Castelli di sabbia, racconto

Parte 1

PROLOGO

Mi chiamo Giulio Bersani, ho diciannove anni, e frequento l’ultimo anno del liceo classico Beccaria di Milano.

Sono di statura media. Di costituzione sono abbastanza robusto ma allo stesso tempo magro.

Ho capelli biondo cenere e occhi verde-chiaro, che tutte mi dicono siano molto belli e intriganti.

Provengo da una famiglia di ceto medio-alto e faccio una vita come tutti i ragazzi d’oggi: moto, macchine, ragazze, qualche rissa sono il mio mondo.

A volte mi sento superficiale ma poi mi dico che non è così: tutti quelli che conosco fanno quello che faccio io.

Un po’ è monotono ma spesso il mio gruppo trova qualche diversivo, come sfondare a qualche festa o prendersela con qualche altro paninaro o, meglio, con qualcuno dei centri sociali.

Mio padre se n’è andato di casa con un’altra donna quando avevo solo tredici anni ed ora vivo in una bella casa in Via Mario Pagano, una zona centrale, con mia mamma Beatrice, che lavora in Fininvest e le mie sorelle più grandi Emanuela, di ventitre anni, che fa ancora il primo anno di Economia e Commercio alla Bocconi, e Laura, di ventiquattro, che lavora in banca.

Ho appena preso la patente e mia mamma mi ha regalato una Golf cabrio ultimo modello. E’ la macchina che ho sempre sognato: bianca, coi cerchioni in lega e lo stereo mangiacassette dove posso ascoltare i miei pezzi preferiti (amo i Duran Duran). Va veloce e, mentre guido col vento in faccia, riesco a distogliermi dai miei soliti pensieri.

Sto andando ad Arenzano, sulla costa ligure, a trovare la mia ragazza Emma.

Non è una bella serata: piove a dirotto, come spesso capita in aprile. Inoltre ho bevuto abbastanza e ho i riflessi un po’ rallentati.

La visibilità è molto limitata: attraverso i movimenti del tergicristalli, che sta andando al massimo, riesco appena ad intravedere le luci di posizione delle macchine che mi precedono.

E poi quel tratto tutto a curve della Serravalle è molto insidioso: è sufficiente un minimo errore di traiettoria per andare dritti in qualche tornante più stretto.

All’improvviso, mentre sto cautamente sorpassando un Tir, questo scarta dalla sua corsia e urta la mia fiancata destra.

Sbando sull’asfalto scivoloso.

Perdo del tutto il controllo.

E’ la fine, penso.

Un urlo, uno schianto, rumore di lamiere e poi… poi il buio.

La notte si dilata in uno spazio sconosciuto e senza tempo. Adesso sono proprio sopra la strada e vedo quel maledetto Tir scappare via veloce mentre, di fianco alla mia Golf accartocciata, con la capotte sventrata, il mio corpo giace supino.

Non sento dolore.

Avverto solo uno strano senso d’angoscia, ma sono sicuro che non sia la paura dell’incidente.

Sto pensando a mia madre, realizzo di colpo. Mi immagino il mio funerale e vedo una bara spoglia, portata da alcuni amici sinceri e seguita dalla mamma, dalle mie sorelle e da poca altra gente. Mentre il feretro passa per la strada, viene osservato solo da un po’ di curiosi che commentano a bassa voce e fanno gesti scaramantici.

Vedo la mia macchina e me stesso dall’alto e mi sembra di far parte dell’universo: le stelle luccicano alte e maestose nel formare le figure note ed una falce di luna occhieggia gentile.

Mi sento tormentato perché vedo la mia vita svanire e non so cosa mi attende.

Poi, dopo un po’, come sospeso in una strana dimensione, vedo i soccorsi avvicinarsi velocemente al luogo dell’incidente, scendere dall’ambulanza e avvicinarsi al mio corpo mezzo maciullato.

Tra le tante voci dei paramedici che si accavallano, ne sento una distintamente. Uno di loro urla: “E’ vivo!”

E’ un grido nella notte silente, un’ isola di speranza dove rifugiarmi, un sollievo per la mia ansia, la mia paura di essere morto una volta per tutte.

Una domanda mi scuote la mente stanca: “Se sono vivo, perché vedo dall’alto me stesso?”

Mi dico che, forse, sto sognando e la mia anima è già lontana dal mio corpo.

Forse mi aspetta l’ aldilà.

Forse vedrò Dio e capirò tutto di questa mia vita sprecata tra sbornie, risse e corse in moto.

O forse la mia compagna sarà per sempre l’oscurità perché, magari, dopo la morte non esiste niente.

Mi sento sballottato: un rumore di motore, voci che riecheggiano, una corsa disperata nella notte.

Piano piano riprendo una strana forma di conoscenza: so di essere vivo, sento d’ essere rientrato nel mio corpo. Sento anche d’aver perso tutti i sensi a parte l’udito e l’olfatto: non riesco più ad osservare le cose che avvengono intorno a me come quando ero sospeso nel nulla.

Mi sforzo di aprire gli occhi serrati, come se sulle palpebre gravasse un macigno. Non ci riesco. Non vedo nulla.

Scorgo solo luci confuse, come quando si fissa una forte lampadina colorata attraverso le ciglia e si intravede una sorta di arcobaleno.

Non riesco a muovermi.

Forse mi hanno riempito di morfina”, penso.

Vorrei dire a tutti che non è niente di grave, che in fondo sto bene, ma non riesco a parlare: non muovo neanche la bocca.

Sono racchiuso dentro al mio corpo, vigile e cosciente, ma come murato vivo.

Allora mi vengono in mente quei film visti e rivisti in cui il protagonista viene sepolto vivo e sta morendo soffocato per poi essere salvato, all’ultimo momento, dall’eroe di turno.

Ma almeno lui può muoversi.

C’è qualcosa che non capisco.

Se sono rimasto paralizzato agli arti, magari anche alla schiena, perché non riesco almeno ad aprire gli occhi?

Può darsi che abbia preso una brutta botta alla testa e che sia completamente rintronato.

Ma io, dentro di me, sono lucido.

C’è qualcosa che non capisco…

Riprendo il filo della mia coscienza

Riprendo il filo della mia coscienza senza sapere né l’ora, né il giorno né dove io mi trovi.

Sento, tutt’intorno a me, il profumo tipico delle stanze di ospedale e, anche per il velato baluginìo del ricordo della corsa in ambulanza, suppongo di essere in un posto del genere.

Non ricordo di aver registrato sensazioni simili ad un luogo tipo pronto soccorso o corrispondenti ad un ricovero.

Sono molto confuso. Non riesco nemmeno a capire se io sia in piedi oppure sdraiato.

Sento un vociare lontano di donne e d’un tratto, captando in lontananza il senso dei loro discorsi, capisco. Sono infermiere.

Adesso sono sicuro di essere in un ospedale.

Di questo sono certo.

All’improvviso si apre la porta della stanza ed avverto delle presenze a me note.

Sì, certo, le conosco bene, e sono molto preoccupato all’idea dell’impressione che potrei suscitare.

Mia mamma Beatrice è una donna alta e di bell’aspetto: ha occhi magnetici verde-nocciola e capelli biondo-chiaro che le incorniciano un viso un po’ rotondo ma molto dolce. E’ una donna ancora dotata di un certo fascino, seppur provata dalle vicissitudini della vita.

Ripensando al suo aspetto, mi appare chiaro perché io sia sempre stato affascinato dalle ragazze bionde con gli occhi neri.

Io ho sempre adorato mia madre.

Si è sposata a diciotto anni con mio padre Carlo, medico, che le ha rovinato la vita andandosene con Anna. Ora, a quarantatre anni, sta entrando in una profonda fase involutiva e di depressione tipica di chi vede trascorrere il tempo e si sente sempre più irrealizzato.

E’ molto pignola e da me pretende molto. Non sempre io l’ho ripagata delle sue aspettative con la mia vita un po’ sciatta e un po’ bruciata, sempre ai margini delle cose e degli avvenimenti famigliari.

Fa costantemente un dramma anche delle cose più banali e, quindi, vedendomi addirittura in questo stato, m’aspetto che pianga ma non che mi dica: “Giulio, figlio mio, m’hanno detto che dopo l’incidente sei entrato in coma. Sono disperata…”

Sentendo queste parole tutto mi appare più chiaro e non so come abbia fatto a non esserci arrivato da solo ma, probabilmente, quel torpore che mi ha pervaso mi ha annebbiato la mente.

Ecco le sensazioni extracorporee, ecco perché non riesco a muovere un muscolo e nemmeno ad aprire gli occhi.

Poi, d’improvviso, sentendo mia mamma soffrire, tutti questi pensieri si dissolvono e sento nella mia anima, attanagliante come una piovra coi suoi tentacoli, un’angoscia agghiacciante che mi sconquassa le viscere.

Forse non mi sveglierò mai…

Forse resterò sempre così…

Sento con stupore la voce della mia sorella più piccola.

Emanuela è veramente una bella ragazza. Ha ereditato sicuramente tutto da mia madre: alta, con gli occhi nocciola, lineamenti perfetti, capelli biondi e ricci. Per il suo fisico, avrebbe sicuramente potuto fare la modella. E’ sempre stata attorniata, sin dalla tenera età, da un sacco di ragazzi che la corteggiavano: alcuni erano arrivati addirittura a seguirla per strada, come le riferivano poi le sue amiche, o ad aspettarla sul pianerottolo del nostro condominio.

Mi dice: “Giulio, fratellino mio, mi manchi tanto. Ti ricordi quando da piccoli giocavamo nella casa in campagna di papà? O quando, più grandi, correvamo insieme a perdifiato per i campi odorosi, appena mietuti da quei contadini che a fatica avevano trascinato gli aratri tra le zolle, vestiti di cenci, così logori che ai nostri occhi apparivano buffi? Svegliati, fallo per me, e ti prometto che d’ora in poi spezzeremo lo stesso pane, saremo amici inseparabili ed io non ti lascerò più solo…”

Le vorrei rispondere con tutte le mie forze. Mi sento scosso dallo sforzo che sto facendo. Mi rassegno impotente, perché mi accorgo di aver la mascella serrata, i denti l’uno sopra all’altro.

Non so come, trovo la forza di ridere ripensando alle sue parole: si esprime con concetti astratti, un po’ complessi. Per diletto scrive poesie e, non a caso, nel modo di parlare viene fuori questa sua parte importante.

Emanuela è sempre stata così…

Ho finito da poco la terza media e la vedo tornare a casa, l’aspetto solare come al solito.

La sento dire a mia madre (ha appena finito di frequentare la quarta liceo scientifico) che è stata rimandata in tre materie.

Non è per niente preoccupata. anzi, sembra contenta perché credeva venisse bocciata.

Mia mamma le fa una scenata, sgridandola furiosamente.

Allora lei va in camera e si mette a scrivere.

Mio padre se n’è appena andato di casa con Anna. Lei, come noi tutti, è rimasta molto turbata.

Quando mi fa leggere la poesia che ha scritto non ci capisco molto ma rimango stupito:

IL SILENZIO ACUTO DEL MATTINO

Ho annodato

a ciottoli levigati

il fluire dei miei ricordi.

Forse era l’aurora cremisi

che si specchiava nei solchi

delle rare onde,

forse la magia

del silenzio acuto del mattino.

Forse la quiete infinita

ed il confluire d’umane speranze

tipici d’ogni alba

in qualunque angolo del mondo.

Forse un po’ di tutto ciò

mischiato all’amore per la vita:

e noi in simbiotica armonia

su quei greti ci trovavamo,

padre,

ed era l’acuto silenzio

delle nostre illusioni,

la genesi

delle nostre buone intenzioni.

Era la folgorante attesa

d’un alito di luce

a farci muovere,

padre,

laddove ormai sono avanzate

poche manciate di rena

e l’acqua ha reso canute

persino le amiche conchiglie.

Emanuela è sempre stata così…

Mi sta prendendo un tale senso d’angoscia che vorrei solo piangere, mostrarle almeno una lacrima per farle capire che ho capito, che per lei ci sono e ci sarò sempre.

Ma non riesco neanche a fare quello.

Poi sento il profumo dei capelli di Laura.

Mia sorella più grande non ha ereditato niente da mia madre: è di bassa statura, magrissima e con uno strano naso aquilino che sporge in mezzo a due occhi verde pallido e le regge un paio di occhiali dalle lenti spesse. E’ invecchiata anzi tempo: oltre alla miopia, già una spruzzata di sale si fa strada nella sua mora e rada capigliatura, rendendola più vecchia di un bel po’ di anni.

Laura è tranquilla e taciturna, introspettiva al punto tale di mettersi a studiare da sola psicologia.

L’ha fatto per la sua malattia, che lo psichiatra ha detto doveva curare col Dumirox, un potente antidepressivo. Una depressione tale che le aveva addirittura fatto fare domanda d’invalidità civile. Quando la commissione l’ha visitata, resasi conto che non mentiva, le ha assegnato una percentuale del sessanta per cento, non sufficiente, però, a fruire dei benefici economici.

Come appartenente a categoria protetta, ha trovato, a ventidue anni, quell’impiego alla Banca Popolare di Milano e si è così arrangiata da sola staccandosi da noi piano piano, sempre coi suoi problemi.

Io le voglio davvero bene.

La parte più debole detiene sempre il primato di attenzioni in una famiglia.

Poi ho sentito tutto svanire: sono stato preso da una sorta di vigile letargo e, da allora, non ricordo più d’aver sentito la voce della mamma, delle mie sorelle o dei medici.

Sono entrato in un rarissimo stato di dormiveglia cosciente e mi sono apparse, d’un tratto, la mia infanzia e tutta la mia giovinezza in una serie di flash sequenziali simili a sogni lucidi, aderenti, soprattutto, ai fatti avvenuti nella Milano degli anni ’80.

In vita mia non ho mai pregato, ma ora prego Dio di ridarmi la mia vita: Emma, mia mamma, le mie sorelle e tutti gli amici che ho perso.

Perché sono entrato in una specie di labirinto ed ora fatico tremendamente ad uscirne.

Vedo una foto di me bambino

Vedo una foto di me bambino nel soggiorno di casa mia.

Sono piccolissimo: avrò quattro anni. Ho i capelli biondo-chiari parzialmente nascosti da un cappellino rosso a fiori bianchi e il pollice della mano destra portato all’orecchio. Faccio così quando ho sonno.

Vicino, nella foto, c’è mia mamma che mi accarezza, il viso vergine di rughe, i lunghi capelli biondi, gli occhi luminosi e pieni d’affetto, un costume serio che fa da cornice ad un corpo bianchissimo.

Io ho un costumino rosso. Siamo su una spiaggia biancastra e affollata sulla costa toscana, vicino a Castiglioncello, tutti circondati da mamme e da bambini che giocano. Sullo sfondo s’intravede un mare liscio come l’olio e verdastro.

Sto dormendo.

Sogno mia mamma che mi tiene in braccio dopo una lunga camminata per le vie del centro. L’ accarezzo e lei mi risponde gentile, con quello sguardo che le è rimasto negli anni e che sembra parlare da solo.

Mi è impressa un’altra foto più recente che custodisco geloso nella mia camera; quando la guardo sento una voce che mi sussurra dolce le risposte alle mie domande, dicendomi se sono sulla strada giusta oppure se sto sbagliando in qualcosa.

Mi sveglio bruscamente, sentendo le grida concitate di alcuni bambini che giocano intorno a me.

Quasi mi viene da piangere per lo spavento, ma sento mia mamma accarezzarmi e dire: “Hai riposato bene, amore mio? Sai, sono arrivati tanti bambini con le loro mamme. Ti va di andare a giocare con loro?”

Io annuisco, scendo dalla sdraio e mi avvicino con circospezione, quasi con la paura di venir visto: loro sono più grandi ed ho paura che mi prendano in giro, con quel fare canzonatorio ed irriverente che tutti i bambini hanno verso i loro coetanei e, soprattutto, verso i più piccoli.

Mi ricordo di una volta che uno mi ha detto testualmente: “Sventolone, sembri Dumbo!”

Io mi sono messo a ridere, con quel gridolino innocente tipico di ogni piccolino. Ma quelle parole poi, negli anni, mi hanno aperto una ferita che ancor oggi non sono riuscito a rimarginare: adesso porto i capelli un po’ lunghi e ho due ciocche che mi coprono le orecchie.

Decido di mettermi a giocare da solo, cercando approvazione nello sguardo di mia madre che subito mi lancia un’occhiata complice.

“Dai, Giulio, prova a costruire dei castelli di sabbia”, mi dice.

Io non so bene da che parte cominciare.

Immergo la mano nella rena calda e fine e mi soffermo a vederla cadere con la lentezza di una clessidra, creando una montagnola rotondeggiamte. Poi provo ad andare a prendere un po’ d’acqua sul bagnasciuga e la porto dov’ero. Riesco a creare un impasto molliccio e, armato di secchiello, forgio, non senza difficoltà, dei cilindri che io immagino siano torri.

Passa un bambino più grande e mi dice: “Adesso ti rovino tutto quello che hai fatto!”.

Io gli dico di stare fermo, vorrei difendere il castello, ma lui è più grande e mi abbatte le torri.

Adesso ho paura.

Guardo verso la mamma ma lei sta leggendo.

Il bambino s’accorge e mi dice: “Ehi, bamboccio, vuoi la mamma?”

Quelle parole mi sono entrate dentro in maniera indelebile.

Sono disperato e lancio un grido.

“Cos’è successo, Giulio?”, mi chiede preoccupata la mamma.

“Mi ha rotto il castello”, rispondo io con un filo di voce.

“Cosa hai fatto al mio bambino?”, dice lei inviperita.

In quel momento arriva una donna bellissima.

“Mi dispiace, signora, ma Gianluca è così. Siccome lui non è capace di fare niente, quando vede che qualcuno ha costruito qualcosa di bello glielo vuol sempre distruggere…”

“Ma non è il modo di fare!”

“Ha ragione, signora. A casa lo sgriderò sicuramente.”

“Va bene, sono cose da bambini.”

“Piacere, io mi chiamo Anna.”

“Piacere, Beatrice.”

“Perché non provate a fare la pace e a giocare un po’ insieme adesso?”

“Va bene, mamma”, le risponde Gianluca chiaramente in soggezione.

“Costruite una pista e fate una gara con le biglie”, dice mia madre.

“Sì, giochiamo.”

“Di dove sei tu?”

“Di Milano.”

“Davvero? Anch’io.”

“Io abito in Via Mario Pagano”

“Io in Via Ludovico Ariosto! Siamo vicinissimi!”

“Che forte!”

“Mi chiamo Gianluca.”

“Io sono Giulio. Che bello, siamo amici”.

Mi siedo e Gianluca mi tira per le gambe creando una pista compressa, tutta curve e controcurve, ricamando asole sulla sabbia umida.

Scelgo una biglia di Gimondi. Lui ne ha una di Motta.

E’ più forte Gimondi. Devo vincere anche per quello che è successo prima. Non l’ho dimenticato.

Mi accorgo, con celato dispiacere, che Gianluca è molto bravo. Però mio padre Carlo, che viene per i fine settimana, ha fatto del suo meglio per insegnarmi.

Ci sfidiamo per quattro giri sotto il sole a picco. Siamo già molto abbronzati, per cui non c’è pericolo. Dopo sorpassi e controsorpassi, Gianluca, all’ultima curva è in vantaggio. Allora io, mettendo nelle dita tutta la mia forza, riesco ad imprimere alla pallina una strana traiettoria. Questa percorre tutta una parabolica e, con mio grande stupore misto a gioia, taglia incredibilmente il traguardo.

Guardo mamma e le vorrei raccontare della mia impresa ma lei sta parlando fitto fitto con Anna. A volte è meglio non disturbare i genitori.

Sembrano contente ed io ascolto la loro cantilena, fatta anche di parole che non capisco. Sono felice perché vedo mia mamma ridere.

Da allora sono diventato molto amico di Gianluca. Siamo inseparabili: ci troviamo al mattino e stiamo insieme tutto il giorno, escludendo dai nostri complici giochi tutti gli altri bambini. Odiamo soprattutto le bambine, che ci danno fastidio con quel loro fare insistente e petulante. Poi facciamo il bagno un’infinità di volte al giorno. Nuotiamo con i braccioli, ma ci divertiamo un mondo a riempirci di schizzi.

Il fine settimana mio padre è arrivato in spiaggia ed ha conosciuto Anna. E’ alto e forte, con folti capelli scuri e, dai suoi occhi verdissimi e penetranti, sprigiona uno sguardo forte e deciso.

Quando conosce Anna mi sembra molto affascinato. Vedo mia mamma che gli lancia strane occhiate, ma lui non sembra curarsene.

Mio padre ed Anna sono andati avanti a parlare per tutta la domenica. Sorridevano e gesticolavano felici, come se tra loro si fosse creato una sorta di campo magnetico. Mia mamma, molto infastidita, riusciva a stento ad intervenire e, ancor meno, a prendere le redini del gioco.

Hanno continuato per tutti i fine settimana di agosto.

Finisce l’estate: per me è stata stupenda.

“Voglio che vi scambiate l’indirizzo. Voglio vedere ancora Gianluca a Milano”, dico a mia mamma.

“Va bene”, mi risponde lei con malcelato dispiacere.

“Ci vedremo, ci vedremo sicuramente.”

“Altro che”, mi risponde lui.

Da allora io e Gianluca abbiamo giocato insieme, nei parchi di Milano, un’infinità di volte.

Anche mio padre, mia mamma ed Anna (che poi avevo saputo si era separata da poco) si sono visti un po’ di volte. A volte sentivo i miei litigare. Mia madre diceva in continuazione che non si dovevano più vedere.

Quando li ascoltavo di nascosto non capivo il perché e con un groppo alla gola, pensando a Gianluca, mi mettevo a piangere a dirotto. Quando poi loro si accorgevano che li avevo sentiti discutere, lasciavano perdere comprendendo che io, con tutti quei dissidi famigliari, mi chiudevo in me stesso e stavo malissimo.

Ignaro delle conseguenze che avrebbe portato nelle nostre vite quell’incontro io, ancora bambino innocente, tra me e me ripetevo

sempre e solo: “Che bello, finalmente ho trovato un amico vero”.

L’ estate successiva prendiamo una barca

L’estate successiva prendiamo una barca a motore, piccola ma carina. Mio padre mi dice che è una pilotina, un modello molto ambito e diffuso in quegli anni.

Ci troviamo a Vada, un paesino non distante da Castiglioncello, dove abbiamo preso una casa in affitto.

Gianluca, a Milano, mi dice sempre che sua mamma si prende tutti gli anni le ferie in agosto, quando la ditta dove lavora chiude per un mese. Da allora, non riesco a capire perché, mia mamma in quel periodo si è iscritta a un corso di yoga. Dice che le fa bene allo spirito, che è stressata dalla vita di Milano e, perciò, ne va della sua salute mentale.

Mio padre è molto contrariato ed io anche. Vorrei tanto giocare con Gianluca al mare.

Solo negli anni mi sono reso conto di quanto mia madre soffrisse nel ricorrere a quel piccolo sotterfugio e quanto ci stesse male anche per me. I rapporti tra lei ed Anna, poi, si erano logorati non solo nell’apparenza ma anche nella sostanza. Mia mamma, infatti, se poteva evitare che i due si vedessero durante l’estate, non poteva fare altrettanto quando si trovava a Milano.

A me, crescendo, è apparsa sempre più nitida la fitta trama del loro amore proibito; non mancavano anche di venirmi all’orecchio notizie raccolte da conoscenti comuni dei loro incontri segreti.

Mi vergognavo di mio padre, mi sentivo tradito.

Andiamo in vacanza in luglio e giriamo con la pilotina in un clima di silenzio irreale, cullati solo dal rollio del motore e dallo sciabordio delle onde create dal motoscafo, che si aprono poi in una scia della quale non scorgo la fine.

