottita
di questo mio parlarti,

bimbo che semino tra uno e l’altro
nella notte

causa determinante nascosta
con cui vado all’origine
dei tempi.

Prendi quella vivacità debole
che sta tra
il perdere la snellezza del corpo dopo il parto e l’unirsi

spargine la polvere
sui giorni.

rumoreggia come fa un liquido che esce dall’argine
nel setto nasale schiacciato

Ma non pretendere da me
che io dimentichi
l’ingiustizia della tua morte con entusiasmo.

Viviamo nell’assenza,
ci stiamo quasi arrendendo.

E per reazione ostile ai dissapori del tradito nelle aspettative
a fatica un elevato compenso

prende forma.

Principali riferimenti:

Verso 9 Un quadro, una poesia piena di fuoco. Fuoco=vivacità

Versi 14-15-16 il rivo strozzato che gorgoglia, da Spesso il male di vivere ho incontrato, Ossi di seppia, Eugenio Montale (1896-1981) premio Nobel il 10 dicembre 1975
Camoscio=Camuso. “Conviensi al Camuso Etiope il naso fia” (Giuseppe Parini (1729-1799) Il mattino.

Marco Galvagni