Un commento di Emilia Fragomeni a Profumo di vita

L’ultima antologia poetica di Marco Galvagni, “Profumo di vita”, ha ancora una volta evidenziato la naturale capacità del poeta di far coincidere poesia e vita: infatti non sono poche le poesie attraverso le quali il poeta apre la finestra della propria anima sul mondo, esternando una psiche carica di amore, pur se strapazzata dal dolore dell’assenza, in cui è contenuta la vera biografia di questo poeta capace di parlare a tutte le generazioni e a tutti i livelli sociali, riuscendo a trasmettere emozioni e stati d’animo profondi: dove c’è poesia c’è emozione, c’è un uso artistico del linguaggio, c’è uno strumento espressivo.
La poesia è impegno e fatica, in quanto i versi nascono da un’emozione e da un’intuizione, potremmo dire da un brillio della realtà in rapporto al nostro animo, che fa scattare qualcosa nella nostra mente che stimola la nostra fantasia con quel bagaglio di parole e di immagini che abbiamo sepolto, ma è sempre vivo, in noi. “Impegno” è un termine che ha pesantemente attraversato una stagione abbastanza recente della letteratura, fino a venirne fuori usurato e quindi essere abbandonato.
Oggi possiamo dire che Marco sia riuscito a riallacciare i rapporti tra la letteratura e questo termine, per recuperarne tutto il valore in relazione allo scrivere stesso, come metodo e consapevolezza da parte dell’autore del suo lavoro letterario, che deve impegnarsi a rivelare l’uomo a se stesso, a dargli il vero senso del suo essere e del suo esistere.
E questo lo sentiamo quando leggiamo le poesie di Marco Galvagni, che ci comunicano sensazioni ed emozioni profonde, ma soprattutto ci fanno raggiungere quello “stato puro di poesia” che scaturisce solo dalla vera poesia e che viene raggiunto solo quando il lettore si lascia sedurre dalla parola al punto tale da sentire e percepire la vita da una prospettiva diversa da quella abituale, da una prospettiva libera dalla natura utilitaristica della comunicazione quotidiana. I versi riuniti in questo bel libro costituiscono ciò che si potrebbe definire un insieme di sentimenti ad alto voltaggio poetico, in cui le metafore sono vere e proprie invenzioni liriche.
In essi il lettore troverà la semplicità di chi guarda il mondo con ammirazione, come se scorgesse la realtà ancora con gli occhi impressi dai ricordi dell’infanzia. Non che il corpus poetico sia semplicista o banale. È, al contrario, il risultato di un raffinato lavoro di elaborazione verbale, ma spoglio di qualunque posa.
Ciò che subito colpisce è la chiarezza del dettato, limpidamente comunicativo, che pone il nostro poeta in quel versante della nostra poesia contemporanea che è alieno da sperimentalismi e da eccentriche contorsioni verbali. A cominciare dal titolo della nuova raccolta poetica, il poeta ci introduce nel vivo di una condizione intellettuale che, pur avendo come termine di riflessione il trascorrere della vita e del tempo che corrode, travolge e disperde, è tuttavia sostenuta da un tenace attaccamento alla vita, colta in una quotidianità nobilitata da una luce etica ed estetica.
Ed ecco il mondo degli affetti familiari e, in questo, la figura del padre, rievocata con tocco affettuoso e lieve, con quel filo di ironia che tiene a bada la commozione. E la visione dei luoghi privilegiati che ci incantano, ci rapiscono, forieri di consolazione o di illusione. E, nel ricordo, di nostalgia. Le stesse apparenze del mondo e le osservazioni appassionate sugli aspetti meravigliosi che la natura offre nei suoi regni, passano attraverso il filtro di uno sguardo, la cui cifra significativa consiste nella fatalità.
L’approccio del poeta con il lettore è piano, ma giammai piatto o banale, colloquiale, con improvvise accensioni liriche che nascono anche dall’attrito di materiali linguistici di estrazione molto diversa.
Versi pieni di luce, quindi, quelli di Marco, di grande apertura cosmica, densi di richiami evocativi. Grande poesia, “irrequieta e ansiosa di verità”, scevra da sentimentalismi, nata dagli aliti fragili del cuore.

Emilia Fragomeni