E’ mia mamma, che non vuole fare le vacanze in altri posti se non in Toscana, ad indicare la rotta. Mio padre sembra assai contrariato ma, per ovvii motivi, non può dire niente. E’ prigioniero di tutta questa situazione, voluta da mia madre ma creata da lui stesso. Io ho semplicemente il ruolo di vittima. Subisco il tutto senza capacitarmi di cosa stia succedendo.

Mi viene da piangere perché soffro nel sentire i miei genitori così freddi tra loro ma, allo stesso tempo, non posso lamentarmi di nulla di reale.

Passiamo praticamente due estati a vaporizzare nafta, correndo tra l’Elba, la Capraia e Montecristo. Il tutto con qualche veloce puntata in Corsica.

Corse folli tra le onde, frangendo i flutti in cerca di un perché alla propria vita; scorribande tristi tra un’oasi di quiete e l’altra: ho osservato una volta il fondo limpido alla Capraia desiderando finirci dentro per poi essere soffocato dai marosi, ho ammirato un banco di delfini all’Elba e mi sono immaginato che, ricadendo, danneggiassero irreparabilmente la barca, ho visto avvicinarsi velocemente le scogliere di Montecristo e ho sperato tanto che non ci fermassimo e ci sbattessimo contro.

Non ho mai sofferto tanto in vita mia…

Adesso ho sette anni e sono di nuovo al mare in Toscana, questa volta solo con mia madre. Mio padre è rimasto a casa: ha detto che deve lavorare. Quando siamo partiti, quasi non si sono neanche salutati.

Continuo a star male (mia mamma, poverina, lo capisce bene ma non sa che fare) però, almeno, sono contento di non andare più in barca.

Mi devo assolutamente trovare qualche nuovo amico e mia mamma, per agevolarmi, mi porta in un bagno privato, i bagni “La Barcaccina.”

Lì speriamo entrambi che ci siano tanti ragazzini e, magari, qualche attività che possa favorire la socializzazione.

Il primo giorno mi metto subito a parlare con due ragazzi di un paio d’anni più grandi di me: Mario, di Livorno e Fabrizio, di Firenze.

Sono molto simpatici, mi accolgono nella loro ristretta cerchia e, per il mio aspetto, mi danno il soprannome di “faccia d’angelo”.

Non è più come quand’ero alle spiagge bianche con Gianluca: ora c’interessano anche le bambine e, guidato dai miei compagni più grandi, comincio a vederle sotto un’altra luce. Mi sento attratto e qualche volta cerco invano di parlare con qualcuna di loro. Spesso mi ritrovo a fantasticare baci mozzafiato, allo stesso modo che avevo osservato a casa soprattutto nei telefilm americani.

Adoro pescare e, dopo essere stati qualche volta in mare con il vecchio Attilio, la faccia piccola e rugosa rovinata dal sale e dalle intemperie, io e Mario decidiamo di calare una rete a circa quaranta metri da riva, ripromettendoci di andarla a salpare non prima del mattino successivo.

Io alla sera non ce la faccio più dalla curiosità. Non voglio salpare la rete ma solo vedere se sia rimasto imprigionato qualche scorfano o qualche muggine. Allora mi avvicino lentamente a uno dei due galleggianti segnaletici, a fatica riesco ad issare la corda sulla mia piccolissima barca e, proprio mentre sono su un tratto di fondale sabbioso, scorgo una grossa triglia imprigionata e ancora boccheggiante.

Non l’avessi mai fatto: mentre sono impegnato a far scorrere la rete, vedo un’altra barca a remi che s’ avvicina.

“Che stai facendo, faccia d’angelo? Avevamo promesso di andare solo domani mattina. Per me sei venuto a fregarti i pesci.”

Io, rosso dalla vergogna rispondo: “No! Volevo solo guardare e basta.”

“Non ci credo”, dice Mario fuori di sé. “Sei un imbroglione, non ti voglio più vedere.”

Ripensando a quanto sia stato leggero a farmi trascinare da una cosa tanto futile, ora non faccio altro che pensare tra me: “Che stupido sono, così ho perso un amico”.

Mi sono ritrovato solo con Fabrizio che, tra l’altro, non mi trattava più come prima. Aveva saputo della storia della rete e si era allontanato un po’ da me. Cercavo di riconquistare la sua amicizia facendogli un mucchio di scherzi, che lui non sembrava gradire più di tanto. Dopo un po’ di tempo passato a scherzare con le ragazze, un giorno Fabrizio mi dice: “Dai, viso d’angelo, torniamo amici.”

Ci mettiamo a parlare fitto fitto di bimbe, automobili ed anche di Mario. Allora Fabrizio mi dice: “Sai, alla fin fine non m’importa del fatto che avete litigato: sono affari vostri.”

Io, rinfrancato ed incoraggiato da quella conversazione, mi metto nuovamente a scherzare: faccio finta di frustarlo con un rametto leggero e, inavvertitamente, lo colpisco. Lui allora, all’improvviso sferra un pugno fortissimo che mi lascia completamente rintontito.

Anche questa volta rimango paralizzato e con una sensazione di tremenda impotenza.

Torno a casa e alla sera sento mia mamma parlare a tavola di quel che è successo con il suo fratellino Simone, che era venuto in vacanza con noi.

Mio zio è un ragazzo alto e magrissimo, coi capelli scuri e due occhi marroni dai quali traspaiono scintille di brillante intelligenza.

Lei gli dice che dovrei imparare a difendermi e a farmi rispettare ma lui, al termine di una breve discussione dai toni pacati, la convince che, in fondo, sono solo un bambino di sette anni ed avrò tempo per queste cose.

Io ascolto dalla camera adiacente, senza farmi accorgere. Mi sento impazzire.

Non mi interessa aver perso un finto amico come Fabrizio.

Ora un unico pensiero mi pervade la mente. “Un giorno, sì, un giorno riuscirò a vendicarmi.”

Le visioni si dissolvono

Le visioni si dissolvono, fluire senza ricordi e senza nomi, in cristalli dalla luce azzurro-chiara. Mi sento proiettato in un vortice ed è come se guardassi attraverso un vecchio caleidoscopio, dove gli oggetti girano veloci, tanto che io faccio fatica a seguirli con gli occhi.

Mi sento come sbalzato in avanti in una nuova dimensione temporale.

Ho otto anni e sono le cinque del mattino. Mio nonno materno Gino viene a svegliarmi dolcemente, portandomi un po’ di caffè fumante. Mi guarda con amore infinito, come se io fossi una delle cose più belle capitate nella sua lunga vita.

Allora, sei pronto? Dai, vestiti.”

Certo, non vedo l’ora di andare a catturare qualche bella anguilla.”

Andiamo a fare colazione. Poi, prima di uscire ricordati di mettere lo spray: sai che è pieno di zanzare là, al fiume”

Mio nonno è sempre premuroso e pieno di attenzioni.

E’ alto ma un po’ curvo, il naso sporgente tra due occhi forti e lucidi, i radi capelli bianchi. Di professione fa il rappresentante e -mi racconta spesso- ha acquistato coraggio grazie alla sua professione: entra subito in confidenza con le persone conosciute da poco e, grazie all’eloquio fluente ed anche alla sua ricchezza d’animo, si fa dappertutto un sacco di amici.

Usciamo e passiamo davanti all’edicola del paese. Io guardo un giornale e leggo: “…processato in contumacia…”. Allora gli chiedo cosa vuol dire.

Significa che non era presente”, mi risponde. Poi aggiunge con dolcezza: “Sai, Giulio, mi dà una gioia infinita poterti spiegare qualcosa che non sai…”

Il nonno è sempre stato così…

Sono le sei e mezza e siamo in riva ad un corso d’acqua salata vicino alle spiagge di Vada.

La mattina è tersa: spira già, infatti, una brezza leggera che smuove dolcemente i fili d’erba ancor carichi di rugiada. A levante il sole sta facendo capolino tra le nubi rossastre e presto ci donerà un dolce tepore.

Disponiamo cinque canne parallele con la lenza munita di galleggiante, calibrato in modo che l’esca sia rasente al fondo. Poi, il nonno esegue un lancio perfetto con una canna col mulinello. Questa lenza termina con un pesante piombo sopra il quale penzola un bracciolo corto che finisce con un grosso amo. In cima a questa canna è collocato un campanellino che per via delle vibrazioni trasmesse dalla preda che sta abboccando, funge da utile segnalatore. Tutti gli ami sono coperti da vermi singoli o a ciuffo: è questa, infatti, l’esca principe per le anguille.

Mi diverto un sacco a far suonare ogni tanto il campanellino dando un calcetto alla base della canna. Il nonno ci casca sempre ed ogni volta, immancabilmente, mi sgrida con fare bonario, provocando in me un istintivo moto di simpatia.

Sembra una mattina come le altre ma alle nove e mezza, quando d’abitudine avremmo preso cinque o sei anguille, non c’è ancora stata neanche un’ abboccata. Io continuo a guardare ipnotizzato i galleggianti attendendo e curando il minimo movimento. Nella canna col mulinello poi non ho alcuna fiducia: finora ci ha fruttato solo quattro catture, e nemmeno di taglia.

Alle undici non gliela faccio più e chiedo al nonno di andar via, quasi supplicandolo. Proprio in quel momento la canna col mulinello ha un fremito e il campanellino suona ripetutamente. Il nonno, ancora vittima della paura di venir preso in giro, mi guarda e, con sorpresa, nota che sono lontano. Allora si precipita a prendere in mano la canna che si sta incurvando e con maestria, per far sì che il pesce non subodori l’insidia, accompagna l’abboccata movendo verso il basso la canna. Poi, proprio al momento giusto, tira con un breve scatto deciso e ferra la preda

Il nonno s’accorge subito che è qualcosa di grosso dato che non riesce a far compiere nemmeno mezzo giro al suo mulinello. Allora cede filo piano, rovinandosi per l’attrito tutte le mani che, ora, stanno cominciando a sanguinare abbondantemente

Il nonno recupera e cede filo, con una lotta estenuante in cui l’anguilla punta spesso il fondo alla ricerca disperata di qualche sasso dove potersi attaccare e sfuggire alla morte certa. Lui lo sa e perciò alza spesso la punta della canna spasmodicamente incurvata al punto tale che, ancor oggi, non riesco a capire come abbia fatto a non rompersi.

Sicuro della tenuta del filo e sentendo l’animale ormai stanco (sarà passato un quarto d’ora) il nonno esausto trascina l’anguilla a riva. Mentre la sta per issare, questa ha la forza di dare l’ultimo colpo di reni e di puntare il fondo. Ce l’aspettavamo. Il nonno gestisce con maestria anche questa situazione: oppone una certa resistenza, lascia sfogare l’animale e poi recupera con decisione.

Vedo l’anguilla sulla riva e non credo ai miei occhi. Sarà lunga un metro, con un diametro spaventosamente enorme e peserà almeno cinque chili.

Continua ad agitarsi e il nonno la deve trascinare oltre l’argine, in un posto al sicuro. Dopo avermi ordinato di prendere un sacchetto, mi urla di raggiungerlo. Vedo il nonno che, esausto e tutto sporco di sangue, riesce a fatica ad introdurre l’animale ancora guizzante nella capiente busta che gli ho passato. Con mio grande stupore, una volta finita la battaglia, l’anguilla è diventata immobile e rassegnata al suo destino.

Poi ho abbracciato il nonno con un misto di gioia e di ammirazione.

Non mi sono mai divertito tanto in vita mia.

Ho bisogno di continuare a vedere…

Ho bisogno di continuare a vedere…

Ho quasi dieci anni e sto andando al Parco Sempione a giocare.

Anche se non mi fa certo piacere esser accompagnato da mio padre (immagino perché lo faccia), sono lo stesso contento perché so che vedrò Gianluca. E’ circa un anno che non ci vediamo.

Io voglio solo giocare a pallone. Non sono tanto capace però mi piace molto, soprattutto quando riesco a fare gol.

Mi viene in mente un episodio risalente a qualche anno fa.

Vado allo stadio con mio padre a vedere una partita. I biglietti glieli regala il Milan, del quale lui è un collaboratore.

Gioca Rivera e vinciamo con un gran gol di Bigon. Mio padre mi dice che è un grande giocatore, molto forte di testa. Quando il Milan segna si mettono ad urlare tutti.

Ho paura che siano arrabbiati. Invece no, gridano di gioia, sono contenti. Mi fa impressione vedere tutta quella gente, le bandiere, i cori di incitamento e poi di ringraziamento del pubblico ai giocatori: tutti sono come impazziti. Addirittura vedo ancor adesso, attraverso quell’immagine nitida, i caroselli delle macchine clacsonanti intorno allo stadio con gli automobilisti che si sporgono dall’abitacolo ed urlano all’unisono con un ruggito: “Milan, Milan…”

Mi distolgo dai miei ricordi quando penso che ho voglia di vedere Gianluca, l’amico del cuore, e poi tutti gli altri con cui gioco a calcio. Mi guardo in giro e, dopo un po’, riesco a intravedere Anna.

E’ ancora bellissima: mi ricorda molto le hostess che ho visto l’estate scorsa, quando siamo andati alle Maldive con alcuni amici. Vicino a lei scorgo Gianluca: adesso è molto più basso di me e un po’ tarchiato, con la faccia un po’ rotonda e le gote arrossate che ispirano grande simpatia.

Lo saluto da lontano e lui mi corre incontro felice. Mio padre guarda Anna con finto distacco e, quando ce ne andiamo a giocare, saluto i due che stanno già dialogando con un’enfasi ed un trasporto tale il cui significato è palese anche ai miei occhi di bambino.

M’avvio al campo camminando forte per la tensione e parlando fitto con Gianluca quando, con la coda dell’occhio, vedo i nostri genitori sempre più vicini. Allora mi viene in mente quella volta che ho guardato distratto e un po’annoiato “Il gigante” col nonno Gino ed ero rimasto colpito solo da quella scena in cui Elizabeth Taylor e Rock Hudson stanno fermi a scambiarsi uno sguardo che parla da solo e racconta di quanto sia grande e intenso il loro amore.

Vedo la stessa cosa tra mio padre ed Anna.

Rimango profondamente turbato.

Riprendo a camminare col viso rosso dalla vergogna mentre Gianluca parla e parla, ma io non sento nulla.

Cammino con la testa semigirata, lo sguardo rivolto all’indietro. Quando vedo Anna accarezzare mio padre mi sento mancare. Immaginavo già tutto ma questo, con me a dieci metri di distanza, è troppo.

Penso di raccontare tutto a mia mamma.

Dico a Gianluca che voglio tornare a casa e lui mi guarda stupito. Bofonchio qualcosa, senza riuscire ad articolare parole di senso compiuto.

Gianluca mi chiede se sto bene e mi dice che per quel giorno è stata organizzata una partita con dei ragazzi fortissimi. La voglia di vendicarmi e di riuscire a sfogare tutta la mia rabbia prevalgono sull’istinto di fuga.

Una volta arrivati al prato prescelto, constatiamo con amarezza che, oltre alle solite facce a me note ci sono solo dei ragazzi di strada, dei poveracci conciati in un modo indecente. Quando stiamo per andare via mestamente, quello che sosteneva a gran voce di essere il “capoccia” s’avvicina e mi dice: “Vi vogliamo sfidare, vi facciamo vedere noi chi siamo. Scommettiamo cinquecento lire?”

Va bene”, gli rispondo colpito nell’orgoglio. “Terrò io il tempo. Va bene mezz’ora?”

D’accordo”, fa eco il “capoccia”

Cominciamo.”

La partita inizia lenta, nessuno vuole affondare il colpo. Ad un certo punto, Gianluca mi serve in profondità ed io mi accorgo di avere davanti solo uno di loro. Faccio finta di andare a sinistra, poi mi porto la palla sul destro, il mio preferito. Con un’abilità che non sapevo di possedere, mi creo lo spazio giusto, armo il tiro e poi calcio.

Mi stupisco di me stesso quando la palla passa radente alla borsa che funge da palo. Io e Gianluca ci abbracciamo ed urliamo verso il “capoccia” tutta la nostra gioia. Lui, contrariato e deluso, va verso il centro e ci intima di sbrigarci.

Poi loro attaccano e attaccano ma il tempo passa. Non gliela faccio più a forza di correre dietro a tutti e continuo a guardare l’orologio.

Mancano pochi secondi.

Il “capoccia” s’impossessa di una palla vagante e s’invola verso la nostra porta, correndo tanto forte che sembra deciso a risolvere la questione da solo. La palla ondeggia da un piede all’altro ed io, aspettandolo e guardandolo in faccia, colgo in lui il massimo sforzo di concentrazione.

E’ vicino il gol del pareggio.

Lo blocco entrando in disperata scivolata, colpendo gambe e pallone. Poi gli dico: “Adesso è finito il tempo. Paga!”

Lui si rialza e mi urla rabbioso: “Me le dai tu le cinquecento lire, altrimenti ti uccido. Hai capito, cocco?”

Mi ripassa per la mente l’immagine di mio padre con Anna e non ci vedo più. Comincio a colpirlo con pugni e calci, facendogli sgorgare il sangue dal naso e dallo zigomo sinistro. Poi vedo tutt’intorno a noi i miei e i suoi compagni che ci incitano, mi sento il sangue salire al cervello e lo colpisco con quanta più forza abbia in corpo.

Il “capoccia” stramazza a terra. Gianluca mi porta via.

Finalmente mi sono vendicato.

Torniamo trafelati dai nostri genitori e li sorprendiamo mentre si stanno tenendo la mano e si guardano in quel modo per me così irritante. Anche Gianluca li vede e rimane attonito.

Dico a mio padre: “adesso andiamo via.”

Lui mi guarda come un bambino sorpreso con le mani nella marmellata e mi lancia uno sguardo colpevole. Io sento che è falso e, se solo ne fossi capace, farei a lui quello che ho fatto al “capoccia”.

Mi limito a guardarlo di traverso: voglio riuscire a farlo sentire meschino qual’ è.

Senza muovere la bocca faccio un cenno amichevole di commiato a Gianluca e guardo Anna con un misto di dispiacere e di commiserazione.

Non ho mai più visto Anna in vita mia

Decido di andare a Milanello

Decido di andare a Milanello con il mio compagno delle elementari Luca, un ragazzino di undici anni alto e smilzo, coi capelli rossicci, una spruzzata di lentiggini sul viso pallido. Siamo nella sua casa di Carnago per un breve periodo di vacanza e perciò la nostra meta non è molto lontana.

Inforchiamo le biciclette e decidiamo di fare una piccola gara.

Mi viene in mente quella volta che io e Giovannino, un bimbo di bassissima statura e dai capelli slavati, siamo partiti da Vada andando verso Livorno per fare una gita. Dopo esserci rifocillati nel supermercato di Rosignano, ci siamo involati verso la nostra meta preferita, le spianate sopra Castiglioncello. E’ questa ancora una zona tranquilla, poco residenziale, con un mini-circuito che si snoda intorno ad un laghetto ombroso e privo di vita.

Arriviamo appaiati alla base della collina ma io so benissimo che, una volta imboccato lo stradone in salita, Giovannino scatterà all’improvviso nel tentativo di distanziami. Ciò avviene puntualmente dopo una cinquantina di metri ma questa volta sono io ad avere più birra nelle gambe. Gli sto a ruota per qualche metro, poi esco dalla sua scia ed eseguo una progressione che in breve tempo lo stronca. Mi volto e scorgo la sua sagoma arrancante sempre più lontana. Giungo, con molto vantaggio al traguardo che si trova (così ci siamo accordati) tra due pini alla fine di un curvone che costeggia la sponda orientale del laghetto.

Mi sento felice e un refolo di vento mi culla nel pomeriggio limpido e assolato.

Anche stavolta ho vinto.

Io e Luca arriviamo al complesso sportivo quasi appaiati e molto trafelati.

Per questa volta, abbiamo deciso, nessuno dei due può fregiarsi del titolo di vincitore della nostra breve corsa. Poi cominciamo a discutere senza farci vedere.

Incomincio a pentirmi di essere andato fin lì. Realizzo, in un istante di tempo, quanto io sia stato stupido nel voler solo farmi bello con un amico. Allora dico: “Ho paura che non ci facciano entrare.”

“Ma dai, non hai detto che tuo padre lavora anche per il Milan?”

Mi sento preso tra due fuochi: da una parte c’è il sopito odio per mio padre, dall’altra la tentazione di fare bella figura di fronte a un amico.

Mi mangio le mani per il fatto di essere venuto sin qui. Poi cedo al mio innato istinto di voler fare il protagonista a tutti i costi e dico: “Sì, fa delle visite ai ragazzi che giocano negli Allievi a Linate e, ogni tanto, a qualche primavera. Poi riceve gente importante come Rivera o Franco Baresi: Ma nessuno conosce me…”

“Digli che sei suo figlio. Prova, almeno”.

Mi accorgo che il custode ci sta osservando attraverso il cancello e, anticipandomi, ci rivolge la parola in modo non proprio gentile.

“Forza, ragazzi, allontanatevi: qui non c’è nessuno da vedere.”

“Ma io sono il figlio del dottor Bersani!”

“Ah sì? Come si chiama di nome il dottore?”

“Si chiama Carlo e io sono Giulio Bersani.”

“Giulio! Ti ho visto quand’eri piccolo e adesso non mi ricordavo più di te! Scusatemi, entrate.”

Entriamo nell’androne di Milanello e subito scorgiamo delle facce note che ci guardano distrattamente. Noi sappiamo che i giocatori sono a una settimana dall’esordio in campionato contro l’Avellino e, perciò, non abbiamo nessuna intenzione di disturbare. Quando poi il custode ci dice che oggi è il loro giorno libero, ci sentiamo molto più sollevati.

All’improvviso si para davanti a me un omone che parla con uno strano accento e, indicando una delle tante foto appese alle pareti, dice: “Guarda se mi riconosci, qui.”

Non si vede nemmeno se il pallone sta entrando in porta ma io gli rispondo impaurito: “E’ lei signore! Bellissimo gol, signore!”

Un’altra faccia nota mi guarda e dice: “Ehi figliolo, non siamo mica nei marines!”

“Barone, fa scappare i bambini!”, gli fa eco il barista

Sentendo pronunciare quel nomignolo, d’improvviso realizzo: è Liedholm, il grande Nils Liedholm”

“Volete andare a giocare nei prati?”, dice poi con una dolcezza disarmante.

Noi non troviamo la forza di rispondere ma, ansiosi di poter imparare qualcosa da quei grandi campioni, annuiamo contenti.

Arrivati sui campi di calcio, notiamo con dispiacere che non c’è quasi nessuno.

Allora il custode gentile che ci accompagna ci indica in lontananza un gruppetto e dice. “Guardate, là ci sono Bigon coi suoi due figli e Maldera. Provate a raggiungerli e chiedetegli se hanno voglia di giocare con voi.”

Noi ci avviciniamo camminando lentamente su uno dei tanti campi di Milanello, dal manto erboso corto ed in perfetto stato. I due giocatori ci vedono e sento Bigon dire a quello che deve essere il suo figlio più grande: “Guarda, Filippo, stanno arrivando due bòcia.”

Filippo viene verso di me e mi dice agitato: “E voi due chi cavolo siete?” Io cerco di calmarlo e gli dico: “Sono Giulio Bersani, il figlio del dottore, e questo è il mio amico Luca.”

Poi dico: “Buongiorno signor Bigon, buongiorno signor Maldera….Possiamo giocare un po’?”

“Vieni, Giulio”, mi dice Bigon come se mi conoscesse da una vita.

“Vieni anche tu, Ste”, dice al suo figlio più piccolo, che avrà sei anni. “Fai vedere come sai giocare.”

Maldera dice: “Facciamo io e Alberto contro voi quattro. Vediamo se riuscite a prendere un pallone!”

