Prologo di Castelli di sabbia, racconto inedito

PROLOGO

Mi chiamo Giulio Bersani, ho diciannove anni, e frequento l’ultimo anno del liceo classico Beccaria di Milano.
Sono di statura media. Di costituzione sono abbastanza robusto ma allo stesso tempo magro.
Ho capelli biondo cenere e occhi verde-chiaro, che tutte mi dicono siano molto belli e intriganti.
Provengo da una famiglia di ceto medio-alto e faccio una vita come tutti i ragazzi d’oggi: moto, macchine, ragazze, qualche rissa sono il mio mondo.
A volte mi sento superficiale ma poi mi dico che non è così: tutti quelli che conosco fanno quello che faccio io.
Un po’ è monotono ma spesso il mio gruppo trova qualche diversivo, come sfondare a qualche festa o prendersela con qualche altro paninaro o, meglio, con qualcuno dei centri sociali.
Mio padre se n’è andato di casa con un’altra donna quando avevo solo tredici anni ed ora vivo in una bella casa in Via Mario Pagano, una zona centrale, con mia mamma Beatrice, che lavora in Fininvest e le mie sorelle più grandi Emanuela, di ventitre anni, che fa ancora il primo anno di Economia e Commercio alla Bocconi, e Laura, di ventiquattro, che lavora in banca.

Ho appena preso la patente e mia mamma mi ha regalato una Golf cabrio ultimo modello. E’ la macchina che ho sempre sognato: bianca, coi cerchioni in lega e lo stereo mangiacassette dove posso ascoltare i miei pezzi preferiti (amo i Duran Duran). Va veloce e, mentre guido col vento in faccia, riesco a distogliermi dai miei soliti pensieri.
Sto andando ad Arenzano, sulla costa ligure, a trovare la mia ragazza Emma.
Non è una bella serata: piove a dirotto, come spesso capita in aprile. Inoltre ho bevuto abbastanza e ho i riflessi un po’ rallentati.
La visibilità è molto limitata: attraverso i movimenti del tergicristalli, che sta andando al massimo, riesco appena ad intravedere le luci di posizione delle macchine che mi precedono.
E poi quel tratto tutto a curve della Serravalle è molto insidioso: è sufficiente un minimo errore di traiettoria per andare dritti in qualche tornante più stretto.
All’ improvviso, mentre sto cautamente sorpassando un Tir, questo scarta dalla sua corsia e urta la mia fiancata destra.
Sbando sull’asfalto scivoloso.
Perdo del tutto il controllo.
E’ la fine, penso.
Un urlo, uno schianto, rumore di lamiere e poi… poi il buio.

La notte si dilata in uno spazio sconosciuto e senza tempo. Adesso sono proprio sopra la strada e vedo quel maledetto Tir scappare via veloce mentre, di fianco alla mia Golf accartocciata, con la capotte sventrata, il mio corpo giace supino.
Non sento dolore.
Avverto solo uno strano senso d’angoscia, ma sono sicuro che non sia la paura dell’incidente.
Sto pensando a mia madre, realizzo di colpo. Mi immagino il mio funerale e vedo una bara spoglia, portata da alcuni amici sinceri e seguita dalla mamma, dalle mie sorelle e da poca altra gente. Mentre il feretro passa per la strada, viene osservato solo da un po’ di curiosi che commentano a bassa voce e fanno gesti scaramantici.

Vedo la mia macchina e me stesso dall’alto e mi sembra di far parte dell’universo: le stelle luccicano alte e maestose nel formare le figure note ed una falce di luna occhieggia gentile.
Mi sento tormentato perché vedo la mia vita svanire e non so cosa mi attende.
Poi, dopo un po’, come sospeso in una strana dimensione, vedo i soccorsi avvicinarsi velocemente al luogo dell’incidente, scendere dall’ambulanza e avvicinarsi al mio corpo mezzo maciullato.
Tra le tante voci dei paramedici che si accavallano, ne sento una distintamente. Uno di loro urla: “E’ vivo!”
E’ un grido nella notte silente, un’ isola di speranza dove rifugiarmi, un sollievo per la mia ansia, la mia paura di essere morto una volta per tutte.
Una domanda mi scuote la mente stanca: “Se sono vivo, perché vedo dall’ alto me stesso?”
Mi dico che, forse, sto sognando e la mia anima è già lontana dal mio corpo.
Forse mi aspetta l’ aldilà.
Forse vedrò Dio e capirò tutto di questa mia vita sprecata tra sbornie, risse e corse in moto.
O forse la mia compagna sarà per sempre l’oscurità perché, magari, dopo la morte non esiste niente.

Mi sento sballottato: un rumore di motore, voci che riecheggiano, una corsa disperata nella notte.
Piano piano riprendo una strana forma di conoscenza: so di essere vivo, sento d’ essere rientrato nel mio corpo. Sento anche d’aver perso tutti i sensi a parte l’udito e l’olfatto: non riesco più ad osservare le cose che avvengono intorno a me come quando ero sospeso nel nulla.
Mi sforzo di aprire gli occhi serrati, come se sulle palpebre gravasse un macigno. Non ci riesco. Non vedo nulla.
Scorgo solo luci confuse, come quando si fissa una forte lampadina colorata attraverso le ciglia e si intravede una sorta di arcobaleno.
Non riesco a muovermi.
“Forse mi hanno riempito di morfina”, penso.
Vorrei dire a tutti che non è niente di grave, che in fondo sto bene, ma non riesco a parlare: non muovo neanche la bocca.
Sono racchiuso dentro al mio corpo, vigile e cosciente, ma come murato vivo.
Allora mi vengono in mente quei film visti e rivisti in cui il protagonista viene sepolto vivo e sta morendo soffocato per poi essere salvato, all’ultimo momento, dall’ eroe di turno.
Ma almeno lui può muoversi.

C’è qualcosa che non capisco.
Se sono rimasto paralizzato agli arti, magari anche alla schiena, perché non riesco almeno ad aprire gli occhi?
Può darsi che abbia preso una brutta botta alla testa e che sia completamente rintronato.
Ma io, dentro di me, sono lucido.
C’è qualcosa che non capisco…