Bigon con dei paletti compone due porte larghe un metro, ad una quindicina di metri di distanza l’una dall’altra.

Filippo, molto nervoso, mi dice: “Non ho ancora capito chi diavolo sei ma mi raccomando, cerca di giocare bene che gliela devo far vedere a mio papà. Altrimenti me la prendo con te e il tuo amico.” Poi mi punta il dito in faccia, ricordandomi un po’ il “capoccia”.

Interviene il piccolo Ste: “Dai, Filippo, smettila. Tanto chi vince vince.”

Filippo lo guarda rabbioso e dice: “Ehi, tu pensa solo a giocare!”

Incomincia una squallida partita in cui Bigon e Maldera quasi senza muoversi, tengono il pallone attaccato ai piedi, palleggiano sontuosamente e si scambiano al volo la palla. Spesso giochicchiano di testa in modo da non farci arrivare.

Dopo un po’ io e Luca, invece di correre da una parte all’altra, ci mettiamo a trotterellare stando complici al loro gioco.

Ste è fermo in un angolino Filippo invece si danna l’anima e corre furiosamente, oscillando tra suo padre e Maldera.

Né Bigon né il suo compagno di squadra ci vogliono far gol. Dopo un po’ Filippo ne approfitta e dice: “Va bene, stop! Evviva, abbiamo pareggiato: zero a zero.”

Bigon e Maldera muoiono dalle risate.

E’ stata proprio una bella esperienza: ho avuto modo di giocare con due campioni ed ho conosciuto due ragazzini davvero simpatici. In più, il grande Niels Liedholm ha parlato con me.

Sì, è stata una giornata divertente ed io ho a lungo pensato a Filippo come un modello da seguire per la sua facciata da duro, l’indole ribelle, la tenacia e l’orgoglio dimostrati.

Caratteristiche, quelle, che saranno poi parte integrante di tutta la mia vita, perché già affiora in me l’esigenza di sentirmi grande e libero da costrizioni…

Non mi sento più un bambino

Non mi sento più un bambino.

Sto frequentando la prima media presso l’istituto Leone XIII e il mio dodicesimo compleanno si sta avvicinando.

E’ marzo ed oramai stiamo uscendo dall’inverno, che è stato molto rigido. Le rare spruzzate di neve che coprivano leggermente Milano fino al mese scoro si sono dissolte nel brusco passaggio ad una primavera precocemente mite. I campi stanno già fiorendo e le piante cominciano a buttare qualche germoglio.

Anche le ragazze si sono risvegliate dal torpore dell’inverno e qualche coraggiosa è già in abiti succinti, cosa che provoca in me un rimescolio di sentimenti.

Vado a mangiare da nonno Gino e nonna Pia, una donna minuta, col volto scavato dall’ età ma ancora di bell’aspetto. Ha strani capelli, un po’ bianchi e un po’ rossicci sempre arruffati; gli occhi sono tali e quali quelli di mia mamma mentre il naso è un po’ pronunciato e somiglia a quello di Laura.

La nonna ha imbandito un ottimo banchetto: mi dice che per me ha preparato quel che le riesce meglio e, per non farmi pensare troppo a mia madre, ha preparato anche, in via del tutto eccezionale la sua specialissima zuppa inglese.

Mi getto a capofitto sulle lasagne, preparate con pasta fatta in casa.

Sono molto buone: al dente ma allo stesso tempo tenere e condite con una massiccia dose di ragù. Di secondo mi porta del vitel tonnato friabile e saporitissimo, con la giusta quantità di capperi e la salsa fatta con le sue mani d’oro.

Dopo avermi deliziato col dolce, mi elargisce anche due dita di caffè preparato dal nonno con il suo speciale metodo: mi dice sempre, infatti, che il segreto è non pressare troppo e, soprattutto, forare il filtro, per mezzo di uno stuzzicadenti, con tre buchi che formino un triangolo equilatero. Solo così, sostiene lui, si fa il buon caffè. Alla fine mi son sentito oberato di cibo e soddisfatto.

Finita la cena io e il nonno ci sediamo di fronte alla televisione per vedere un episodio di “Colombo”. Nonno Gino è affascinato dal modo di condurre le indagini del tenente: sembra incollato al televisore.

In quell’episodio è narrata la classica storia di un uomo ricco ed intelligente che uccide la moglie per scappare con l’amante. Sin dall’inizio è chiaro quale sia il colpevole. Colombo, però, deve trovare delle prove che suffraghino i suoi sospetti. Non è facile con un uomo arguto come quello, ma il tenente incomincia a tessere la fitta tela delle sue apparentemente inutili domande e, mettendo sotto pressione l’indiziato, lo fa cadere con un astuto tranello: prima mette alle strette l’amante e la fa confessare, poi simula la morte di questa. Il ricco uomo d’affari, visti svanire i suoi progetti amorosi, si mette a piangere come un bambino e praticamente si autoaccusa.

E’ davvero una serie televisiva molto avvincente e il nonno ogni tre scene ha l’abitudine di ripetere: “Guarda, adesso sta per andarsene e… adesso torna indietro a fargli un’altra domanda.”

Questo particolare non lo dimenticherò mai.

Non ho voglia di andare a casa a dormire. Allora mia nonna telefona a mia madre e lei, dopo una certa riluttanza, dice che non c’è problema, dato che domani è sabato e non devo andare a scuola.

Guardiamo tutti, stancamente, ancora un po’ di televisione in soggiorno. Poi mia nonna mi prepara il divano letto con lenzuola freschissime che emanano un piacevole odore i pulito. I nonni, che sono abituati ad andare a letto presto, a quel punto mi salutano affettuosamente, riempiendomi di baci.

Spengo la luce e mentre sto per scivolare tra le braccia di Morfeo, sento la voce di Luca che mi sussurra, come aveva con malizia accennato una volta: “Sai, verso mezzanotte, su qualche rete privata, trasmettono dei film in cui si vedono le donne nude…” Allora io accendo la lampadina che c’è sulla mensola della sala e, preso da istinti ancestrali, sfoglio una rivista di programmi televisivi e, con mia grande gioia, leggo che a mezzanotte esatta c’è in programma un film dal titolo “Ondate di piacere”, proprio su un canale privato che nella nostra televisione si vede molto bene.

Sono le dieci. Ho molto sonno e i nonni sono già a letto. Allora vado a vedere se è avanzato un po’ dell’ottimo caffe’ che ha fatto il nonno. La luce della loro camera è già spenta ma io entro lo stesso in cucina con circospezione, mi avvicino alla caffettiera ancora sui fornelli e noto con piacere che è abbastanza pesante. Cercando di non far rumore mi verso un tazza colma, la ripongo sul lavandino cercando di fare il meno rumore possibile e bevo. Tutto procedendo a tentoni e a memoria nel buio. Poi torno dritto filato in soggiorno e mi metto sotto le coperte.

Il sonno, più per l’ansia dell’attesa che per il caffè, è completamente passato.

Si avvicina lentamente mezzanotte e sento russare attraverso le porte chiuse. Allora decido di accendere la televisione, sintonizzo il canale e, con soddisfazione, vedo che “Ondate di piacere” è già iniziato. Narra di due coppie che fanno un viaggio in Polinesia e, su ogni isola dove sostano, hanno rapporti sessuali in cui si vede tutto, ma proprio tutto, anche in primo piano. Sento montare il desiderio e faccio per slacciarmi i pantaloni quando, proprio in quel momento, mia nonna spalanca la porta ed entra senza preavviso.

Mi coglie sul fatto.

Incomincia a dire animatamente: “Ma cosa fai Giulio? Vergognati. Spegni subito la televisione e torna a letto! Sai, domani dico tutto a Beatrice!”

Io non riesco a controbattere e, paonazzo, mi rimetto sotto le coperte.

Fisso il buio con una lancinante sensazione di paura mista a vergogna. “Chissà come la prenderà mamma…”, continuo a pensare tra me e me.

I miei pensieri s’interrompono quando vedo nonno Gino entrare Mi dice: “Ho saputo ma, sai, quello che hai fatto è una cosa normale. Anch’io, ogni tanto, quando la nonna è via, mi diverto a guardare quei film. Non c’è niente di male…Sai cosa faccio? Domani mattina ne parlo con la nonna.”

Passo una notte da incubo, girandomi e rigirandomi nel letto.

Guardo l’orologio e sono le sei. Subito dopo, quando sottili raggi di sole fanno capolino tra le persiane, sento i miei nonni svegliarsi e andare in cucina. Li sento parlare a bassa voce, mi alzo repentinamente ed appoggio l’orecchio destro alla porta del soggiorno.

Hai visto cos’ha fatto stanotte Giulio?”

Certo io quei film non li vedo…Mi ricordo però di quand’ero a militare e andavo nei locali a vedere le donne in costume.”

Ma in quel film erano tutti nudi, una cosa oscena. E poi lui è tanto giovane….Sua madre deve saperlo!”

Lascia perdere dai, son cose da ragazzi.”

Ma è uno svergognato!”

Ti dico di lasciar stare. Nostra figlia ha già tanti problemi: gliene vuoi aggiungere un altro?”

E va bene. Lo faccio per Beatrice, però, non per Giulio.”

Mi stacco dalla porta, sento come se mi fossi tolto un macigno dallo stomaco e torno a letto. Il soffitto che, alla prima pallida luce del giorno mi sembrava girare in un vortice, di colpo è fermo al suo posto. Tutto s’acquieta.

Grazie, nonno.

Non mi sono mai vergognato tanto in vita mia…

Mi fermo a giocare all’uscita di scuola

Mi fermo a giocare all’uscita di scuola, dopo aver passato una mattina incollato ai libri di testo: la materia che mi piace di più è matematica, forse perché abbiamo un insegnante simpatico e preparato: oggi ci ha spiegato le disequazioni e io, dopo pochi esercizi, ho capito subito il meccanismo e la valenza dei segni maggiore o minore dato che ho già ben assimilato le equazioni di primo grado. Però, odio le proporzioni: trovo stucchevole quell’infinità di passaggi che bisogna fare per arrivare al risultato finale ed è per questo che le ho un po’ tralasciate durante l’anno.

Guardo distrattamente l’orologio e mi accorgo che è già molto tardi. Mamma e le mie sorelle mi staranno aspettando preoccupate. Mio padre invece non ci sarà, occupato come al solito dai suoi impegni di medico rampante in carriera. Saluto tutti i miei amici, inforco la bicicletta e percorro a tutta velocità il tratto che separa Via Rossetti da casa mia, sempre con la massima attenzione agli automobilisti, a volte imprevedibili.

Arrivo a casa trafelato: ho voglia di vedere la mia famiglia. Quando entro, capisco subito che c’è qualcosa che non va: mia mamma piange a dirotto appoggiata alla tavola priva di cibo e Laura fa altrettanto.

Mi sento sobbalzare il cuore: subito mi assale la paura che sia successo qualcosa a Emanuela che però, voltandomi, vedo sdraiata

vicino al telefono in corridoio, lo sguardo assente, l’espressione contrita. Allora penso ai miei nonni, preoccupato all’idea che uno di loro stia male. Poi, via via, in un lasso di tempo che dura una frazione di secondo, mi scorrono davanti le immagini di Gianluca, Giovannino, Luca e tutti quelli che conosco.

Finalmente mi riprendo e urlo: “Che cosa cavolo è successo? Volete dirlo anche a me?”

Mia madre mi intima: “Giulio, vai in camera tua.”

“Eh no, mamma, non ho più tre anni: io in camera mia non ci vado.”

“Allora stai con Manu. Andate a fare un giro.”

Manu, silenziosa, mi prende sottobraccio, mi fa uscire e mi porta nei giardini di Via Mario Pagano.

“Allora, Manu, cos’è successo?”

“Vedi Giulio, a volte, non per colpa nostra, nella vita capitano cose che non vorremmo succedessero. E questa è una di quelle. Vedi, Laura non aveva intenzione…”

“Cos’è successo a Laura?”, incalzo io che, sentendo parlare di mia sorella divento ancor più accigliato.

“Laura sta con Gianni, quel bel ragazzo moro che hai visto qualche volta di sfuggita.”

“E allora, cos’è successo a Gianni?”

“No, a Gianni non è successo niente, è successo qualcosa a Laura.”

Allora è veramente successo qualcosa alla mia amata sorella. Sto perdendo la pazienza. sono stufo di esser trattato come un bambino.

Non ci vedo più e dico, scandendo bene le parole: “Adesso mi dici cosa.”

“Va bene, te lo dico, in fondo non posso continuare a tenertelo nascosto. Laura è… sì, è incinta. Aspetta un bambino.”

D’improvviso realizzo cosa sia successo di tanto grave. Allora mi alzo e corro verso casa.

Sento Emanuela che da lontano mi urla: “Ehi, Giulio, dove vai, aspetta…”

Io corro senza sentirla. Ho solo una cosa per la testa: parlare un po’ con Laura. Arrivo a casa ed è proprio lei a venirmi ad aprire la porta: mi guarda con un misto di affetto e vergogna.

“Ho saputo, ho saputo”, le sussurro nell’orecchio abbracciandola. Piangiamo entrambi a dirotto e le nostre lacrime si fondono diventando una sola. Poi le dico : “Dov’è mamma?”

“E’ andata in stanza. Sai, ha bisogno di riposare.”

“Guarda, Laura, che non ti devi sentire in colpa. Capitano, queste cose”, dico io con aria saccente.

“E tu che ne sai?”, dice lei ritrovando momentaneamente il sorriso.

“Lo so, lo so, non ti preoccupare.”
”E’ vero, mi ero dimenticata che hai tredici anni.”

“Quasi quattordici.”

“Sì, quasi quattordici.”

Io e la mia amata sorella siamo soli in cucina. Emanuela non tornerà, avrà trovato uno di quei tanti corteggiatori che le fanno il filo ai giardini. Allora mi avvicino e le dico: “Vuoi tanto bene a Gianni?”

“Sì, tanto. Sai, lui con me è sempre premuroso e gentile. Ha due occhi scuri e profondi che rivelano quel carattere un po’ insicuro che m’intriga tanto. Mi piace quando gli faccio da chioccia. Poi è simpatico e, anche se è poco convinto delle proprie possibilità, e’ dotato di un certo carisma, soprattutto coi suoi coetanei. E’ tanto dolce e mi ama da morire ma io non volevo, non mi sento pronta…Stasera comunque lo conoscerai: viene a cena per parlare con nostro padre…”

“Con nostro padre…Ma sei sicura?”

“Sì , Giulio, noi ci amiamo e , anche se all’inizio ero un po’ restia, vogliamo tenere questo bambino. Vedrai che Gianni sarà così bravo da convincerli.”

“Ti senti bene?”
”No, anche se non è quello che intendi. Vedrai che Gianni si farà valere e alla fine anche nostro padre si arrenderà. Poi, senti, ma da che pulpito lui può dire cosa devo fare io. Tra l’altro, sarò già maggiorenne quando partorirò.”

“Sai bene quello che fai, parlandone con nostro padre?”

“Sì, ne sono certa.”

“Speriamo bene…”

Arriva Gianni e ci sediamo a tavola senza preamboli. Consumiamo una cena frugale, preparata giusto per salvare le apparenze. Si respira un’aria tesissima; la conversazione è costituita da monosillabi e da frasi del tipo: “Bello il tempo oggi, eh”, “mi passi l’acqua, per piacere?”, “vuoi un po’ di pane?”

Regna un’atmosfera irreale.

Una volta finito, mio padre dice a Gianni (è proprio come mia sorella l’ha descritto): “Vieni, figliolo, ti devo parlare.”

Vanno dritti verso lo studio, lasciando per sbaglio la porta socchiusa.

Mia mamma dice: ”Forza, andate nelle vostre camere, qui non c’è niente da sentire. Anche tu, Laura, fila in camera tua.”

Quando lasciamo soli i due uomini, vedo Laura accigliata e molto preoccupata.

Prigioniero tra le mie pareti, divorato dalla curiosità, non resisto e, scostata un po’ la porta mi metto ad origliare, captando brandelli di conversazione.

“Allora, Gianni, come stai?”

“Bene, signor Carlo.”

“Come vanno gli studi?”

“Abbastanza bene.”

“E i tuoi come stanno?”

“Venga al dunque, per piacere. Lo sa anche lei che dobbiamo parlare di me e Laura.”

“Te e Laura, sì. E chi credi di essere tu per poter dire qualcosa di mia figlia?”
”Signor Carlo, io e Laura è tanto che ci conosciamo, stiamo bene insieme e ….”
”E poi te la sei scopata, senza neanche usare il preservativo. O sbaglio?”

“Lei non può parlare così di sua figlia.”

“Non posso cosa? Senti, bello, ti conviene alzare i tacchi, uscire da casa mia e non farti vedere mai più.”

“Ma signore, noi ci amiamo, ci vogliamo sposare e abbiamo deciso di tenere questo bambino. Non le piacerebbe avere un nipotino?”

Gianni sta esagerando: non conosce bene mio padre e non si rende conto di come possa reagire quando si controbatte con ironia alle sue parole.

Sento un gran silenzio. Sono preoccupato. Mi immagino di sentir sbraitare mio padre da un momento all’altro. Invece no, c’è solo silenzio.

Allora esco dalla mi porta, mi avvicino allo studio, e proprio quando incomincio a vedere i due adulti, mio padre si avvicina a Gianni e lo colpisce con un violentissimo pugno in faccia.

Rimango paralizzato come già mi era capitato altre volte. Poi trovo la forza di mettermi tra i due e mio padre mi dice:”Vai via, hai capito? Vai via, non ti impicciare!”

Trovo la forza di replicare: “Ma cosa fai, sei impazzito?”

Per tutta risposta mio padre mi molla un ceffone così forte che mi fa barcollare e battere la testa sulla scrivania. Tutto dolente. intravedo Gianni che si agita e poi a gran voce chiama Laura.

Mia sorella entra nella stanza e si mette a gridare. “Cos’hai fatto, papà? Cosa cavolo hai fatto, papà?”

E lui con un ghigno: “Gli ho dato quel che si meritava.”

Gianni, col volto tumefatto, chiede di potersene andare e tutta la mia famiglia, con l’eccezione di mio padre e di me ancora intontito, scoppia a piangere a dirotto.

Il giorno dopo Laura mi prende da parte e dice: “Mi dispiace tanto, fratellino. Anch’io sto male, però: Gianni ha detto che per lo stress ha vomitato tutta notte con dei lancinanti crampi allo stomaco. Stamattina poi, durante la telefonata ha aggiunto che, un po’ per paura e un po’ perché e rimasto scioccato, non vuol più vedere né me né il resto della mia famiglia. E quando dice cose del genere lui parla sempre in maniera definitiva.”

“Ma non pensa al bambino?”

“Forse non mi merita, forse per lui è stato solo un bel sogno con un brusco risveglio.”

“Ma è un codardo!”

“Sarà, ma ormai mi ha detto che addirittura cambierà città. Adesso mi devo arrangiare da sola.”

“Lo terrai, vero?”

Quando dico così Laura tiene gli occhi fissi sul pavimento e lacrime amare le rigano le gote chiare.

“Passerà, passerà,” le dico.

Poi è tutto confuso; la sera vedo mia sorella prendere una valigia e uscire con mia madre. Laura mi dice: “Ciao Giulio vado un giorno in ospedale. Torno presto…”

Io d’improvviso realizzo e non trovo la minima forza per oppormi. Come al solito mi sento paralizzato e non trovo niente di meglio da fare che darle una carezza con gli occhi arrossati e l’animo in subbuglio.

Sono come assatanato e non faccio altro che pensare: “Un giorno gliela farò pagare a mio padre, gli spaccherò le ossa come ho fatto col “capoccia”…”

Così, come mi avrebbe detto Laura al telefono la mattina successiva, quella creatura che avrebbe riempito di gioia la sua e le nostre vite, è stata soppressa ancor prima di nascere. Laura non se l’è sentita di continuare da sola, di non avere un padre per il proprio bambino ed ha abortito.

Non mi sono mai sentito tanto nauseato in vita mia.

Mio padre se ne va di casa

Mio padre se ne va di casa l’8 marzo 1980 e lo fa in modo meschino, come del resto lui è sempre stato sin dalla mia infanzia.

Ho buoni motivi per odiare mio padre: la sofferenza che ha provocato a mia madre per via di Anna, le pochissime volte che ho potuto vedere Gianluca in relazione a quanto lo desiderassi e, ultima solo in ordine cronologico, la scenata fatta con Gianni, che ha portato a conseguenze irreparabili.

Il fatto che sia la festa della donna è naturalmente una coincidenza e, se può aggiungere in po’ di tristezza in mia madre ed aprire ancor di più la ferita fresca, è sintomo soprattutto del tatto che possiede mio padre. Tanto lui, probabilmente, non sa neanche cosa sia l’otto marzo, per lui è una data come un altra. Non a caso la sua scorza dura, il suo carattere autoritario, le botte prese sono la cosa mi ricordo più di lui.

Di quel giorno non mi è rimasto tanto, probabilmente ho rimosso quasi tutto.

C’è una Delta marroncina ferma in strada, non riesco a scorgere Anna all’interno e non ho neanche voglia di vederla. Vedo mio padre che esce dalla stanza da letto, condivisa da ventidue anni con mia mamma. Ha una borsa verdastra a tracolla ripiena, probabilmente, di pochi vestiti e pochi ricordi.

Gli sarà sembrato durare un’eternità il tempo impiegato per percorrere il nostro lungo corridoio.

Poi arriva in stanza, saluta mia madre che a stento trattiene le lacrime, fa un cenno a Emanuela e tenta di abbracciarmi. Io mi divincolo e faccio per andare in camera mia, quando vedo mio padre che non ha neanche il coraggio di salutare Laura. Allora lo guardo con disprezzo, ricordando il ceffone preso e tutto quanto è seguito a quella serata.

Mio padre va via, gli occhi fissi a terra, la paura d’incontrare ancora il peso del nostro giudizio. Se ne va mestamente, senza neanche chiudere la porta.

Non voglio ricordare altro di quel giorno.

Tutta la storia di mio padre, il suo rapporto con Anna, mia madre e le mie sorelle, i lunghi silenzi a tavola, le scenate furiose, tutto un tourbillon di ricordi spiacevoli subiti da me bambino e poi adolescente: ecco cosa ritengo adesso influenzi la mia vita.

Forse è troppo facile dare tutta la colpa a lui senza prendermi la pur minima responsabilità. Voglio capire se in questa mia vita c’entri solo lui.

Mi sovviene allora qualcosa di chiaro: le vacanze al mare della mia infanzia, quando intravedevo già qualcosa di strano e per me ancora incomprensibile sul volto di mia madre, mentre lui si lanciava in appassionate conversazioni con Anna; le infinite e monotone corse in barca nei due anni successivi dove speravo che, schiantandoci anche per un prodigio divino, mettessimo fine a tutte le nostre sofferenze; la complicità tra lui ed Anna colta al Parco Sempione; l’impossibilità di vedere Gianluca; il violento litigio con Gianni ed il successivo aborto di Laura.

Forse, solo questo mi ha lasciato in eredità mio padre.

Ma, andando ben a ritroso, vedo che c’è dell’altro: la mia innata fretta nel fare le cose per poi non portarle mai a termine (il litigio per la rete), la mia ansia e la mia rabbia ancestrale (Fabrizio e poi il “capoccia”), la ricerca di forti emozioni (l’ anguilla catturata col nonno Gino).

Desumo, da tutta questa riflessione, che prima la grande influenza di mio padre e poi anche le caratteristiche della mia ancor embrionale personalità, acuite dai vari episodi accaduti nell’infanzia, mi abbiano portato a quella che è la mia vita adesso.

Quelli del liceo saranno anni ribelli e bruciati, costellati di episodi ai margini della vita giovanile di quegli anni, sempre in cerca di un sottile brivido di libertà.

Finisce una storia, ne comincia un’altra.

Parte 2

Mi stacco dall’infanzia e dalla prima adolescenza

Mi stacco dall’infanzia e dalla prima adolescenza per venir d’improvviso proiettato nel mondo degli adulti. E’ come se avessi varcato la sottile linea di confine di un’altra dimensione temporale che m’impedisce di tornare nella precedente.

Sono solo coi miei pensieri la mattina in cui inizia il primo anno di liceo. Ripenso al fatto che avrei voluto addirittura lasciare gli studi. Del resto, vedevo che le mie sorelle non si trovavano bene a scuola e, probabilmente, ero anche stato traumatizzato dal fatto che mio padre se ne fosse andato di casa: mi era venuta una gran voglia di farla finita con la vita frivola dello studente e di diventare grande in fretta, senza dover più dipendere da nessuno.

Avevamo trovato un compromesso: io avrei continuato ad andare a scuola e, in compenso, sarei passato dal Leone XIII (odiavo l’educazione che m’impartivano i gesuiti) al liceo classico statale “Beccaria”.

C’ è una moltitudine di ragazzi in attesa di entrare. Io scorgo da lontano tre che si staccano dagli altri per altezza e, d’improvviso cominciano a lanciare verso noi più piccoli una raffica di uova marce. Io mi scosto, le schivo e cerco di guadagnare l’entrata.

Per una frazione di secondo, riesco ad andare dentro la scuola, passando tra alcuni miei coetanei tutti impiastricciati dai tuorli avariati.

Mi è piaciuta, quella cosa”, penso. “Forse un giorno anch’io la farò coi “quartini”, per sentirmi più uomo…”

Mi rendo conto che la stagione dei giochi spensierate, delle corse a perdifiato nei campi, delle estati passate tra castelli di sabbia e autopiste è finita.

Adesso sono al liceo: forse, per sentirsi liberi, non c’e bisogno di andare a lavorare”, penso tra me.

Alle otto in punto suona la campanella. Io sono al ancora pianoterra e sto cercando di capire dove sia la IV D. Ci metto un quarto d’ora buono per trovarla e, quando apro la porta per entrare un individuo magro ed occhialuto coi capelli ricci ed il naso aquilino mi dice: “Buongiorno, dormito bene?”

Io cerco di farfugliare qualche scusa ma lui mi anticipa. “Come ti chiami?”

Sono Giulio, Giulio Bersani.”

Bene. Sappi, Giulio che qui non siamo più alle medie e bisogna essere puntuali e impegnarsi. Puntuali e impegnarsi, hai capito?”

Io provo un moto di stizza. Rivedo mio padre in quella carogna d’un professore e vorrei gridargli in faccia la mia rabbia. Poi facendo leva su tutto il mio autocontrollo, annuisco e vado a sedermi in fondo alla classe, vicino ad altri due ragazzi.

Durante le lezioni sono completamente assente: penso in continuazione a mio padre, a quella serata con Gianni, al bambino perduto, alla disperazione di Laura e di mia madre. I professori, però, non sembrano accorgersene: ho sempre avuto, a scuola, quell’innata capacità, fatta di un gioco di sguardi reciproci, di riuscire a sembrare interessato alle varie argomentazioni degli insegnanti, senza neanche sapere invece di cosa stessero parlando. Così, almeno, mi lasciano in pace.

Nelle pause parlo coi miei vicini di banco. Uno si chiama Gianfranco, abita in Piazza Cadorna ed è alto e smilzo, con una gran parlantina ma gli occhi stranamente sempre persi nel vuoto. L’altro è Paco, di genitori sudamericani, la folta capigliatura nera e gli occhi scuri e leggermente allungati. Dice di abitare in Via Telesio.

Io porto le Clark, jeans strappati e una maglietta con l’effige dei Van Halen, più o meno come Gianfranco che di diverso da me ha solo la felpa degli Iron Maiden.

Paco, invece, è vestito diversamente: scarpe Timberland, calze Burlington e piumino rosso Monclair senza maniche. Io non ho niente contro i paninari, ma vederne uno così da vicino mi fa una certa impressione. Non che abbia paura, ma mi hanno sempre affascinato i racconti sulle loro scorribande e forse mi piacerebbe anche diventare come loro. Io ho bisogno di brividi.

C’è qualcosa di strano in Gianfranco. Qualche mattina capita che ci diamo appuntamento verso le nove in Piazza del Duomo per bigiare insieme, ma lui arriva sempre in ritardo. Quasi sempre ha tutti gli occhi rossi ed è molto pallido. Poi, ride per niente e passa dall’eloquio fluente al silenzio assoluto senza un motivo apparente. Penso che fumi, come qualche volta ho fatto anch’io, dai tredici ai quattordici anni.

Mi ricordo bene l’ultima volta, Mia sorella è in ospedale con mia madre ad abortire, Emanuela esce per fare delle commissioni. Io mi chiudo nella mia camera, apro la finestra ed aspiro tre o quattro boccate di fumo denso. Chiudo le imposte, mi metto a letto e vedo tutto il soffitto girare.

Vedo la faccia di mia madre avvolta in una spirale di capelli che poi le scendono lungo tutto il corpo. Poi sento sulla mia guancia lo schiocco del ceffone di mio padre e, cadendo, mi sembra di svenire. Alla fine sento Laura che mi chiama contorcendosi dal dolore e vedo mio padre che mi scaglia addosso un bambino. Poi lui si mette a ridere finché il suo ghigno beffardo non pervade tutta la stanza e sembra entrarmi nelle viscere.

Non ho mai più fumato in vita mia.

Ma c’e qualcosa di più in Gianfranco. C’è qualcosa che non riesco a capire…

Paco invece è molto più equilibrato e, con un pizzico d’invidia, devo riconoscere che ha molta più presa di me sia sui maschi che sulle le femmine. Sono sicuro che non sia più attraente di me ma spesso lo vedo attorniato da belle ragazze che gli fanno i complimenti per i vestiti o gli chiedono se le possa invitare a qualche festa. Lui ride e si pavoneggia ricambiando con fermezza le occhiate di quanti lo osservino in quella situazione. Anche i ragazzi più grandi, anche quelli che tiravano le uova marce, hanno cominciato rispettarlo e non gli danno più fastidio da quando ha sistemato Fabio, uno che importunava tutte quante.

Decido di parlare con Paco.

E’ una fredda mattina di dicembre

E’ una fredda mattina di dicembre. La luna piena nel cielo pece illumina i tonfi dei miei passi sulla neve spessa che occupa i marciapiedi. Sono un po’ di giorni che non posso usare la bicicletta e la sveglia suona molto presto. Perciò sono stanco di frequentare le lezioni, ma non mi va neanche di andare a zonzo con quello strano individuo di Gianfranco o, ancor meno, con qualcun altro.

Allora prendo una decisione: se proprio devo andare a scuola, lo faccio per una buona causa. Stamattina parlo con Paco.

Le prime due ore abbiamo lezione di matematica. Io seguo pochissimo ma riesco ad arrangiarmi per quanto l’ho studiata alle medie, tanto che a volte penso che avrei dovuto scegliere lo scientifico. In generale, studio poco di tutto ma non vado malissimo, un po’ perché faccio qualche tirata di cinque o sei ore e un po’ perché ho fatto alla perfezione la scuola dell’obbligo.

Prendo coraggio e nell’intervallo avvicino il mio amico. Gli dico: “Senti, Paco, scusa se ti disturbo, ma volevo chiederti se per caso non mi faresti entrare nel tuo gruppo. Sai, io non ho paura di niente e mi piacerebbe venire con voi a qualche festa. Vorrei dimostrarti quello che valgo.”

Eh, Giulio, sai quanti me lo chiedono?”

Ma io so di poterlo fare. Sono molto coraggioso. Tu mettimi alla prova, poi deciderai.”

Va bene, lo faccio giusto perché mi stai simpatico. Però non devi più frequentare gente come Gianfranco Ci siamo capiti?”

Ma è l’unico amico che ho oltre a te!”

Devi scegliere tra me e lui. Non vedi che quello è andato di testa?”

Io sono un po’ indeciso. Poi mi rendo conto di come Gianfranco sia un pretesto inconscio per non mettermi in gioco con Paco, dato che già avevo preso la decisione di non bigiare più con lui. Allora dico: “Va bene, sto dalla tua parte. Cosa devo fare?”

Vieni oggi al bar Pagano, alle tre. Ti spiegherò tutto.”

Ok, grazie Paco.”

Alle tre in punto sono davanti al bar Pagano. E’ pieno di paninari e io mi sento molto diverso da loro con le mie Clark. Non c’è uno che non abbia le Timberland e mi sembra anche che mi guardino male. Io non ho il coraggio di rispondere alle loro occhiate Me ne sto in disparte e faccio finta di guardare dei ragazzi incollati a un videogioco. Poi fluttuo tra il bancone l’ingresso.

Mi sento un pesce fuor d’acqua e, proprio quando sto per andarmene, sento una violenta pacca sul spalla. Pronto ad un eventuale rissa, mi giro di scatto e vedo la sagoma tozza e muscolosa di Paco. E’ con due suoi amici e me li presenta. “Ragazzi, questo è Giulio, un mio amico.”

Piacere, Gigi.”

Ciao, io sono Roby.”

Gigi è grande e grosso, con gli occhi impenetrabili, gli zigomi alti e il setto nasale schiacciato. Mi sembra molto meno affabile di Roby, che invece è alto come me, ha i capelli probabilmente ossigenati, gli occhi marroni e dolci e un sorriso stampato sul volto.

Ci sediamo ad un tavolo appartato sul retro del bar. E’ quello che i tre dicono essere il loro ufficio.

Incomincia a parlare Gigi: “Ci ha detto Paco che vuoi entrare nel nostro giro. Non è facile. Tu cosa vorresti fare per dimostrare che sei degno di noi?”

Io faccio per rispondere e interviene Roby: “Cosa ne diresti, innanzitutto di cambiar modo di vestire?”

Sì, certo che posso. Mia mamma, se glielo chiedessi, mi comprerebbe subito le Timberland e tutto il resto. Se si tratta solo di questo…”

Interviene duro Paco, che fino a prime si era limitato ad ascoltare con attenzione: “No, devi fare qualcosa che noi possiamo ricordare, qualcosa di eclatante se vuoi essere accolto tra noi. “Siamo “I ragazzi di Via Mario Pagano”! Non dimenticartelo mai: noi abbiamo il nostro spirito, il nostro orgoglio, le nostre regole da rispettare.”

Allora… cosa devo fare?”, chiedo io con un misto di curiosità e di preoccupazione.

Adesso ascolta bene Gigi”, dice Paco.

Ho rubato una piccola moto, un Aspes 50. Devi passare a tutta velocità davanti a un posto di blocco della polizia. Se riesci a non farti fermare, sarai dei nostri e ti potrai anche tenere la moto.”

Poi Roby dice, con una spietatezza che da lui non mi sarei aspettato: “E devi farlo adesso, hai capito?”

Ma c’è la neve in strada!”

Chi se ne frega! Lo fai o non lo fai?”

Io provo un misto di paura e di piacere. Sono intimorito all’idea di finire nei guai, di provocare un dispiacere a mia mamma e alle mie sorelle. Allo stesso tempo sono tutto entusiasmato dall’ idea di entrare a far parte del loro gruppo. Poi, io non ho una moto perché mia mamma è ancora contraria e ne avrei proprio bisogno: sono stufo di andare in giro ancora in bicicletta.

Paco mi distoglie dai miei pensieri dicendo: “Cosa c’è? Hai paura, forse?” Roby sottolinea: “Non c’è nessuno che ti obbliga, puoi rifiutare se vuoi”. Poi Gigi mi provoca una fitta allo stomaco dicendo: “In quel caso, cerca di non farti vedere mai più: noi, ai conigli, gliela facciamo sempre pagare.”

Alla fine dico deciso: “Va bene, datemi la moto. Dov’è il posto di blocco?”

Mi dicono in coro: “ Devi andare dove c’è il benzinaio all’angolo tra Rossetti e Cassiodoro. Noi ti seguiremo da lontano.”

L’Aspes è di color rosso fuoco e ancora in buono stato ma fa un frastuono assordante: deve avere la marmitta bucata.

Mi fermeranno sicuramente, con questo casino”, penso timoroso tra me una volta partito dal bar. Impavido, deciso ad entrare nel branco, percorro lentamente Via Pagano fino all’incrocio con Via Mascheroni. Paco mi segue con una Vespa 125 bianca elaborata che non potrebbe guidare e Gigi e Roby, che hanno gia sedici anni, stanno dietro Paco rispettivamente con uno Zundapp 125 e un Laverda, sempre 125. Alcuni passanti mi guardano allibiti quando gli passo davanti e do’ improvvisamente gas, investendoli con una nuvola di miscela azzurrognola. Al semaforo passo col rosso e in Via Ariosto tiro il cinquantino a tutta birra, per testarne le potenzialità.

Non ho paura, le mie motivazioni sono troppo forti. Solo il pensiero di mia mamma mi fa leggermente rallentare. Poi vedo i volti di Paco, Gigi e Roby e mi dico: “No, ne va della mia reputazione, non mi posso tirare indietro.” Adesso sono in Via Rossetti e passo davanti alla mia ex-scuola. Vedo il semaforo di Via Cassiodoro con la luce verde accesa e dò tutto gas, mentre gli altri rallentano e mi stanno ad osservare. Ormai sono vicino e scorgo nitidamente la pattuglia. Quando sono a un centinaio di metri vedo il poliziotto che sta per andare verso il centro della strada e tirare fuori la paletta: ho un sussulto e istintivamente tolgo gas, fino quasi a fermarmi. Proprio in quel momento una macchina mi sorpassa invadendo la linea continua di mezzeria. Fermano lui. Allora ridò gas e, mentre passo davanti al posto di blocco, i due della pattuglia mi scrutano con aria severa, quasi marziale. Io distolgo lo sguardo e volo via come il vento. Mi guardo indietro e vedo Paco, Gigi e Roby che mi guardano dalle loro moto facendomi segno col pollice all’insù.

Ho superato la prova, scelta del mio gruppo fra un milione di altri possibili rituali d’iniziazione, e ne sono fiero.

Adesso sono un paninaro

Qualche giorno dopo

Qualche giorno dopo non vado a scuola. Rimango a casa con la scusa di essere stato male tutta la notte. In realtà, voglio approfittare del giorno libero che ha mia madre per racimolare in più il fretta possibile i soldi che mi servono per acquistare Timberland, Burlington e Levi’s imbottito di bianco. Non mi va di prendere il Monclair: non mi piace e lo trovo troppo appariscente.

Verso le dieci dico a mia madre: “Ascolta, mi compreresti qualche vestito nuovo, per favore?”

Che storia è questa? E poi, non stavi male?”

Sì, ma adesso mi sento meglio, Ho provato la febbre e mi è passata. Senti, mi daresti trecentomila lire? Devo comprare un paio di scarpe, delle calze e un giubbotto nuovo.”

Ma non ti vanno bene i vestiti che hai?”
”Sì, ma sai, vorrei vestirmi più alla moda: come i paninari, ad esempio.”

Sii onesto: dimmi che gente è quella. Io ho sentito che ne combinano di tutti i colori.”

“Ma no, mamma, non è vero: hai presente Paco, quel mio compagno di classe di cui sono molto amico? Ecco, lui è un bravo ragazzo e si veste a quella maniera. E’ la moda, è un criterio di scelta uguale a quello che hai tu con i tuoi vestiti. Ti vestiresti come tu e le tue amiche vi vestivate dieci o venti anni fa?”
”Va bene, in fondo sei un bravo ragazzo. Aspetta che ti vado a prendere i soldi. Non mi deluderesti mai, vero?”

“No, mamma, lo sai.”

Dopo aver avuto quella conversazione, avverto dentro di me una sensazione cupa. Mi rendo conto che sto cambiando, di non esser più sincero con mia madre e di non parlare più con le mie sorelle. Mi mancano le poesie di Emanuela e i suoi discorsi ariosi, mi manca il profumo dei capelli di Laura ed il suo sorriso quasi materno. Ma non importa: ho preso la strada giusta per diventare un vero uomo. E’ questa l’unica cosa che conta.

Mi avvicino con circospezione ad un palo della luce dei giardini vicini a casa mia, tutto teso a captare la presenza di occhi indiscreti. Slego la moto tenuta lì di nascosto e mi avvio in corso Vercelli, dove spendo fino all’ultimo centesimo facendo razzia di vestiti nuovi. Torno a casa e mi fermo un quarto d’ora a pranzare con mia madre e la mia sorella più giovane, scambiando qualche parola veloce. Emanuela, affannata com’è dai suoi problemi scolastici, non mi nota nemmeno. Laura, fortunatamente a pranzo non c’è mai. Rincasa solo nel tardo pomeriggio, quando io non ci sono e, in quella fugace mezz’ora in cui ci vediamo alla sera, riesco a ben dissimulare il mio recente cambiamento interiore. Sono sicuro che, adesso, Laura si accorgerà di qualcosa. Ma ha fiducia illimitata in me e, almeno per il momento, si farà passare in fretta brutte idee.

Verso le due sono al bar Pagano.

Parcheggiata fuori c’è una stupenda Yamaha RD 350. Mi chiedo di chi sia quel bestione e, entrando, capisco. Seduto al tavolo con Paco c’è Nicola, il boss del Giambellino. E’ basso e tarchiato con lunghi capelli biondi a boccoli, gli occhi penetranti azzurro turchino, due enormi cerchi d’oro ai lobi, le mani piene di anelli con varie pietre preziose. E’ potente e pericoloso: io lo conosco solo per la gran fama che si è fatto nelle Brigate Rossonere e, per quanto ne sappia, è meglio non contraddirlo mai. Poi si dice che abbia amici influenti in varie città del nord, soprattutto negli ambienti più malavitosi. E’, insomma, un pezzo grosso ed io non capisco cosa ci faccia nel nostro bar. Vedo Gigi e Roby seduti distanti e mi fiondo preoccupato da loro.

“Che bei vestiti!”, dice Roby salutandomi.

“Non contano i vestiti, oggi”, gli fa eco Gigi.

“Cos’è successo?”, chiedo senza saper bene se abbia il diritto di venir messo a conoscenza di quanto stia succedendo.

“Non lo sappiamo bene, ma c’è qualche problema”, dice Roby con un filo di voce.

“Io lo so, invece”, interviene Gigi. “Nicola sta dicendo a Paco che durante troppe feste, quest’anno, abbiamo dato fastidio a ragazze di personaggi importanti. E’ furioso! Mi sa proprio che per quest’anno bisogna dire basta. Ci dobbiamo un po’ tranquillizzare.”

Io osservo Paco e Nicola mentre discutono e si vede subito la differenza di levatura tra i due. Paco è deferente, sottomesso e non guarda mai negli occhi Nicola. Quest’ultimo, invece parla a gran voce, facendo ampi gesti e gli picchietta continuamente il dito indice sulle braccia.

Provo un misto di dispiacere e di rabbia ripensando alle parole di Gigi e poi a tutto quello che ho fatto per far sì che fossi accolto dal gruppo solo qualche giorno prima. Ma non posso mettermi contro Nicola.

La discussine continua qualche altro minuto sempre sullo stesso piano. Poi il boss si alza, non dà neanche la mano a Paco,e se ne va velocemente con un gran rombare del suo RD 350.

Paco viene verso di noi e dice mestamente: “Ragazzi, è finita. Per quest’anno basta feste.”

Mi sento preso in giro, penso di dire che qualche giorno prima ho rischiato la galera, che ho superato la prova e adesso voglio quello che mi spetta…

Poi mi sento un verme di fronte alla potenza di Nicola e nasce in me un sentimento di mutua comprensione verso Paco, Gigi e Roby.

Bene, per quest’anno va così.

E’ ormai un anno che mio padre se n’è andato

E’ ormai un anno che mio padre se n’è andato di casa. In me è ancora vivo il suo ricordo perché, per quanto io possa detestarlo, è stata per anni la mia figura di riferimento. Il suo carisma e la sua personalità avevano ingannato anche me, quand’ero piccolo. Poi, via via che è andata sviluppandosi la sua relazione con Anna, ho imparato a provare verso di lui un profondo risentimento, che è esploso in maniera prepotente quando ha creato le premesse per l’aborto di Laura.

Ora è mia mamma che tira avanti la baracca ed io mi rendo conto che nella vita sto prendendo una direzione un po’ incerta. Ho paura di farla soffrire. Perciò, cercherò almeno di venir promosso e di non combinare troppi casini, finché ne sarò capace. Nicola, almeno in questo, mi ha fatto un favore con le direttive che ha impartito al nostro gruppo.

C’è sempre il lato buono in tutto”, penso.

E’ un tiepido sabato sera di aprile e io e Paco decidiamo di passare una tranquilla serata all’Hollywood di Corso Como. Non c’è nessuna festa, niente che vada contro le direttive di Nicola.

Riusciamo fortunosamente a entrare, chiedendo a due splendide ragazze, che si avviano verso l’ingresso, di farci la disinteressata cortesia di dire che siamo con loro. All’interno sono tutti più grandi e noi ci limitiamo a stare in disparte, rifacendoci gli occhi con le fotomodelle che frequentano il locale.

Ad un certo punto vedo una ragazza che mi sembra di conoscere, ma non ricordo più dove l’abbia vista. Allora dico a Paco, cercando di emettere suoni intelleggibili nel frastuono della disco-music: “Sai chi è quella bionda seduta dall’altra parte della pista nel terzo tavolino?”

Si chiama Fabiana”, urla lui di risposta.

Ma certo, è Fabiana la belloccia della quarta C!”, grido anch’io.

Paco annuisce. Comincio a guardarla intensamente, cercando di farmi notare. Lei si accorge di me e mi guarda incuriosita. Sembra riconoscermi.

E’ sola in questo momento. Cogliendo di sorpresa Paco, mi avvicino e le dico: “Ciao Fabiana, sono Giulio. Vado anch’io al Beccaria.”

Lo so, lo so”, mi risponde guardandomi con aria interessata

Sei col tuo ragazzo?”

No, con delle amiche.”

Ti va di venire fuori un po’?”

Lei mi guarda con malizia e fa di sì con la testa.

Facciamo per andare fuori e io le afferro coraggioso la mano sinistra. Lei non si ritrae. Anzi, sembra aver voglia di stare con me.

Stiamo sulla soglia della discoteca per circa un quarto d’ora, mentre io le faccio una corte spietata e scambio con lei battute allusive, cercando di far breccia nel cuore di una ragazza attraente com’è Fabiana. Sto esaurendo gli argomenti quando lei mi guarda con un sorriso dolce che mi apre l’anima. Poi le nostre bocche si avvicinano, come attratte da una forza sovrannaturale ed è lei a prendere l’iniziativa quando non me l’aspetto: con uno scatto, m’infila la lingua in bocca e subito dopo mi sussurra: “Vieni a casa mia stanotte?”

Rimango sbigottito da tanta audacia, poi cerco di dirigere il traffico dei miei pensieri mentre una passione animalesca mi prende la testa.

I tuoi dove sono?”, le chiedo

“Sono a Cortina, torneranno domani sera.”

Sento che non posso tirarmi indietro. Per di più ho detto a mia mamma che sarei andato a dormire da Paco. Allora faccio vedere il timbro sulla mano al buttafuori, entro e cerco il mio amico. Incrocio il suo sguardo e gli faccio segno che me ne devo andare. Lui mi guarda un po’ rabbuiato, poi realizza, sembra contento per me e volge il pollice all’insù in segno di incitamento.

Io e Fabiana siamo stesi nudi sul suo letto. M’aspetto che mi baci, che prenda in mano il gioco come ha fatto prima, invece comincia a parlare: “Sai, a me piace fare l’amore, però voglio restare ancora vergine.”

Rimango allibito, cercando di dare un senso alle sue parole. Poi vedo che lei lentamente si volta e mi mostra il di dietro. Lì per lì mi viene voglia di andarmene, di lasciarla così e umiliarla profondamente. Poi penso: “Anche per me ci deve essere una prima volta, per tutto.”

Le salgo sopra e la possiedo con forza e un pizzico di cattiveria, allo sfinimento, facendole sbattere ripetutamente la testa contro il cuscino. Fabiana viene quattro volte in un’ora, io mai. Allora lei mi chiede: “C’è qualcosa che non va, amore?”

Mi rendo conto di provare una sensazione di nausea mista a vergogna di me stesso. Mi sento esausto e schifato da quella ragazza. Allora dico. “No, però adesso voglio dormire.”. Mi giro raggomitolando le coperte, senza neanche darle un bacio. Avverto il suo silenzio, il suo stupore e infine la sua rassegnazione. Fabiana spegne la luce e sento il freddo, le cortina impenetrabile che si è creata tra di noi, la sua frustrazione.

Poi, con un senso di vuoto, mi addormento lentamente.

La mattina alle nove e mezza mi sveglio e vado a vomitare. Penso che non lo farò mai più una cosa come quella con una come Fabiana.

Silenziosamente, afferro i miei vestiti, vado in anticamera e me li indosso frettolosamente. Apro la porta di casa sua lentamente e filo giù per le scale. Non voglio più vedere Fabiana in vita mia.

Slego l’Aspes da una cancellata di Piazza Piemonte ed ho solo voglia di correr via veloce in modo che il vento si porti via i miei pensieri. Allora imbocco Corso Vercelli e vado a tutto gas fino a Conciliazione, nel silenzio della domenica mattina , franto solo dal suono roboante della marmitta bucata della mia moto. Imbocco Via Venti Settembre e percorro al limite i curvoni del Parco Sempione una e più volte, provando un brivido di libertà.

Alla fine, quando so di aver quasi finito la miscela, percorro il tratto in pavé che porta all’Arco della Pace. Come al solito, lì c’è solo qualche drogato che guarda ingolosito la mia moto con l’idea di ricavarne una dose. Mi lanciano strane occhiate ma io non ho paura di loro perché li ritengo solo un branco di falliti.

Sto per fare marcia indietro perché devo trovare un distributore automatico, quando in una macchina parcheggiata vicino al piazzale antistante l’Arco scorgo una sagoma nota. Mi avvicino, per nulla intimorito, e vedo chiaramente Gianfranco che sta tirando qualcosa da una bustina.

Allora mi fermo davanti a lui e lo guardo con un misto di dispiacere e di disprezzo,

Mi vengono in mente alcuni versi di una poesia di Emanuela:

Ho toccato

la tua mano fredda

ed ho sentito il tuo sangue

scorrere insieme al mio,

ho avvertito i sussulti

della tua anima incosciente…

Proprio in quel momento Gianfranco si accorge della mia presenza e mi lancia uno sguardo colpevole.

Io lo ricambio con un occhiata di odio e di delusione.

Da quel giorno Gianfranco non è più venuto a scuola, un po’ per la vergogna e un po’, sicuramente, usando il fatto come pretesto per evitare di farsi vedere.

Non ho mai più visto Gianfranco in vita mia.

Vengo promosso a stento

Vengo promosso a stento, con un risicato sei in tutte le materie, tranne un bel sette immeritato in matematica. Mia mamma è abbastanza contenta e Laura anche. Mia sorella Emanuela, invece, quasi non si accorge di me, impegnata com’è a far notti su notti nel tentativo di superare l’esame di maturità che non so proprio come le andrà, visto che è arrivata in quinta liceo scientifico a forza di spinte ed è stata presentata alla prova finale col cinque di media.

E’ venuto il momento di progettare le vacanze estive. Non so bene cosa fare e questo mi crea un po’ di ansia: Gianluca non lo sento da tempo, Paco va in Puglia ed io in Toscana non ho più amici.

Proprio mentre sono immerso in quei pensieri, squilla il telefono.

“Giulio?”

“Sì, chi sei?”

“Ciao sono Emma.”

Sentendo quel nome mi si apre subito il cuore. Emma è la ragazza più carina della mia classe. E’ abbastanza alta, bionda e con gli occhi nocciola; proprio come piace a me. Io l’ ho sempre lasciata stare: vedevo che frequentava ragazzi più grandi, era attorniata da un nugolo di corteggiatori e perciò mi ero rassegnato all’idea di non provare neanche ad entrare in competizione.

Le rispondo di slancio, “Ciao Emma, sono contento di sentirti. Come stai? Tutto bene?”

“Sì, abbastanza. Hai visto che sono stata rimandata in matematica?”

Io, a dir la verità, non mi ero neanche accorto ma ancora non realizzo bene dove vuole andare a parare Emma.

“Sì, ho visto sul tabellone. Mi è dispiaciuto molto”, le dico

“Tu, invece sei bravo in matematica e mi sei anche molto simpatico…”

Adesso capisco. Sono soddisfatto e inorgoglito. Poi aspetto che sia lei a parlare.

“Mi daresti ripetizioni di matematica quest’estate? O vai via?”

“Sai, mi hanno chiesto di andare in tanti posti…ma non so se andrò. Va bene, affare fatto. Quando cominciamo?”

“Domani mattina?”

“Mmh, non so se posso”, le dico io per fare un po’ il prezioso. “Facciamo dopodomani pomeriggio”

“Ok, professore. A presto.”

“Ciao, Emma”, le rispondo io e pronunciando il suo nome cerco di metterci tutta la carica di sensualità e di aspettative possibili che io possa avere.

Emma ha continuato a venire da me quasi tutti i pomeriggi. Io andavo con i piedi di piombo, perché non me la volevo giocare con un tentativo precoce. All’inizio ci siamo resi conto che non ci conoscevamo bene, pur essendo compagni di classe. Allora ho cercato di entrare in confidenza con lei, raccontandole qualcosa della mia vita e lei sembrava molto incuriosita. Poi le guardavo i capelli chiari mentre cercava di capire qualcosa sui libri e m’inebriavo del suo profumo. Le osservavo il nasino all’insù e sentivo che mi stava entrando nel cuore. Ogni tanto le prendevo la mano per indicarle qualche figura geometrica e lei tacitamente acconsentiva, ricambiando timidamente il mio sguardo voglioso con quei suoi occhi profondi e luminosi.

Poi è arrivato il 14 luglio 1981. E’ una data che non dimenticherò mai. Mi sto impegnando a spiegarle che lo spigolo del cubo è uguale alla sua diagonale fratto radice di tre. Noto che è vestita in maniera più provocante del solito. Porta Timberland basse senza calze, una minigonna bianca cortissima e addosso ha solo un top, sempre bianco, che fa risaltare il suo magnifico seno.

Mi accorgo che non riesco più guardare il libro. Allora alzo la testa ed incontro i suoi occhi da cerbiatta.

Le farfuglio emozionato: “Emma, mi stai portando via…”

“Mi piaci davvero Giulio. Ti voglio un sacco di bene.”

Inavvertitamente il libro mi cade e ci mettiamo a ridere.

Poi ci avviciniamo finché il suo viso mi appare sfuocato e sento il tocco delicato delle sue labbra sulle mie. Penso a come era stato con Fabiana e questo mi sembra tutto l’opposto. Allora, sempre baciandola delicatamente, la porto verso il mio letto e le dico: “Emma, perché non ci siamo conosciuti prima?”

“Non la so. Ma è un peccato, no?”

Allora la stringo forte, sento il suo respiro e mi sembra quella la cosa più bella che mi sia capitata in vita mia, l’unica cosa esaltante che sarebbe potuta succedere fra un milione di altre possibilità.

Le dico, come un bambino: “Stiamo insieme, no?”

“Sì, sì”, mi rassicura lei con la sua vocina dolce.

Allora, come se adesso mi sentissi in diritto di farlo, la spoglio lentamente. Lei, fremente di desiderio, fa lo stesso con me, in una maniera un po’ emozionata e impacciata come non me lo sarei mai aspettato da lei.

Emma e io ci accarezziamo a lungo, come mai avrei fatto con Fabiana. Mi rendo conto come quella notte dopo l’Hollywood non sia stata altro che un momento di sesso selvaggio, che occupa adesso la porzione di un miliardesimo dei miei ricordi. Ora, invece, Emma è tutta la mia vita. E’ molto più importante anche dei miei amici, “I ragazzi di Via Mario Pagano”, che in questo momento mi sembrano insignificanti è lontani.

Poi io ed Emma spegniamo dolcemente la luce, tenendoci sempre per mano, i nostri respiri diventano uno solo e ci avvinghiamo stretti tra le lenzuola.

Emma è diventata la persona più importante della mia vita.

Emma viene promossa

Emma viene promossa all’esame di riparazione di matematica. Sinceramente non so bene come abbia fatto, visto che i nostri momenti di studio non occupavano altro che gli intervalli tra un incontro amoroso e l’altro. A suo favore ha giocato sicuramente il motivo che matematica non sia una materia importante al classico ed anche il fatto, non meno rilevante, che le abbiano fatto una domanda su quei concetti inerenti al cubo, che tanto m’ero sforzato di spiegarle.

Quel che più conta è che Emma adesso è ancora in classe con me e la nostra storia, conosciuta ormai in tutta la scuola, può continuare felice. Lei è fiera di essere la ragazza di Giulio Bersani.

Vado al bar Pagano e, con immenso piacere, vedo subito Gigi e Roby. Ma … incredibile… vedo Paco seduto con Nicola. Guardo il boss del Giambellino e mi accorgo che è agghindato come al solito; il suo sguardo, però, non è più duro e impositivo ma riflette grande calma ed è quasi affabile.

Allora chiedo delucidazioni a Gigi, che è sempre il più informato.

Mi risponde prontamente. “Quest’estate Paco a Ostuni è entrato molto in confidenza con Devi, un caro amico pugliese di Nicola. Devi è una delle persone più importanti di Foggia: ha tra le mani un gran giro di bische clandestine ed è perciò molto rispettato e temuto da tutti. Paco, dopo che sono diventati amici, ha chiesto a Devi se poteva mettere una parola buona con Nicola affinché si riappacificasse con “I ragazza della Via Mario Pagano” e quello che stai vedendo ne è il risultato.”

Sentendo quelle parole ho provato un gran moto di gioia e ho detto subito a Gigi e Roby: “Allora ricomincia il periodo delle feste, vero?”

Calma, andiamoci coi piedi i piombo e aspettiamo prima di sentire cosa si sono detti!”, mi riprende Roby

Voi l’avete conosciuto?”

Io sì, a malapena”, dice Gigi

Io non ancora. Ma non vedo l’ora”, gli fa eco Roby

Anch’io lo devo conoscere: è bello avere amici importanti!”, dico io cercando d’impormi per quanto possa.

Lo conosceremo bene tutti, se le cose stanno come penso”, conclude Gigi tagliente e riflessivo come al solito.

Io, Gigi e Roby ce ne siamo seduti in disparte, osservando i due parlare. Ad un certo punto è proprio Nicola a far segno di avvicinarci, sicuramente sollecitato da Paco.

Ci presentiamo dicendo timidamente i nostri nomi e Nicola dice: “Ragazzi, su, un po’ di spirito: il rispetto ci deve esser sempre ma io mica vi mangio. Parlami un po’ di te Giulio che sei il più giovane.”

Io sono un paninaro convinto e voglio diventare qualcuno a Milano. Non ho paura di niente e di nessuno. Ho una splendida ragazza e se qualcuno la dovesse toccare lo distruggerei. Ti conosco di fama e anche di vista, dato che qualche volta vado anch’io nelle Brigate. Sono contento di aver conosciuto uno dei miei idoli.”

Nicola allora incomincia a parlare: “Sei in gamba Giulio. Io credo in te.” Mentre provo l’orgoglio sottile di aver ricevuto i complimenti dal boss del Giambellino e si fa sentire la mia fame di raggiunger vette impensabili di notorietà, lui continua stroncandomi: “E cos’hai fatto finora, per poter dire di essere un paninaro vero?”

Gli rispondo irritato, con un po’ di presunzione: “Sono passato a tutto gas con un cinquantino rubato e la marmitta bucata davanti a un posto di blocco della polizia!”

Vedo che Paco, Gigi e Roby annuiscono soddisfatti ma Nicola continua: “Se vuoi essere anche mio amico e avere l’appoggio del Giambellino devi fare qualcosa di più. E non mi rispondere mai in quel modo hai capito?”

Nicola mi ha un po’ innervosito ma è pur sempre quello che è e io devo cercare di star calmo.

Ti ascolto”, gli dico lapidario.

Devi che mi fai vedere che sai usare le mani. Voglio che me lo dimostri con qualche altro paninaro!”

Interviene Gigi e dice: “Ma Giulio ha già fatto vedere che si sa difendere! E poi, con chi se la dovrebbe prendere?”
”Con uno a caso!”, dice assatanato Nicola

Allora Paco si fa sentire: “Non mi hai detto prima, quand’eravamo soli, che vuoi il nostro appoggio?”

“Ti avevo detto di non dirlo !”

“E come fai ad avere il loro appoggio, se non sanno niente?”

Nicola farfuglia qualcosa e annuisce.

Quello che era il mio idolo, che mi incuteva timore con la sua fama e l’eco delle su azioni nelle Brigate, mi è apparso di colpo come un ragazzo normale che vuol far vedere di essere più di quello che è in realtà. Però Nicola è uno importante ed il fatto che sia entrato nel nostro giro mi rende felice. Penso che, se lui saprà essere se stesso, diventeremo amici e faremo delle scorribande insieme. Nicola non è uno qualunque, è il boss del Giambellino ma anche un ragazzo come tanti altri, che non vuol far vedere che, anche lui come tutti noi ha bisogno di comprensione ed affetto.

La sera telefono a Emma e, tra le altre cose, le dico: “Sai che oggi uno mi voleva far picchiare un paninaro a caso per dimostrargli chi fossi?”

“E chi è?”

“Nicola di Giambellino.”
”Quello delle Brigate?”

“Sì proprio, si vede che non aveva niente di meglio da fare.”

“Ma è fuori?”

“Non sa chi sono io.”

“Sì, amore. Tu sei Giulio Bersani… sei il mio tesoro…”

Saluto Emma sussurrandole parole dolci e mentre sto per addormentarmi ripenso alle sue parole e mi dico: “Sì, io sono Giulio Bersani, nessuno se lo deve dimenticare …”

A Dicembre il rapporto con Emma è in crisi

A Dicembre il rapporto con Emma è in crisi. Non ci siamo mai visti con altri, sempre uniti nelle gioie e nelle avversità. C’è però una ragazza, Dandy, che fa delle domande insistenti a Paco su di me. Io l’ho vista qualche volta e l’ho sempre considerata una sorta di dea, completamente irraggiungibile sia perché è più grande sia perché è troppo bella. Forse la più bella della scuola.

Tutte queste voci sono giunte all’orecchio di Emma che, naturalmente, non l’ha presa bene e, gelosissima, mi chiede perlomeno una quindicina di volt al giorno: “Ti piace, quella là?”

No, amore, tu sei il tesoro della mia vita e io amo solo te…”, le rispondo sempre io. Ma che Emma sia così appiccicosa comincia un po’ a stressarmi. Io voglio essere libero…

Ho deciso di trovare un lavoro al pomeriggio per pagarmi i miei vari vizi e sto andando a fare un colloquio alle Messaggerie Musicali. I soldi che mi dà mia mamma non sono pochi ma devo pagarmi due pacchetti di sigarette al giorno, vestiti, uscite, miscela per l’Aspes e devo trovare anche le finanze per qualche serata passata a giocare a poker, che non sempre va bene

Uscendo dalla metropolitana, vedo, tra la gente, una bella ragazza che guarda vero il mezzanino. E’ proprio Dandy! Non ho idea di cosa ci faccia lì, ma non m’importa più di tanto. Mi sento attratto fortemente da lei. In una frazione di secondo penso anche ad Emma e cerco di mettere sul piatto della bilancia i due sentimenti contrastanti che provo. Decido di provare a parlarle, giusto per saggiare la situazione.

Ehi, Dandy!”, la chiamo.

Chi sei?”, mi risponde lei che invece mi ha riconosciuto benissimo.

Sono Giulio Bersani, del Beccaria.”

Ah sì, ti ho visto qualche volta.”

Tu sei amica di Paco?”

Sì, è un mio amico.”

Dove stai andando?”

Devo vedere delle mie amiche sul sagrato.”

Ti posso accompagnare?”

Se vuoi…”

Andiamo insieme vicino al Duomo, dove lei dice di avere appuntamento. Poi io le tocco un braccio, vedo che non lo ritrae e dico: “Perché non ci sediamo un po’ sugli scalini, così stiamo più comodi?”

Lei annuisce e si fa accompagnare

E’ veramente bellissima: ha gli stessi tratti somatici di Emma ma, in confronto a lei, Dandy sembra una fotomodella: E’ più alta, magrissima e con un seno prorompente e ben disegnato. Mentre la guardo e la corteggio penso alla mia ragazza e mi sento un po’ meschino ma tutto il sentimento che era nato in quelle assolate giornate d’estate passate a fare l’amore sul letto di camera mia, sembra essersi dissolto da quando sono entrato in contatto con Dandy. E’ un qualcosa che mi prende completamente la mente e mi attanaglia il corpo di desiderio. E poi c’è la mia smisurata ambizione. Sento gia tutto il Beccarla dire: “Guardate Giulio Bersani, sta con la più bella della scuola, è proprio forte…”

Le amiche di Dandy non arrivano o, molto più semplicemente noi non ci accorgiamo di loro defilati come siamo dal resto della folla e presi nei nostri discorsi. Mi viene in mente che anch’io ho dimenticato il mio appuntamento di lavoro, ma non me ne importa.

Parliamo fitto raccontandoci delle nostre vite. Lei ha sedici anni e mezzo e mi mette un po’ in soggezione, ma io cerco di fare lo spavaldo.

Le racconto de “I ragazzi di Via Mario Pagano”, la invito al bar e le dico che lo frequenta anche Paco. Poi che vado in giro con una moto rubata e sono grande amico di Nicola, il boss del Giambellino e delle Brigate Rossonere.

Lei sembra affascinata da me, anche se sono più piccolo di lei. Non si perde una parola di quello che dico.

I nostri sguardi incominciano a farsi sempre più accesi d’interesse reciproco, finché non trovo il coraggio di dirle: “Dandy mi piaci tanto.” Lei non mi risponde: si limita a sorridere e guardarmi ed io non so se prenderlo come un sì o un no. Poi, dolcemente mi accarezza e mi dà un bacino. Sento la testa ribollire di passione: mi sento anche forte e potente, come se quella fosse la conquista più importante della mia vita. Non penso più ad Emma e neanche a come dirle che la voglio lasciare. L’unica cosa che mi rattrista un po’ è che lei soffrirà tanto, innamorata com’è. Ma io non posso perdere l’occasione di stare con Dandy.

Faccio come al solito il bambino e dico a Dandy come avevo fatto con Emma quella volta: “Insieme?”

Anche stavolta lei non risponde e sorride timida. Poi mi da un bacio eloquente, alzandosi intanto in tutta la sua bellezza con me avvinghiato a lei. Alla fine dice. “Ci vediamo stasera a casa tua?”

E come fai a sapere dove abito?”, le chiedo io.

Lo so, lo so…E’ tanto che ti tengo d’occhio, so molte cose di te…anche che stamattina saresti venuto in centro…”

Sento quelle parole e capisco tutto. Poi dentro di me ringrazio il mio amico Paco, per il prezioso contributo che mi ha dato.

E’ arrivata una mia amica”, mi dice lei. Io non so se sia vero o meno, ma non m’importa. Ci salutiamo scambiandoci tenere carezze, come se quello fosse il preludio a un miliardo di altri incontri e una tacita promessa di amore.

Dandy se n’è andata ma io sto riflettendo riguardo a Emma. Così, mezzo sdraiato sul sagrato, guardo il cielo stranamente terso di Milano e penso se stia facendo veramente un buon affare a lasciare un amore consolidato per uno incerto. Poi la mia sete di novità e un sottile brivido di potere mi pervade. Allora mi dico: “Sì, sto facendo la cosa giusta.”

Un unico pensiero mi assilla: “Cosa dirò a Emma?”. Poi mi dico: “Ma sì, sono abbastanza cattivo per lasciarla.”

Sono tre mesi che ho lasciato Emma

Sono tre mesi che ho lasciato Emma e sto con Dandy. Era un rapporto logoro ma io sono riuscito a distruggerlo in un batter di ciglia e adesso sto incominciando a pentirmene. Penso che quello con Emma fosse vero amore e, magari, sarei dovuto essere abbastanza forte da superare la crisi, abbastanza duro da non lasciarmi cadere in tentazione e aggiustare tutto. Adesso invece lei soffre e anch’io sto male come un cane; vorrei tornare indietro ma non si può, perché Emma ha la sua dignità e non accetterebbe mai di rimettersi con me dopo che io l’ho trattata in malo modo.

Ma la ferita che mi si è aperta è ancora fresca e io non riesco a farla rimarginare. Poi vedo Emma tutti i giorni, dato che stiamo in classe assieme e noto come mi eviti e cerchi di far finta che io non esista: questo suo atteggiamento e la sua costante vicinanza mi fanno stare ancor più male, tanto che spesso mi sento in imbarazzo e non ho il coraggio di stare con Dandy in sua presenza. Le vorrei parlare, vorrei dirle che ho sbagliato tutto, ma non si può: forse, ormai è troppo tardi.

Dandy è diversa: mi piace, non lo nego, ma non la amo di certo. Con lei è tutto un rapporto basato sul sesso e le apparenze: lei è fiera di essere la ragazza di Giulio Bersani e io sono contento di stare con la più carina della scuola. Questi due fattori inorgogliscono entrambi e ci fanno sentire importanti. Ma non c’è niente di più.

Ah, Emma, quanto mi manchi…

Sto per compiere sedici anni e l’Aspes 50 incomincia a starmi un po’ stretto. Vorrei anch’io un 125, come molti dei miei amici hanno ma, per quanto riguarda mia mamma, mi sa che dovrò aspettare ancora un po’. Certo, non avrei problemi ad andare in giro con una moto rubata; ma non ho i soldi neanche per quella. Forse, se sarò promosso…

Intanto continuo a vedere Paco, Gigi, Roby e, qualche volta Nicola.

Un giorno piovoso di fine marzo stiamo seduti dentro il bar, quando sentiamo il rombo dell’RD 350 proprio di Nicola. Allora ci alziamo, ci affacciamo e lo vediamo arrivare tutto bagnato e trafelato, con un bel sorriso stampato sul volto che prelude a qualcosa di buono. Entra e ci dice : “Ragazzi, vi devo parlare.”

Quell’arrivo così, a sorpresa, suscita la nostra curiosità e quindi ci mettiamo ad ascoltarlo attentamente.

Lui attacca: “Per sabato è prevista una grande festa in Via Silva, organizzata da Arturo, un paninaretto di quattordici anni che ha invitato tutte le ragazze più carine della città grazie alle conoscenze di suo cugino Giacomo, che però non è un tipo pericoloso. Naturalmente, non ci hanno invitati, sapendo dei casini che potremmo provocare. Io, però, la prendo come uno sgarbo e sono offeso. Cosa ne direste di sfondare?”

Rimaniamo un attimo in silenzio poi io precedo tutti e dico: “A me sta benissimo: è un’esperienza che avrei sempre voluto fare!”

Poi Paco mi fa cenno di fare silenzio e parla per tutti: “Hanno sbagliato a non invitarci. Andremo e gli faremo vedere di cosa sono capaci “I ragazzi di Via Mario Pagano”. Lo sapranno bene, una volta per tutte, chi siamo noi!”

Sabato alle due e mezzo ci troviamo tutti e cinque al bar Pagano. Ci salutiamo con ampi gesti e io mi sento ribollire il sangue all’idea di quel che succederà. Guardo negli occhi gli altri e vedo che tutti sono carichi e determinati. Sui loro volti scorgo anche un filo di timore; su tutti, tranne che su quello di Nicola: sembra il più avvezzo a esperienze di questo genere. Decidiamo di andare solo con lo Zundapp di Gigi che si porta dietro Paco, mentre Roby va da solo ed io salgo dietro a Nicola. Viaggiando a gran velocità, sento il suo profumo d’acqua di colonia e chiudo gli occhi. Avverto gli strappi del potente motore e vedo avvicinarsi sempre più la meta della nostra scorribanda. Allora penso a mia mamma e a tutti i principi di rettitudine ed onestà che mi ha insegnato quand’ero piccolo e quello che sto per fare mi appare come una cosa fuori posto, che va contro la mia educazione…

Ma non ho tempo per pensare: siamo arrivati in Via Silva. Da fuori si sente il frastuono della musica e non facciamo fatica a trovare il piano giusto. Bussiamo forte e ci disponiamo su un linea fuori dalla porta. Dall’interno si sente una voce: “Chi è?”

Sono Nicola”, dice forte il boss di Giambellino. Dallo spioncino si vede che qualcuno sta guardando, riconosce la sagoma del boss e, un po’ per paura e un po’ per esser lasciato in pace, socchiude la porta per farlo entrare. E’ Arturo, il paninaretto. Alle spalle c’è suo cugino Giacomo che interviene: “Tu puoi entrare, gli altri no.”

M’aspetto che Nicola ci presenti come suoi amici, invece dice: “Giulio, questo è tuo”. Capisco che la sua proposta da noi rifiutata di fargli vedere cosa so fare gli è rimasta sullo stomaco e, quindi, mi vuol mettere alla prova una volta per tutte.

Allora mi faccio avanti e dico: “C’è qualche problema, moccioso?”

Non entri!”, ribadisce lui un po’ impaurito. Vedo che Nicola, Paco, Gigi e Roby mi guardano come se si aspettino che io faccia qualcosa. Allora carico tutta la mia forza nel braccio destro e mollo un ceffone fortissimo a Giacomo sotto gli occhi increduli di suo cugino Arturo e grido: “Non hai capito? Noi siamo quelli di Via Mario Pagano!”.

La musica si ferma e altri due paninari vengono a soccorrere Giacomo. Io dico, sotto gli occhi compiaciuti dei miei amici: “Qualcuno ha qualcosa da dire se entriamo?” Gli altri, un po’ perché siamo veramente decisi e cattivi e un po’ perché vedono Nicola, si scostano e ci fanno passare. Vedo che la festa continua in un clima irreale e tutte le ragazze che speravamo di corteggiare ci guardano di sottecchi. Beviamo e ci aggiriamo per la casa, rompendo tutto quello che ci capita a tiro e poi, inebriati dall’alcool, diamo spintoni alle varie coppiette che troviamo intorno a noi. Tanto, pensiamo, c’è Nicola con noi e loro non avranno mai il coraggio di chiamare la polizia. Mi sento forte e potente, non solo membro del branco ma anche autentico trascinatore. “Ah, come vorrei diventare io il capo”, penso ambizioso tra me

Poi, nascosta su un divanetto nella semioscurità vedo Emma e mi avvicino.

Lei mi anticipa e mi dice: “Smettetela, Giulio. Non vedi che tutti hanno paura. Andate via!”

Io sono mezzo ubriaco e mi siedo con lei, guardandola con quanto più affetto posso.

Emma, non so come dirtelo, ma io mi sono pentito di averti fatta soffrire. Sai, sono stato male anch’io e adesso non voglio più stare con Dandy.”

E’ finita, Giulio, l’hai fatta troppo grossa. Vai via, ti ripeto.”

Vedo che Emma non è sincera, che si sta commovendo. Allora ne approfitto e insisto: “Emma, io ti voglio ancora bene…”

Io non ti odio, Giulio. Solo che sto troppo male quando ti vedo e adesso ho bisogno di stare un po’ tranquilla.”

Io, trasportato dall’alcool, dico schietto: “Emma, vorrei tornare con te.” Vedo che quelle parole sortiscono in lei un certo effetto. Po si ricompone e dice guardandomi fisso: “Ne riparliamo, Giulio, ne riparliamo quando sei sobrio.”

Mi alzo dandole una carezza. Vedo che lei si ritrae un po’, ma quelle parole aprono il mio cuore ad una tenue speranza, la prospettiva di poter tornare col mio amore di sempre.

Accolgo con piacere le parole di Nicola che dice secco: “Giulio, raduna il gruppo: adesso ce ne dobbiamo andare.”

Prima di andare a chiamare gli altri, faccio un cenno di saluto a Emma, che ricambia timidamente.

Me ne vado abbarbicato all’RD di Nicola, con la fioca speranza che quello che mi lascio alle spalle non sia il mio passato, ma una porzione importante del mio futuro.

Mentre vengo strattonato dalla potente moto che lascia nell’aria una scia biancastra, continuo a ripetere tra me: “Emma, scusa, sono stato uno stupido. Adesso, però, voglio vivere per tutta la vita con te.”

Il lunedì successivo

Il lunedì successivo cerco di parlare con Emma.

Tento di avvicinarla cercando di fare un po’ lo spiritoso, ma lei mi taglia subito le gambe dicendo: “Giulio, ti rendi conto della figura che hai fatto sabato alla festa?”

Ma lo sai che a me piace fare cose come quella! Le bravate sono gran parte della mia vita e una volta tu mi rispettavi per quello che sono, per il nome che mi sto facendo a Milano.”

Allora lei mi dice seccamente: “E’ ora di crescere, non esistono solo gli amici del bar, le feste e le corse in moto. Prova a interessarti di qualcosa, almeno.”

“A me interessi tu.”
”Ma non vedi che ti stai buttando via? Io vorrei qualcosa di più

dal mio ragazzo…” Dopo avermi liquidato così, Emma si volta e se ne va, facendomi rimanere di stucco.

In vita mia non ho mi aperto un libro che non fosse un libro di scuola…non mi sono mai interessato di niente di particolare a parte la pesca…cosa devo cambiare in questa vita che un po’ mi piace e un po’ mi fa sentire tanto vuoto?

I mesi successivi cado in una profonda crisi depressiva.

Mi chiedo continuamente se quello che ho fatto sinora sia giusto oppure se, come dice Emma, esista qualcosa di più. Ho sempre visto i miei compagni di scuola più studiosi come persone da evitare, degli esseri molli capaci di rifugiarsi solo nei libri perché incapaci di affrontare la vita. I modelli in cui mi sono sempre identificato sono stati Nicola, Paco, Gigi e in generale gente di quella scorza. Ma fino a che punto è reale il potere che loro decidono di avere? O piuttosto le persone che comandano nel mondo sono più quelle che hanno una certa cultura, quegli individui capaci di imporsi con un carisma basato sulle proprie risorse, e non solo sull’ autostima generata dal primeggiare nelle cose futili e pericolose?

Alla fine ho un’intuizione: la delinquenza nasce dalla sete d’illusorio potere, dal sentirsi forti nel branco mostrandosi più adulti di quel che si è in realtà, dal volersi elevare per mezzo del timore che s’incute agli altri e non per la propria intelligenza e le proprie capacità in generale. Ed io mi sento un delinquente.

Voglio cambiare, per me e per Emma.

Le mie sortite al bar si fanno sempre più limitate e penso che tutti i miei amici se ne accorgano bene. Sicuramente si stanno chiedendo cosa sia successo in me, ma non mi fanno troppe domande, un po’ per il rispetto che mi sono guadagnato e un po’ perché sanno che c’è di mezzo Emma.

Intanto decido di dedicarmi alla lettura della poesia, forse per la bella impressione che avevano suscitato in me quei versi di Emanuela.

I primi versi che leggo sono quelli dei crepuscolari. La poesia di Govoni, Gozzano e Corazzini più di Palazzeschi m’intriga molto. Sono poeti diversi da quelli classici che ho studiato a scuola: usano il verso libero e trovo che tentino di dare una rappresentazione dei propri sentimenti quasi scenografica sul foglio di carta, di dare voce ai tormenti dell’anima attraverso una concatenazione d’immagini forti che, se ben assimilate, riproducono fedelmente quelle sensazioni. Quello che mi piace di più è Govoni per quella sua capacità, espressa a mio parere soprattutto nelle Fiale, di ridurre i sentimenti provocati in lui dal fluire delle cose ad una sorta di viaggio fiabesco. Ci sono due suoi versi che vorrei dedicare ad Emma, come auspicio che fra me e lei ci sia un nuovo giorno di speranza che io possa farne la mia principessa:

e l’alba esprime un’incoronazione

di rose mattinali dal suo letto.

Poi vado alle origini di questa poesia e scopro i simbolisti francesi, soprattutto Mallarmè e Rimbaud. Mi affascina la loro vita scapigliata e penso così che ci si possa divertire anche per mezzo di un interesse serio come quello della scrittura, e, pur avendo la mente fervida d’idee ed interessi culturali, si possa comunque provare quell’ancestrale brivido di libertà e di ribellione verso il mondo che io ho sempre cercato.

Poi il mio cervello è come impazzito e salta da una lettura all’altra. C’è qualcosa che vorrei dire ad Emma con le poesie ma non sono capace di scriverle. Allora imparo qualche verso qua e là, in modo da poterle dire, come mi è rimasto impresso quando ho letto Ossi di Seppia di Montale, che io non sono come “…i poeti laureati che si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati…”, ma un ragazzo semplice che cerca solo la sua comprensione e il suo amore.

A scuola vado molto meglio, sopratutto nelle materie letterarie e anche Emma si sta accorgendo di questo mio cambiamento. Una cosa che mi rende particolarmente felice è che, da quando ci siamo lasciati, non si è più messa con nessuno. Anch’io non sto più con nessuna: su Dandy ho perso quel fascino di ragazzo forte e potente che prima tanto emanavo e lei ha finito per non volermi più, facendo del resto ciò che io volevo e m’aspettavo succedesse.

Sto cercando in tutti i modi di far colpo su Emma ma lei è ancora un po’ distante anche se mi guarda con meno antipatia di prima. Non ho il coraggio di farmi avanti, perché sento sulle spalle il peso del mio passato So però di essere cambiato, almeno in parte, e di questo vorrei render partecipe anche lei.

Una mattina di fine maggio, prima che inizino le lezioni, mi decido e mi faccio avanti: non posso passare un’ estate senza il mio amore.

Vedo Emma che cammina lentamente lungo il corridoio. Anche lei vede me e di colpo abbassa gli occhi. Io non so se sia emozionata o se ancora mi disprezzi. Nel dubbio vorrei lasciar perdere. Poi vedo la sua chioma bionda fluttuare e i suoi occhi nocciola guardarmi fisso, con il carico enorme di tutti i momenti passati insieme. Sento dentro di me una nuova energia, quasi come se intravedessi il suo assenso.

Allora mi paro davanti a lei e le e cito una frase tratta da Neruda. La guardo negli occhi e dico testuale:

Tu sei come la notte,

taciturna e stellata.

Di stella è il tuo silenzio,

così lontano e semplice.

Lei mi sussurra solo: “Bravo, Pablito, amore mio.” Poi ride e mi da un bacino timido.

Emma mi porta via sottobraccio e io, euforico, penso: “Adesso sì che sono Giulio Bersani.”

Il mese di giugno

Il mese di giugno lo passiamo appiccicati l’uno all’altra, senza però aver rapporti completi un po’ perché Emma non si fida ancora completamente di me e un po’ perché non vogliamo rovinare tutto. Siamo molto felici perché veniamo a sapere che entrambi siamo stati promossi, così l’anno prossimo saremo sicuramente in classe assieme.

Anche mia mamma e le mie sorelle sono molto contente, soprattutto Laura che mi ha detto, tra le altre cose, che ad agosto mi farà un regalo. Dice che sarà una bella sorpresa, che io gradirò molto.

Emma è molto cambiata con me, e mi rispetta per quello che sono e non per quello che tentavo di apparire prima. Penso che lei mi abbia veramente cambiato, che abbia fatto esplodere le mie potenzialità, con quelle parole provocanti che mi ha rivolto dopo la festa. Anch’io ho fatto tanto per lei, prima usando violenza a quella mia indole di perdigiorno e poi, semplicemente, accompagnando i miei sentimenti verso altri orizzonti.

Gli amici del bar mi hanno un po’ lasciato perdere, visto che antepongo a loro una ragazza. Paco a scuola è quello di prima nei miei confronti, ma spesso mi fa capire che io sono stato quasi dal tutto escluso dal suo giro. A me, sinceramente, ne importa poco: adesso ho Emma, lei è tutta la mia vita.

Prima della fine del mese Emma compie quello che per lei è un grande passo: mi invita nella casa di suo zio sul lago di Como, a Tremezzo. Ci andiamo prendendo prima il treno e poi un autobus, dato che io non voglio più andare in giro con una moto rubata e perciò ho provveduto a venderla. Giunti finalmente a destinazione, Emma mi mostra la casa. E’ molto bella, a due piani, con sopra due camere da letto e sotto una specie di taverna, che Emma mi racconta come una volata fosse adibita a cantina. Conoscendo il mio hobby principale, mi fa vedere una cartina e spiega che suo zio va sempre a pescare in una piccola riserva naturale, il Lago di Piano, a una ventina di chilometri da Tramezzo in direzione Porlezza. Dice che è pieno di lucci e si diverte molto. A giudicare dall’attrezzatura, si direbbe che sia piuttosto bravo.

Se le cose con Emma andranno bene come spero dal profondo del cuore, penso che anch’io un giorno verrò qui a pescare. E’ la mia grande passione.

Stiamo insieme ma siamo ancora distanti. Non abbiamo il coraggio di finire a letto assieme e ci limitiamo a tenerci per mano, a scambiarci qualche carezza e a darci qualche bacino. Io, allora, le chiedo se posso dormire nella camera degli ospiti che si trova a poca distanza da quella in cui dormirà lei.

Lei fa un cenno di assenso e mi dice: “Giulio, sei sicuro? Non sei arrabbiato?”

Io le rispondo di no, che non voglio rovinare la nostra amicizia e lei mi guarda da furbetta, come se leggesse nei miei pensieri. Poi mi bacia e mi dice semplicemente: “Grazie, amore. Vedrai che un giorno tornerà tutto come prima, se continui ad essere come sei, tenero e gentile.”

Io mi sento gratificato e le dico una volta per tutte, facendo un po’ di violenza al mio smisurato orgoglio: “Sai, amore, ti volevo chiedere scusa per i brutti momenti che ti ho fatto passare. Adesso, però, sono cambiato e te lo voglio dimostrare.”

Lei mi fa cenno di sì, che capisce e mi dice: “Mi sono accorta che stai diventando un altro. Lasciamo perdere il passato, quello che è stato è stato.” Io non so come ringraziarla. Allora le prendo la testa fra le mani e la riempio di baci. Vorrei andare avanti, farla mia, ma lei dice: “Ehi, ehi, ti sei già dimenticato quello che hai detto prima. Calmati, c’è tempo…”

Io, a quella velata promessa, quasi mi paralizzo e poi la guardo fisso. I nostri occhi si baciano e si fondono in uno solo. Poi lei distoglie lo sguardo, un po’ per timidezza ed un po’ per timore di quello che potrebbe prematuramente succedere, e dice dolcemente: “Usciamo, amore?”

Emma mi porta nello stupendo giardino botanico di Villa Carlotta. Entriamo assieme ai numerosi turisti, che fuoriescono in continuazione dai pullman parcheggiati nel piazzale antistante. Ci teniamo per mano come due bambini e attraversiamo velocemente il parco vedendo camelie, rose e cascate di petunie. Poi aspiriamo insieme il profumo delle gardenie in fiore e ci guardiamo ridendo.

Ad un certo punto io vedo un capanno abbandonato. Allora le afferro piano un braccio e le dico: “Emma, facciamo una corsa per il prato?”

Lei mi dice entusiasta: “Sì, sì, andiamo!”

Poi Emma vede il capanno e mi guarda con un misto di desiderio e di rimprovero. Stretti l’uno all’altra entriamo ed io la lascio cadere lentamente su una balla di fieno. Sto per appoggiarmi sopra di lei quando mi dice: “Giulio, non sei tanto un ragazzo di parola!”

Allora Emma si divincola ridendo e si mette a correre per il piccolo campo. Quando la raggiungo lei mi dice con quella sua voce acuta ma dolce: “Ehi, va bene mi hai presa.”

Capisco che non è il momento di insistere e ci lasciamo lentamente alle spalle il capanno. Poi ci baciamo piano ma con infinita passione.

Alla sera cucino io due piatti di pasta al tonno.

Emma mangia con gusto e dice: “Buonissima, amore. Non sapevo che sapessi anche far da mangiare.”

Io le rispondo serio : “Eh, sai, è un’ antica ricetta…”

Allora scoppiamo tutti e due a ridere fragorosamente.

Alla fine della cena le chiedo: “Vuoi uscire?”

E dove andiamo? Non mi piacciono i bar che ci sono qui”

Ah, se avessi una moto ti porterei in capo al mondo.”

Sì?E dove mi porteresti?”

Al polo Nord.”

Ma fa freddo!”

Allora…. in Kenya.”

Ma ci sono i leoni…”

Va bene, allora ti porto nel posto più bello che conosca. Ti porto in Australia! Sai, la mia moto può anche navigare!”

Lei ride di nuovo e poi, con uno sguardo pieno di sentimento e che prelude a chissà che cosa, mi dice semplicemente: “Adesso ho sonno. Buonanotte, amore.”

Io le vorrei dire che non mi può lasciare così dopo la giornata che abbiamo passato, che ho voglia di stare con lei…Poi mi fido delle mie capacità di persuasione: ho un piano, naturalmente. Allora le rispondo lanciandole un’occhiata ironica: “Dormi bene, tesoro.”

Guardo un po’ la televisione, giusto cinque minuti. Poi salgo anch’io e vedo che Emma ha già spento la luce. Mi chiedo: mi sta aspettando o sta semplicemente per addormentarsi?

Mi dico che, nell’uno o nell’altro caso, non posso perdere l’occasione. Mi spoglio in fretta e, adesso che sono quasi sicuro che mi dia il suo assenso, decido di provarci seriamente.

Entro in stanza di Emma il più silenziosamente possibile, ma so che lei sta percependo i miei movimenti. Allora le sollevo la coperta e vedo che ha solo la mutandine. Mi sdraio dolcemente vicino a lei e incomincio ad accarezzarla delicatamente. Vedo che non si tira indietro, anzi, mi sembra molto emozionata. Poi, nel buio attenuato un filo dalla luna quasi piena, avverto la luce dei suoi occhi investirmi. Allora la guardo fisso come si può guardare solo una cosa preziosa e le sussurro: “Emma, ti amo.”

Lei al momento non dice niente poi mi prende la testa tra le mani e sussurra : “Mi sei mancato, sai.”

Allora io incomincio a tempestarla di baci dicendole: “Amore, amore mio, scusa, scusa….”

Lei mi mette un dito sulle labbra facendomi cenno di star zitto e mi fa capire che mi vuole sopra di lei.

Io e d Emma rimaniamo a letto per due giorni, alzandoci solo per mangiare e andare in bagno, trascorrendo allegramente il tempo fra una battuta spiritosa, una carezza, un bacio e un gioco d’amore.

Adesso sì che posso dire: Emma è veramente tornata ad essere la mia ragazza.

Ho dei ricordi abbastanza nitidi

Ho dei ricordi abbastanza nitidi dell’estate di quell’anno.

Ci sono i mondiali di Spagna, che vedo con Emma. Mi ricordo tutto del cammino dell’Italia, in particolare dal pareggio col Camerun alle vittorie con Argentina, Brasile e Polonia fino all’entusiasmante urlo di Tardelli che praticamente sancisce la nostra vittoria finale.

La cosa che più mi rimane impressa però succede dopo Italia-Brasile. E’ appena finita la partita che ci qualifica alla semifinale. Paolo Rossi ha fatto tre col gol e viene eletto “hombre del partido”. Nasce il suo soprannome, Pablito, che lo accompagnerà tutta la vita.

Emma, ricordandosi di quando l’ho fermata dopo un lungo periodo di silenzio tra noi e ho cercato di stupirla con quella citazione di Neruda, mi affibbia quel nomignolo, tra il mio stupore e le mie risate. Non dimentica mai il fatto che io le consenta di chiamarmi così, soprattutto nell’intimità.

Andiamo a fare una lunga vacanza al lago, dove passiamo momenti belli, paragonabili quasi, per l’intensità delle emozioni provate, quasi a quelle magiche giornate di fine giugno.

Sento, però, che tra noi qualcosa sta cambiando: si è esaurita la fase del tenero corteggiamento, del lento titubare nel finire a letto insieme che si è poi concluso in due giornate indimenticabili.

Ormai siamo una coppia consolidata e spero che non finiremo per annoiarci e stufarci a vicenda.

Io con Emma sento quel brivido ancestrale di cui ho bisogno per vivere. Non deve finire tutto in una mera routine, altrimenti sarei morto. Credo che se tra me e lei diventasse tutto abitudine, finiremmo col dividerci ed io non voglio…ma, adesso, sto correndo troppo con la fantasia perché Emma mi ama e io amo lei. Penso che non potremmo lasciarci mai.

Mia sorella Laura mi rivela la sua sorpresa: mi vuole regalare una moto, un po’ perché capisce che ne ho veramente bisogno ma soprattutto per gratificarmi dopo che sono stato promosso. Mi dice che avrebbe voluto regalarmela a giugno, ma prima volevano vedere in che modo mi sarei comportato quest’estate. Poi mi confida che sapeva dell’Aspes e voleva vedere se me ne sarei liberato.

Sperando che questo giorno arrivasse, io intanto avevo provveduto a fare la patente A, che avevo conseguito senza eccessivi problemi.

Scelgo una moto che a Milano non va di moda, un Cagiva 125 SST usato, perché mi voglio distinguere dagli altri paninari che conosco. Mia sorella lo paga un milione compreso un bel casco bianco e azzurro. Ci tengo da morire e m’immagino di fare dei gran viaggi con Emma, di portarla in giro per il mondo stando per sempre con lei.

Voglio far vedere la mia moto nuova ai vecchi amici del bar sia perché ne sono orgoglioso sia perché non li ho del tutto dimenticati. Il mio cambiamento, infatti mi ha allontanato da loro ma, forse per il fatto che mi sento un po’ solo, mi piacerebbe riallacciare qualche rapporto; soprattutto mi piacerebbe tornare amico di Paco, che tanto ha fatto per me in passato.

Sono i primi di settembre ed è ancora una giornata afosa quando mi presento al bar Pagano con la mia moto nuova fiammante. Seduti ad un tavolino proprio vicino alla strada ci sono tutti i miei vecchi amici.

Mi aspetto che mi accolgano con dei complimenti, invece mi fanno subito capire che ce l’hanno con me.

Roby mi dice subito: “Ehi, Giulio, sono mesi che non ti fai vedere. Adesso sei venuto a fare l’ esibizione.”

Gigi invece, come al solito più duro, interviene in maniera tagliente: “Altra moto, altra persona.”

Paco invece sta zitto e nei suoi occhi leggo tanta nostalgia per i bei tempi passati insieme.

Io reagisco: “Ho solo scelto di stare di più con Emma ma voi dovete ancora rispettarmi! Chi siete voi per parlare a quel modo con me ? Sono cambiato, è vero, ma forse vi siete dimenticati di quello che eravamo quando ci vedevamo tutti i giorni.”

Stavamo sempre insieme, è vero”, dice piano Paco, dimostrandomi quel che prima mi sembrava aver capito guardandolo.

Stammi ad ascoltare, Giulio. Vediamo se hai ancora un po’ di attributi. Perché non fai una gara da qui al Parco Sempione con me?”, dice Gigi provocandomi.

Io non vorrei perché ho paura di rovinare la moto nuova, più che di farmi male o di perdere. Poi, sicuramente, Emma non approverebbe una cosa del genere…

Ma non ho perso il mio spirito ribelle e il mio immenso orgoglio, e brucio gli sguardi ironici e perplessi intorno a me rispondendo seccamente a Gigi: “Va bene. Forse non ti ricordi più chi è Giulio Bersani.”

Gigi ha lo Zundapp che è più potente del mio Cagiva ma io confido sulle mie capacità di guida. Poi, credo di conoscere molto bene i curvoni del Parco.

Ci mettiamo d’accordo in fretta sul fatto che vince chi arriva per primo sul sagrato dell’Arco della Pace. Il mio avversario mi guarda di sbieco mentre si avvia verso il suo Zundapp 125. Leggo nei suoi occhi la certezza della vittoria. Io allora lo guardo con aria di sfida ma capisco di non scalfire minimamente la sua sicurezza.

Gigi mi è sempre piaciuto come persona, se non fosse per la sua spacconeria che dimostra anche in questa occasione: non indossa neanche il casco e io, per non essere da meno, faccio altrettanto.

Riesco a stargli appaiato per un centinaio di metri, poi già in Via Venti Settembre mi vola via, facendomi respirare i vapori della miscela della sua moto. Mi piego su me stesso e cerco di tirare al massimo le marce, ma non c’è niente da fare: lo Zundapp 125 è troppo veloce per il mio SST. Lo vedo allontanarsi sempre più ma non ho nessuna intenzione di perdere rimediando una figuraccia. Se poi riesco a batterlo con la mia moto, che tutti avranno dato per sconfitta in partenza, sai quanto gliene diranno al bar?

Prendo una decisione: rischierò al massimo nelle curve strette e insidiose del Parco per uscire forte e prendere l’abbrivio per arrivare primo al traguardo. Penso per una frazione di secondo a Emma e a Laura e vedo il loro sguardo duro. Sento che mi urlano parole di rimprovero, dicendo che non posso rischiare di farmi male. Poi penso alla moto nuova ed alle infinite possibilità di momenti di pura gioia che potrei passare con la mia ragazza viaggiando innamorati nel vento.

Ma non posso perdere.

Lui è più avanti di una cinquantina di metri e vedo che non rischia troppo nei tornanti.

Allora cerco di non togliere gas fino al punto in cui immagino che rischierei di andare dritto. Stacco proprio al limite, entusiasmato dalla rimonta che sto compiendo. La moto ha un piccolo scarto ma riesco a piegarmi bene nella curva di destra e poi nel successivo tornante di sinistra.

Poi, nel tornante di destra, quando riesco a intravedere la possibilità concreta di appaiare Gigi, sfido le leggi delle fisica sfiorando l’asfalto col ginocchio.

Improvvisamente, perdo il controllo della moto che mi scivola via sulla sinistra in un rumore di ferraglia.

Da allora ho solo immagini confuse: vedo la moto che finisce in un chiosco di bibite e sento un gran dolore in tutto il corpo, voci concitate intorno a me, sapore di sangue sulle labbra.

Poi, il niente.

Riprendo conoscenza

Riprendo conoscenza e avverto subito un gran dolore in tutto il corpo. Apro gli occhi lentamente e, dalle facce preoccupate che vedo intorno a me, capisco subito di essere in uno stato pietoso. Poi ripenso alla mia bella moto nuova fiammante e mi prende un gran senso di vuoto e di angoscia allo stomaco.

Mi dico che sono un egoista, perché mi preoccupo più dell’SST che del dispiacere che provano i miei famigliari: li vedo tutti raccolti intorno a me in stato di apprensione, e non riesco nemmeno a lamentarmi per il male che sento.

Non ho voglia di fare domande, un po’ perché non riesco a parlare e un po’ perché m’immagino bene quello che sia successo. Ho un vago barlume di ricordi che mi aiutano a ricomporre i tasselli mancanti. Quello che mi chiedo adesso è che danni mi sia veramente procurato, dato che sento le gambe immobili e una fitta acuta nel costato.

Poi si apre la porta, intravedo una sagoma che mi è familiare e nella semioscurità sento una voce che mi sussurra: “Amore mio, cosa diavolo hai combinato?”

Vorrei dire a Emma che ho pensato a lei prima dell’incidente, che il monito sentito da lei nei miei confronti stava per fermarmi, ma mi sembra di peggiorare la situazione.

Allora trovo la forza di dischiudere la bocca e, a fatica, le dico come già ho fatto più volte: “Scusa, amore.”

Sento la voce di mia mamma che dice: “E’ sveglio, risponde!”

Meno male, meno male”, le fanno eco le mie sorelle.

Poi mia mamma dice di nuovo: “Va bene, Emma, vi lasciamo soli, visto che con te parla”, e se ne va con Laura ed Emanuela.

Appena sono uscite, Emma scoppia a piangere e sento che una lacrima cade sul mio viso. Io vorrei abbracciarla, dirle che sono stato uno stupido ancora una volta e che ho buttato via una cosa bella come quella moto che tanto avremmo potuto usare insieme.

Ma non trovo la forza di parlare.

Emma è sempre stata un po’ dura e severa nei miei confronti. Quindi non mi aspetto che proprio ora mi dica: “Non importa, non importa, Pablito mio. Vedrai che ce la faremo insieme e tornerai sano e forte come prima.”

La curiosità prende il sopravvento e le chiedo con un filo di voce: “Cosa mi sono fatto?”

Lei prende a piangere ancor di più e dice tremando: “Hai delle fratture gravi a tutte e due le gambe e anche a tre costole ma il dottore ha detto che guarirai. Certo ci vorrà tempo, ma tornerai non solo a camminare ma anche a correre e un giorno sarai perfettamente in forma.”

Un pensiero mi assale: “E per la scuola come farò?”

Lei, ostentando tranquillità, dice: “Non c’è problema per quello, ti passerò io tutti gli appunti quando avrai la forza di leggere. Certo, i professori sono nuovi, non ti conoscono, ma vedrai che riuscirò a convincerli che stai studiando…”

Poi di colpo le dico: “Non mi abbandonerai, vero?”

Stai scherzando, Giulio?”, mi dice lei seria

E come faremo…”

Smettila”, mi interrompe subito Emma portandosi l’indice alla bocca. “Non m’importa niente di quello.”

Allora, esausto, chiudo gli occhi e m’immergo nei miei pensieri.

Rivedo lo schianto, sento il dolore che mi attanaglia, penso a mia mamma a alle mie sorelle, al dispiacere che sto loro provocando. Mi sento un verme soprattutto nei confronti di Laura, che mi ha fatto un regalo così bello.

Poi penso che ho trovato una ragazza d’oro come Emma. Lei sì che mi vuole davvero bene, non gli amici del bar o i paninari che conosco appena. Quant’è bella, tenera e dolce Emma, quanto l’adoro …

Poi, tutto svanisce ed il sonno prende il sopravvento.

I mesi successivi sono un vero calvario.

All’inizio mi nutro per mezzo di flebo, ho un catetere e gli infermieri mi devono continuamente girare per evitare le piaghe da decubito.

Emma mi porta dei libri e degli appunti di scuola, ma io non gliela faccio ancora a leggerli. Sono tanto stanco…

Intanto il tempo passa e, se la mia situazione fisica va lentamente migliorando, Emma continua a ripetermi che sto rimanendo indietro sul programma e i professori vorrebbero vedermi una buona volta in classe. Non credono a questa manfrina dello studio a distanza e, pur comprendendo le mie condizioni, sono tutti nuovi e non capiscono la gravità della situazione. Alcuni, dice Emma, stanno addirittura pensando che io stia esagerando per non impegnarmi nello studio.

Piano piano riesco ad alzarmi e trovo la forza per leggere qualche libro di testo, ma controllo gli appunti che Emma mi porta e noto, con mia grande preoccupazione, che sono già molto avanti col programma. Mi sforzo di recuperare ma, senza le spiegazioni degli insegnanti, ci sono troppe cose che non capisco…

Emma mi aiuta a muovere i primi passi e, in un momento che per me è ancora prematuro, mi chiede se abbia voglia di frequentare qualche lezione.

Le rispondo: “Non vedi come sono ancora conciato? Cosa cavolo vuoi fare? Mi vuoi piazzare su una carrozzina e trascinarmi in classe?”

Lei mi guarda con aria di rimprovero ma capisce che anche il salvare le apparenze fa parte del mio smisurato orgoglio. Sento che adesso mi accetta per quello che sono, con tutti i miei difetti: anche per questo la amo.

Viene poi il giorno che riesco a muovermi con le mie gambe e le brutte piaghe che avevo un po’ dappertutto si sono tramutate in cicatrici indelebili.

Mi presento a scuola con Emma e tutti, anche quelli che non conosco, mi fanno una gran festa e mi rivolgono numerosi in bocca al lupo di incoraggiamento.

Paco mi viene incontro e mi dice: “Giulio, la vera gara l’hai vinta tu. Sono contento di rivederti e soprattutto di essere tuo amico.”

Sì, certo che siamo amici. Ho capito, quel giorno al bar, che non ce l’avevi con me. E Gigi e Roby, come stanno?”

Mah, non li vedo più tutti i giorni. Sai, non ho mai smesso di dare la colpa a Gigi per quello che ti è successo…”

Ma smettila! L’importante è che stiamo tra noi, no?”

Paco mi fa un cenno di assenso poi mi confida: “Giulio, devi stare attento perché ci sono tutti i professori che non vedono l’ora di interrogarti. Loro non hanno creduto a tutta la storia…”

I pochi giorni che gli insegnanti mi concedono per inserirmi nella classe li passo studiando giorno e notte. Emma è praticamente sempre sveglia e mi prepara appunti, mi fa riassunti dei vari argomenti trattati, mi sottolinea le parti più importanti.

Ma io mi sento confuso da tutto quel mare di nozioni e, soprattutto, mi sento impreparato.

Poi arriva il momento che mi aspettavo. Tutti i professori cominciano a interrogarmi e svariano, con le loro domande, da un periodo all’altro dell’anno scolastico. Io sbaglio nel mostrarmi titubante ma non posso fare altrimenti perché quello che ho nella testa è un agglomerato confuso di date, formule e concetti ripetuti ma niente affatto assimilati.

Emma mi osserva in continuazione e, insieme a tutti gli altri, cerca di suggerirmi le risposte giuste. La vedo preoccupata e in apprensione sia per la mia carriera scolastica sia per la possibilità concreta che l’anno prossimo non saremo più in classe insieme.

Alla fine, a forza di scendere nei particolari e di farmi anche domande trabocchetto, i professori di una classe che non è mai stata la mia, riescono a farmi cadere: non tutti, ma la maggior parte mi dà delle insufficienze pesanti abbastanza da farmi arrivare agli scrutini finali senza speranze.

Una mattina di fine giugno illuminata da un pallido sole che filtra attraverso una densa coltre di nubi, io ed Emma, che a scuola è una delle migliori, andiamo senza speranza a leggere i risultati. Appena arrivati troviamo quasi subito i fogli corrispondenti agli esiti finali degli alunni della prima D. Non faccio troppa fatica a individuare il mio nome, segnate come sono in rosso sei caselle da tre cinque ed altrettanti quattro. Emma, naturalmente, è stata promossa.

Emma, io…mi dispiace tanto, forse non sono stato all’altezza.”

Prenditela coi miei insegnanti. L’anno prossimo cambierò sezione sicuramente.”

Ma tu hai fatto di tutto per insegnarmi quello che avrei dovuto imparare. La colpa è mia…”

Allora Emma mi tocca le labbra con l’indice della mano destra e mi dice: “Pablito, non hai ancora capito che io non ti abbandonerò mai?”

Vorrei ricambiare a quel suo sguardo carico di dolcezza ma mi sento stranamente impacciato.

Poi, in uno scatto porto le mie mani sulla sua testolina tenera, le do un bacio sulla punta del naso e le rispondo: “Sei grande, amore. Neanch’io ti abbandonerò mai”.

Dell’estate ho ricordi vaghi

Dell’estate ho ricordi vaghi.

Vedo Emma che continua a darmi ripetizioni e mi dice sempre: “Giulio, non importa se sei rimasto indietro di un anno, devi comunque farcela a finire il liceo: anche questo vuol dire avere dignità.”

Se penso a quelle parole, schiumo di rabbia per tutto quello che è successo durante l’anno appena trascorso e mi dico: “Emma, riuscirò a farti vedere chi sono. Forse, un giorno, andremo all’università insieme…”

Per tutta l’estate mi dà lezioni con una dedizione assoluta, rinunciando anche alle sue meritate vacanze. Ad un certo punto la sento talmente vicina che oso dirle: “Cosa ne penseresti se mi prendessi una Vespa? Senza pesare sulla famiglia, solo coi miei risparmi.”

“Ma Giulio, non sei scioccato dall’incidente? Poi, sei ancora tutto dolorante.”

Pensa ai giri che potrei fare con te; sono diventato prudente, sai?”

Mi piacerebbe, ma non mi sento di dirti di sì. Fai come vuoi, decidi tu.”

Con la mia famiglia è scontro feroce. Leggo negli occhi di mia madre il dolore che ha provato l’anno passato e la preoccupazione per quello che potrebbe succedermi.

Alla fine decido io, e Paco mi vende volentieri, per solo duecentomila lire, la sua Vespa elaborata: i suoi gli hanno promesso un Laverda 125 e lui intanto è contento di realizzare qualcosa.

Adesso ho speso tutti i soldi che avevo messo via, ma sono contento.

E’ metà agosto, le giornate sono torride ed afose, tra una lezione e l’altra sto spesso a pensare sul letto. Non riesco a capacitarmi del fatto che Emma sarà in un’altra classe, un anno avanti a me. Anche questo è orgoglio.

Tra l’altro, penso ormai di conoscere tutto degli argomenti trattati in prima liceo.

E’ in quel momento che mi balena nel cervello una brillante idea: perché non fare due anni in uno?

Corro a dirlo a mia mamma e lei sembra entusiasta. Anche Emma, quando gliene parlo, mi dà il suo completo assenso, mettendomi però di fronte a un pericolo concreto: se venissi bocciato, infatti, rimarrei due anni indietro.

Ma a me piace rischiare.

Trovo posto per miracolo all’istituto Sant’Agostino dove pochi mi conoscono: con chi mi dà un po’ fastidio all’inizio dell’anno, faccio la voce grossa e in poco tempo mi rispettano in tutta la scuola. Non voglio farmi amici, solo essere lasciato in pace e studiare.

All’inizio mi annoio molto perché so già quasi tutto e mi sento molto solo non potendo vere Emma tutte le mattine. Non parlo con nessuno: sono chiuso completamente in me stesso e gli altri capiscono che voglio solo essere lasciato in pace. Quasi nessuno mi rivolge la parola se non quando qualche somaro ha bisogno di essere aggiornato sulle lezioni, quasi sempre in prossimità di un’interrogazione.

Vado molto bene in tutte le materie, tranne che in filosofia, dove trovo i concetti astrusi e fumosi. Non riesco proprio ad assimilarli e questo si riflette sul mio rendimento. Ho infatti un sei stiracchiato che l’insegnante mi elargisce con compiacenza e comprensione, probabilmente per non rovinarmi l’ottima media generale che ho.

Mi sento comunque vuoto e inquieto, anche se il rapporto con Emma si è regolarizzato e le cose tra noi vanno benissimo.

L’anno passa e io sento sempre più che la vita che faccio è troppo piatta e provo un generale senso d’insoddisfazione. Ho bisogno di qualche emozione, non sono cambiato del tutto. Non sono diventato solo un secchione e un fidanzato modello, sono Giulio Bersani e questa volta lo devo dimostrare a me stesso

Sento il bisogno di fare una bravata ma non ho nessuna voglia di andare dai vecchi amici che ormai vedo di rado.

Emma non lo deve sapere, perciò m’inventerò qualcosa da fare di nascosto. Penso a cosa potrei fare con la Vespa ma non mi viene in mente niente di particolare: non voglio fare corse perché sono rimasto troppo scottato e non posso fare risse perché quasi sicuramente riporterei dei segni visibili a tutti.

Allora mi viene l’ennesima illuminazione: farò il duplicato delle chiavi della macchina di Emanuela, un’ A112 presa usata. Tanto so già guidare benissimo.

E’ una delle poche cose che mio padre m’ha insegnato a fare: sin da quand’ero piccolo mi portava negli ampi parcheggi di San Siro a fare grandi giri con la sua vecchia 500. Poi, qualche volta, paninari più grandi amici di Nicola mi hanno lasciato usare la loro macchina e io ho imparato a destreggiarmi bene e anche ad andare a forte velocità.

Un pomeriggio che Emanuela frequenta delle lezioni all’università, dove va coi mezzi per risparmiare, entro in camera sua: sono solo in casa, perciò posso agire facilmente.

In un baleno vado e torno da Corso Vercelli, dove si trova un noto ferramenta, e ripongo le chiavi della macchina dove le avevo trovate, nell’esatta posizione.

A pomeriggio inoltrato Emanuela torna a casa e naturalmente non si accorge di niente. Poi, più tardi, sento che dice a mia madre: “Queste sera starò in casa, perché voglio assolutamente dare il mio primo esame. Sei contenta?”

Io, ascoltando quelle parole, mi sento tutto eccitato.

Allora attendo il calare delle tenebre e, rigirandomi tutto smanioso nel letto, mi sforzo di restare sveglio a tutti i costi. Quando ritengo sia giunta l’ora che tutte dormano, mi avvio con paso felpato verso la porta di casa. Esco in strada e sento l’aria frizzante di fine inverno sul volto. La respiro a grandi boccate e mi sento finalmente libero.

Giro Milano in lungo e in largo, provando dentro di me quell’ancestrale brivido di libertà e quel senso di trasgressione che tanto mi mancano. Vedo gente in maschera e improvvisamente mi ricordo che è Carnevale. Vorrei unirmi a loro, andare a far baldoria, ma preferisco girare a vuoto accompagnato dal bofonchio sommesso del motore. L’A112 è poco potente ma io mi sento esaltato e guido senza meta in maniera spericolata.

Mi viene in mente Emma ma subito la cancello perché quello che sto facendo non muta i sentimenti che provo per lei e, soprattutto, non lo verrà mai a sapere.

Torno a casa molto tardi, imprigionato come sono stato nel traffico di Brera. Qualche vigile mi ha lanciato un’occhiata perplessa vedendomi così giovane al volante. Poi, par mia fortuna, ha lasciato perdere.

Mi assopisco alle prime luci dell’alba, felice della mia bravata. Non penso a Emanuela o ad Emma. Semplicemente mi crogiolo in me stesso per il coraggio che ho dimostrato. Non provo nemmeno une punta di rimorso: sì, ne avevo proprio bisogno per sentirmi ancora, almeno un po’, il Giulio Bersani di una volta.

Mi alzo verso mezzogiorno e, mentre mi accingo a sorseggiare una tazza di caffè fumante, compare Emanuela e incontro il suo sguardo duro. Mi sento osservato, ma negli anni passati col branco ho imparato a ben dissimulare le mie emozioni.

Allora la osservo con decisione e come un angioletto le chiedo: “Che c’è, Manu? Ti vedo strana.”

Vorrei sapere cos’hai fatto ieri sera dopo che siamo andate a dormire. Non sei uscito in Vespa e non sei nemmeno andato a scuola. Dove cavolo sei stato stanotte?”

Ehi, calmati. E’ venuto a prendermi Roby e sono andato in discoteca con gli amici del bar…”

Senza Emma?”

Mmh, non voleva venire.” Sento che il mio castello sta cadendo ma sono pronto a difenderlo fino all’ultimo.

Sai cosa penso? Semplicemente che tu abbia preso la mia macchina, dato che è parcheggiata diversamente da prima, è senza benzina e soprattutto perché ti conosco bene. L’unica cosa che non mi spiego è come tu abbia fatto a prendere le chiavi, visto che le tenevo nella borsetta in camera mia.”

Te l’avranno presa per fare un giro, Manu. Io sono cambiato! Mi offendi a dire una cosa del genere!”

Ma non è forzata! Senti, dimmi perché ti devo credere?”

Perché lo sai che sono diverso da com’ero una volta. Non te ne sei accorta anche tu?”

Sì, è vero. Per questa volta ti voglio credere e ti chiedo anche scusa…Va bè, mi dai una sigaretta?”

Allora , troppo velocemente, tiro fuori il pacchetto che ho in tasca e, quando mi rendo conto di cosa sia successo, è ormai troppo tardi.

Il duplicato dell’A112 cade a terra in un nitido tintinnio.

Emanuela guarda prima curiosa e poi attonita la chiave sul pavimento. Poi mi squadra con un misto di disprezzo e di commiserazione, si volta e se ne va.

Oddio, cosa mi succederà adesso? Ed Emma cosa mi dirà? Sono finito…

Passo la giornata in paranoia

Passo la giornata in paranoia totale.

Penso soprattutto a come reagirà Emma quando verrà a sapere della mia bravata. Sicuramente mi dirà che sono il solito deficiente, che non sono cambiato per niente, erano tutte apparenze per far bella figura con lei. E poi che sono un incosciente, che non ho pensato a quelle che potevano essere le conseguenze del mio gesto scellerato, al dispiacere che ho provocato in mia mamma e nelle mie sorelle.

Ho paura che mi voglia lasciare…

Alla sera mia madre entra in camera mia e incomincia a farmi la pesante ramanzina che mi aspettavo.

Giulio, sei impazzito? Come hai potuto pensare di fare una cosa del genere? Non ti rendi conto di cosa sarebbe potuto succedere se per caso avessi fatto un incidente o se ti avesse fermato la polizia? Lo sai anche tu, vero, che avrebbero potuto mettermi in galera?”

Poi mia mamma scoppia a piangere e io non mi sento in diritto di consolarla. La vedo lì, accasciata su una sedia e mi fa tanta pena ma non so cosa fare. La vedo così arrabbiata che provo a far leva sui suoi sentimenti per calmarla.

Allora dico: “Mamma, mi dispiace tanto. Ti prometto che d’ora in poi righerò dritto e m’impegnerò tanto nello studio…Vedrai che in futuro ti regalerò tante soddisfazioni e non sarò più il balordo di prima…Ti prego, non dirlo ad Emma: è la persona più cara che ho…Mamma, ti voglio tanto bene…”

Sei un disgraziato. Come faccio a dimenticare quello che hai fatto?”

Mamma, ti prometto che non farò più nessuna bravata. Adesso sto crescendo, mi sento più uomo. Ho avuto solo un attimo di umano cedimento. Cambierò per te, mamma.”

Lei, piano piano, si asciuga le lacrime e capisco che le mie parole hanno colto nel segno.

Va bene, vogliamo provare a crederti ancora una volta. Non diremo niente a Emma: non vogliamo rovinare la tua vita come tu stai rovinando la nostra. Però d’ora in poi ti impegnerai il più possibile a scuola, soprattutto in filosofia e non uscirai più se non con la tua ragazza.”

Io penso che è quello che già sto facendo ma voglio essere il più accondiscendente e deferente possibile e dico: “Va bene, mamma, vedrai che sarai fiera di me, un giorno. Grazie…”

Viene il momento degli esami.

Siamo alloggiati in un alberghetto nel paese di Celana, in provincia di Bergamo. E’ un posto squallido e il proprietario è un vecchietto avaro che ci propina come mangiare le più svariate schifezze che si possano immaginare.

Mentre i miei compagni si dedicano a farsi gavettoni ed in generale a sfasciare l’albergo stesso, rompendo per ripicca letti, mobili e vetrate, io sono assorto completamente nello studio ma di filosofia ci capisco ben poco.

Gli scritti vanno benissimo e sto facendo bene anche gli orali. Poi viene il momento culminante. Sto aspettando fuori dalla porta dell’aula prescelta per l’esame di filosofia e mi sembra di non saper niente. Ho in mano un bigino, che ho usato per cercare di riassumere e semplificare i vari concetti, che però mi sembrano ancora astrusi, quando mi viene una brillante idea: decido di concentrarmi su un solo filosofo, con la viva speranza che mi chiedano di parlare di un argomento a piacere. Approfondisco la teoria delle Monadi di Leibniz e faccio di tutto affinché mi rimanga impressa. Poi entro nell’aula e quando mi siedo capisco che l’insegnante non ha nessuna intenzione di chiedermi quello che voglio io.

Allora con mio grande stupore mi dice: “Bene, Bersani. Parlami di .. di Leibniz.”

Io rimango attonito e paralizzato. Avevo già pensato, dopo l’incidente in cui avevo rischiato seriamente di morire, che Dio mi proteggesse. Poi, ripensando ad altri episodi della mia vita ne avevo avuto la conferma. Adesso ne ho la certezza. Il professore, vedendomi perso nei miei pensieri mi dice: “Va bene, passiamo ad una altro argomento?”

Io rispondo con grande sicurezza “No, sto solo raccogliendo le idee.” Poi attacco a parlare di Leibniz e non la finisco più. Lui, dopo un po’ mi interrompe e dice: “Bravissimo, Bersani, puoi andare.”

Non ci posso ancora credere…

Dopo l’ufficializzazione dei risultati tutti mi fanno i complimenti e quando siamo da soli Emma mi dice teneramente: “Bravissimo, Pablito mio, si vede che hai studiato tanto: hai anche preso nove in filosofia, si vede che ti sei impegnato molto nei tuoi punti deboli… sei proprio il mio tesoro. Cosa ne dici di tornare al Beccarla e di chiedere di esser messo nella terza H, la mia classe? Vorrei stare tutti i giorni con te…”

Ci proverò, amore. Anch’io voglio stare sempre con te. Cosa fai quest’estate?”

Per quel che mi riguarda vorrei star tutta l’estate con te, fare un grande giro con la tua Vespa ma purtroppo mia mamma mi vuol portare ad Arenzano e sai che non ti vede tanto di buon occhio. Ci vedremo poco ma io penserò sempre a te…”

A me questa storia non va proprio giù. Tu sei grande, hai già diciotto anni e sei anche stata promossa in terza liceo. Non sei neanche mai stata rimandata…”

Senti, non ti arrabbiare, ma io non voglio rovinare i rapporti coi miei: la mia famiglia per me è molto importante…”

Capisco che sto facendo troppo l’appiccicoso e lascio perdere. Tanto, se Emma decide una cosa alla fine è quella.

Allora dico, sapendo che almeno questo non me lo può negare: “Mi dispiace, ma lasciamo perdere. Vuol dire che ci vedremo alla fine dell’estate e l’anno prossimo staremo sempre insieme…Senti, tuo zio mi può prestare per qualche giorno la casa sul lago e, se possibile, darmi il permesso per usare le sue canne?”

Bè…si può fare, metterò una buona parola per te, Pablito…” e scoppia a ridere, allentando al tensione che si era creata tra noi.

Non parto con l’idea di andare solo a pescare ma soprattutto di passare qualche bella giornata in compagnia di un amico.

Mi viene in mente nonno Gino che è diventato anziano e ormai non pesca più. Mi mancano da morire le giornate trascorse con lui a catturare pesci su pesci e ho un po’ di nostalgia. Ora come ora, non conosco nessuno che sia appassionato di questo sport.

Il vero problema è che non mi va di andare con nessuna delle persone che ho frequentato. Ci andrei solamente con Paco, ma lui è già a Ostuni, come tutti gli anni. Con Gigi non se ne parla neanche e di Roby non sono poi così amico. Con Nicola lo escludo. Mi rendo conto di non avere poi tanti amici e questo mi fa star male. Ma, in fondo, è stata una mia scelta.

Una sola domanda mi tambureggia nella mente: “Con chi vado, al lago. Con chi potrei andare?”

Disteso sul letto a pensare con la massima concentrazione, all’improvviso mi balena nel cervello una delle mie brillanti idee: telefonerò a Gianluca, anche perché ho tanta voglia di sentirlo. Sono parecchi anni che ci siamo persi di vista e sono un po’ emozionato. Il numero me lo ricordo ancora a memoria e spero che non abbia cambiato casa.

Telefono di mattina e sento la voce di Anna. Metto giù la cornetta. Poi, al pomeriggio, mi risponde ancora sua madre. Riattacco di nuovo.

Finalmente alla sera mi risponde Gianluca.

Ciao Gianluca, mi riconosci?”

Chi sei?”

Sono Giulio, Giulio Bersani.”

Giulio, quanto tempo. Come sono contento di sentirti!”

Anch’io, mi sei mancato. E mio padre come sta?”

Tuo padre è un incorreggibile spezzacuori. Ha lasciato mia madre due anni fa per andarsene con un’irlandese, conosciuta nel suo studio.”

Che essere meschino. E tua mamma come sta?”

E’ un po’ giù ma nel complesso si è abbastanza ripresa.”

“Senti…cosa fai quest’ estate?”

“Starò a Milano: ho fatto la quarta liceo scientifico e sono stato rimandato in storia e matematica. Devo studiare.”

Senti, cosa ne dici se un giorno, magari domenica prossima ci vediamo in nome dei vecchi tempi e facciamo una gita sul lago di Como. Ho le chiavi di casa dello zio della mia fidanzata.”

E cosa facciamo al lago?”

Potremmo andare a …pescare.”

Ma io non sono capace.”

E cosa t’importa? Ti diverti a vedere me che prendo qualcosa…senti, usiamola come scusa per rivederci, cosa ne dici?”

Ma certo. Che stupido sono stato a pensarci su. Anch’io ho tanta voglia di vederti.”

Grandioso! Senti, a te va di svegliarti all’alba?”

No, Giulio, questo non me lo puoi chiedere: figurati, faccio addirittura fatica a svegliarmi per andare a scuola…”

Non c’è problema, faremo una cosa in giornata. Va bene?”

E’ molto meglio.”

Allora vengo domenica verso le dieci a casa tua?”

Perfetto Giulio. Domenica alle dieci. Mi porto qualcosa da mangiare, così non spendiamo?”

Va benissimo. Sai una cosa? Sentendoti mi si è di colpo illuminato la giornata.”

Io e Gianluca partiamo

Io e Gianluca partiamo quando è già estate avanzata. Viaggiamo nell’aria già tiepida del mattino con un refolo di vento umido che ci accompagna. La città è semideserta e i pochi passanti non fanno caso al fastidioso ronzio che preannuncia il nostro passaggio e al fumo nerastro che fuoriesce dal tubo di scarico.

Il cielo è terso e questo non è un fattore ideale per la pesca, dato che con il cielo coperto i pesci vedono meno le insidie che sorreggono l’esca. Inoltre, questo non è il periodo ideale per il luccio poiché viene cacciato prevalentemente in inverno, quando si deve riprodurre ed è quindi più affamato. Ma noi ci proveremo ugualmente.

Decidiamo di rischiare e di prendere l’autostrada Milano-Como anche se la mia moto è un 125 e non vi potrebbe circolare ma Paco, proprio per questo motivo, aveva sostituito all’ originale una targhetta con la scritta 150. Speriamo bene.

Sembra che non ci siano problemi e invece, all’altezza di Saronno, mentre stiamo sorpassando a cento all’ora un lentissimo furgone, vedo, nello specchietto di sinistra, una pattuglia della stradale proprio dietro di noi. Mi defilo sulla destra col cuore in gola, pensando che, se ci fermassero, andrebbe a finire che rovinerei nuovamente i rapporti con mia madre e magari anche con Emma perché lo verrebbero a sapere sicuramente.

Invece la macchina della polizia ci affianca, ci osserva e poi vola via lontana, presumibilmente ingannata dalla scritta taroccata. Questa volta mi è andata bene: Dio continua a proteggermi.

Arrivati a Como prendiamo la Statale Regina, una strada insidiosa tutta curve e controcurve cieche, costellata di mazzi di fiori in memoria di coloro che sono stati strappati alla vita in catastrofici incidenti. Facciamo una breve sosta ad Argegno, stanchi ed esausti, per consumare il frugale pranzo che ci siamo portati da casa. Poi entriamo in un bar e io ordino un caffè doppio. Gianluca invece prende un decaffeinato perché dice che la caffeina lo agita troppo.

Ripartiamo e percorriamo i pochi chilometri che ci separano da Tremezzo passando per Ossuccio, che sembra un isola di quiete con un vecchio campanile pendente a farle da cornice. Poi ammiriamo la pace di Lenno e la bellezza dell’Isola Comacina, pur vista da lontano. Infine passiamo per Mezzegra, Bolvedro e Cadenabbia.

Da Villa Carlotta in poi mi vengono in mente i bei momenti passati con Emma e quasi devo stare attento a non fare errori nella guida per l’emozione che mi assale in tutto il corpo.

Voglio forse fare un altro incidente? Non mi devo distrarre, anche per Gianluca.

Sono quasi le due ed io non conosco bene la strada per arrivare al Lago di Piano. Cerco di memorizzare il percorso sulla cartina che c’è a casa dello zio di Emma. La vorrei strappare e prendere con me ma non posso perché è incollata ad una pergamena con attorno dei fiori di campo, incorniciata in un bel quadretto.

Mi rendo conto di come non ci sia molto tempo perché mi devo anche procurare le esche vive.

Carichiamo a fatica l’attrezzatura dello zio di Emma sulla Vespa riducendola al minimo: Gianluca porta le canne e un guadino con un sacco di tela che infila sulle spalle; i cagnotti che mi sono portato da casa e la cassetta da pesca li mettiamo nel bauletto. Non c’è più posto per niente, se non per un ottimistico, grande sacchetto. Andiamo verso Menaggio e lì cerco di far mente locale. Prendo il bivio in direzione Porlezza. La strada inizialmente è molto brutta, tutta a tornanti. Poi si spiana ed io apro tutto il gas con Gianluca che si lamenta un po’ per la forte velocità alla quale andiamo, in rapporto a quanto sia stretta la strada. Cerco di leggere i cartelli ma le indicazioni per Carlazzo sono vaghe e mi assale la preoccupazione di sorpassare la meta quando, a un certo punto, si apre davanti a noi, in tutta la sua prospettiva, un laghetto calmo e ricco di vegetazione.

Siamo arrivati!”, urlo.

E Gianluca: “Finalmente, era ora.”

Mi fermo in uno spiazzo dove si trova un piccolo ristorante ed una casetta di legno credendo sia il luogo di pesca predestinato ma, vedendo il fondale basso e le numerose canne sparse a pelo d’acqua vicino alla riva, capisco subito che non è l’ideale.

Proprio in quel momento vedo un guardapesca e gli chiedo: “Scusi, mi sa dire un buon posto per pescare?”

Sì, ragazzi”, ci risponde stranamente affabile. “Dovete proseguire sulla strada finché non vedete l’indicazione per un campeggio. Lì girate a sinistra e andate fino in fondo. Troverete un piazzale, con delle macchine parcheggiate. Ecco, da quella parte si può pescare bene.”

Lo ringraziamo entrambi calorosamente, gli facciamo ampi cenni di saluto e con degli scoppiettii del motore un po’ stanco ci avviammo per la strada indicata.

Adesso siamo sul luogo di pesca.

Preparo una canna fissa, cioè come la maggior parte di quelle che usavo col nonno per pescare da riva. Gianluca mi guarda stupito per la mia grande manualità nel preparare la lenza, infilando in un batter d’occhi galleggiante, piombo ad oliva scorrevole ed eseguendo i vari nodi con abilità. Non sa che in confronto al mio solito standard di rendimento sono un po’ lento perché non ho confidenza con l’attrezzatura dello zio di Emma e, soprattutto, non la voglio rovinare.

In un’ora, anche sfruttando la fitta pasturazione di un pescatore vicino che mi guarda un po’ di sbieco, riesco a catturare una ventina di gardoni che, non avendo un secchiello, non possiamo tenere vivi. Pescherò col morto.

Disfo l’attrezzatura usata per procurarmi i pesci esca e ripongo tutto accuratamente nella cassetta, buttando via solo il filo usato. Poi preparo una sola canna da usare a fondo, come avevo fatto col nonno quando abbiamo preso quella memorabile anguilla.

Prendo il cavetto d’acciaio necessario per resistere alla feroce dentatura dei lucci e imbraco il gardone, ossia lo metto sull’amo, che si infila nell’occhio del pesce ormai asfissiato, per poi puntarsi nel corpo, in modo che questo non possa sfuggire durante il lancio.

Poi faccio volteggiare l’esca in aria e rilasciando l’archetto del mulinello al momento giusto, la faccio depositare a una cinquantina di metri dalla riva vicino a un bel canneto.

Questa volta non uso il campanellino, come facevo col nonno. Nelle mie successive sortite di pesca, infatti, ho imparato ad usare degli anelli segnalatori, messi sul filo allentato della canna posta in verticale sulla riva, che rivelano, salendo e scendendo, le minime toccate del pesce.

Ormai sono due ore che siamo ad aspettare e si sta avvicinando la sera. Ho cambiato l’esca almeno una dozzina di volte, in modo che fosse sempre fresca. Gianluca, stufo, incomincia a lamentarsi.

Mi dice: “Dai, Giulio, qui non abbocca niente. Andiamo via, sono stanco…”, suscitando il sorriso compiaciuto dei pescatori vicini, che peraltro, a loro volta, non hanno preso niente.

Quasi mi arrendo. E’ allora che, proprio mentre sto per recuperare il filo e metter via la canna, l’anello segnalatore ha un sussulto. Poi, tra l’interesse ravvivato di Gianluca e le mie imprecazioni, all’improvviso si arresta. Dopo qualche secondo finalmente il luccio, convintosi dell’esca, ritorna. La canna comincia a piegarsi leggermente. Allora la prendo in mano e aspetto che l’abboccata diventi decisa accompagnandola, mentre si flette, verso il basso, come avevo visto fare al nonno; poi si piega tutta e sento che arrivato il momento di ferrare. Do uno strattone secco ma non troppo, in modo da non sfidare la resistenza del filo.

Sento che ho agganciato una grossa preda. Allora mi ricordo della calma che aveva ostentato il nonno e cerco di fare altrettanto. Adesso i mulinelli sono più moderni: hanno infatti un congegno chiamato frizione che si può regolare secondo la forza di trazione esercitata e rilasciare filo gradualmente.

Dopo mezz’ora di monotono dare e recuperare filo, sempre però coi nervi a fior di pelle, il pesce è ormai sottoriva. Non riesco a capire bene quanto sia grosso ma immagino che sia un qualcosa di raro, almeno a giudicare da quanto tira.

Gianluca è emozionantissimo e mi incita in continuazione ma so che è arrivato il momento più difficile. Il luccio, infatti, sente vicina la fine e fa la solita picchiata verso il basso dando fondo a tutte le residue forze. Io mi oppongo compatibilmente al mio filo, che è uno 0.25, non molto spesso quindi. Uso al massimo la frizione e, quando sento che il pesce è stremato, recupero piano per evitare sorprese.

Finalmente il luccio affiora e io lo guardo attonito. Non credevo fosse così grande: sarà più di quattro chili. Dico a Gianluca di passarmi in fretta il guadino, che mi sembra un po’ piccolo.

Il luccio è lì che affiora dall’acqua, in stato di resa totale. So però che, se impiegherò troppo tempo, lui riacquisterà un po’ di forza e sfuggirà al mio controllo. Allora, con la canna nella mano sinistra allungo con l’altra il guadino ma non riesco a farcelo entrare perché il corpo non si piega. In una situazione quasi irreale, con intorno una folla di curiosi, decido di infilarlo nel piccolo retino per la testa. Questa volta ci riesco e Gianluca esulta: “Bravo, bravo, l’abbiamo preso, preso, preso!”

E’ fatta.

Mentre ne misuro con la dovuta cautela le dimensioni (94 centimetri), gli altri pescatori mi guardano con un misto di ammirazione e invidia, cosa che mi fa altamente godere.

Intanto, osservato da uno stuolo di gente stupita, mi sale dentro la sensazione di essere un maestro, assaporando quelle sensazioni di libertà e potere che sempre sono andato cercando nel corso della mia vita.

La giornata di pesca

La giornata di pesca, conclusasi con la cattura di quell’enorme luccio, è il ricordo che più mi è rimasto impresso dell’estate trascorsa. Non so, però, se Gianluca rientrerà nella mia vita, dopo il lungo periodo in cui non ci siamo sentiti, un po’ perché spesso le amicizie d’infanzia si perdono, un po’ perché lui si vergognava di sua madre, e in generale per tutta la situazione che si era venuta a creare tra di noi

Vedere Emma qualche volta di nascosto ad Arenzano, ha alimentato in me un piacevole senso di trasgressione. Ma, in quelle visite fugaci, non potevamo stare insieme il tempo che avrei voluto e, perciò, mi sono sentito insoddisfatto.

La cosa più bella che mi è rimasta sono le passeggiate mano nella mano di fine agosto. Il mare è grosso e con molti becchi bianchi. S’infrange sugli scogli nel vento forte e noi stiamo fermi a coprirci di aromi salmastri.

Allora io le accarezzo i capelli resi più biondi che mai dal sole e dai bagni fatti e la bacio dolcemente sulle gote abbronzantissime, aspirando nel contempo il suo odore tanto familiare e il profumo di mare. Spesso, sentendo il sale nelle nostre bocche ci guardiamo divertiti e complici, ridendo sommessamente e scambiandoci parole tenere, da veri innamorati.

Ma Emma ha poco tempo: deve sempre inventarsi qualche scusa per poter uscire con me e sua madre la marca stretta. Io spesso torno da Arenzano con un profondo senso d’insoddisfazione e di vuoto: vorrei stare di più con Emma, andare a mangiare in qualche bel ristorantino, uscire con lei alla sera, portarla al cinema e tutte le cose che si fanno normalmente. Poi spesso fantastico di andare in spiaggia con lei di notte, spogliarci nudi e andare a fare l’amore sul bagnasciuga, con la stessa passione e lo stesso coinvolgimento che avevamo sperimentato al lago e anche in seguito.

Ma tutto questo non è possibile. Non posso, però, fare a meno di andarla a trovare: Emma è tutta la mia vita.

A inizio settembre mi rendo conto di quanto sia tremendamente solo. Emma è ancora al mare, Gianluca non mi ha mai chiamato e, a parte loro e le mie sorelle non vedo con chi potrei mettermi a parlare. Allora decido: andrò di nuovo al bar, almeno per vedere chi c’è.

Arrivo con un bofonchiante ronzio dalla mia Vespa elaborata, parcheggio sul ciglio della strada e noto subito come ci sia gente nuova, tantissimi paninari che non ho mai visto.

Intravedo la sagoma di Gigi, seduto ad un tavolo in disparte, e decido di avvicinarmi. Mi metto di fronte a lui e mi vede. Mi guarda con stupore. Poi una fiammata del suo orgoglio testardo lascia spazio nel suo sguardo ad un profondo senso di colpa.

Ciao Gigi, come va? E’ passato tanto tempo, eh?”

Sì, Giulio. Tu stai bene adesso? So che ti sei fatto tanto male in quell’incidente…”
”Forse mi dovresti dire qualcosa, così la finiamo lì.”

Hai ragione Giulio: Sai, per me è difficile, per come sono fatto. Ti chiedo…non ci riesco, non ci riesco Giulio.”

Riprovaci.”

Ti chiedo …scusa, sì scusa per quella cretinata che ti ho fatto fare e per tutto quello che ne è conseguito…”

Hai visto che ci sei riuscito?”

Sì, davvero. Sapevo che il mio Zundapp era più veloce del tuo SST ma non avrei mai immagino che ti prendessi tutti quei rischi. Vedevo che ti avvicinavi e non sapevo come stessi facendo. Poi ho capito…sono stato proprio uno stupido…”

Adesso basta, Gigi. La pace è fatta. Dimmi piuttosto cosa state facendo.”

Non molto. Qualche festa, qualche rissa, a volte andiamo a veder giocare il Milan. Torni con noi?”

Non adesso, Gigi. Ma passerò, qualche volta passerò…”

All’inizio dell’anno scolastico mi mettono in terza C e non nella H, la sezione di Emma. Siamo entrambi dispiaciuti ma ce ne facciamo comunque una ragione, dicendoci che non avrei potuto scegliere io e le probabilità di essere messi insieme erano comunque esigue.

Il mio massimo divertimento, per i primi mesi, è farmi vedere continuamente in terza D e sfottere i professori dicendo frasi tipo: “Buongiorno, chi si rivede! Io sono in terza C. Tanti saluti, eh!”, oppure “Mi raccomando, i suoi alunni devono essere ben preparati per la maturità, la faccio anch’io e voglio vedere se prenderanno più di me!”

Poi anche questo divertimento passa e viene il freddo dei mesi invernali. Anche io e Emma ci vediamo meno, presi come siamo dai nostri studi e dall’ansia di dover affrontare a fine anno gli esami. Molti ancora non ci pensano, ma in me è già palpabile il desiderio di rivalsa nei confronti dei vecchi professori. E’ anche una gara con me stesso: voglio far vedere finalmente a tutti che sono cambiato.

Poi succede una cosa che avrà una certa influenza sulla mia vita, uno di quei giochi del destino di cui non si immaginano le infinite possibilità di sviluppo.

E’ una gelida mattina di fine febbraio. Ho molto freddo perché indosso solo il Levi’s e, anche con una camicia di stoffa a quadri di quelle pesanti e uno spesso maglione, il vento è comunque sferzante. Vedo Paco arrivare a scuola sul suo Laverda e non m’immagino cosa succederà quel giorno.

La mattina trascorre velocemente tra una lezione e l’altra, poi c’è il suono liberatorio dell’ultima campanella, quella dell’una meno un quarto.

Faccio per partire verso casa, con Emma sul sellino, quando vedo Paco chiuso in un angolo verso il muro che sta dalla parte opposta della scuola. Sta discutendo con uno spilungone coi capelli sporchi, una persona che non ho mai visto.

Allora dico ad Emma di aspettarmi perché voglio andare a vedere.

Arrivo lì vicino e il tipo mi dice, chiamandomi come già da piccolo mi ero sentito dire: “Di cosa t’impicci, bamboccio?”

Io faccio per avvicinarmi, lo voglio riempire di botte.

A quel punto lui mi mostra, voltandosi, un grosso coltello a serramanico. Sento che quel gesto ha calamitato l’attenzione di un bel po’ di gente: molti ci osservano allibiti. Sento anche lo sguardo ansioso di Emma sul mio corpo in pericolo.

E’ un drogato, probabilmente.

Mi faccio coraggio, con l’arma puntata addosso e gli chiedo: “Cosa cavolo vuoi?”

Ha gli occhi allucinati e non sa bene cosa dire. Oscilla puntando il coltello verso me e Paco che, come me, non è terrorizzato ma pensa al da farsi. Risponde: “Adesso mi date le Timberland, il Monclair e tu mi dai anche il Levi’s.”

Io cerco di tergiversare, fingendomi spaventato a morte.

Ma non ci puoi lasciare mezzi nudi, con questo freddo. Ti prego…”

Paco fa per togliersi il Monclair per distrarlo stando alla mia destra. Vedo che il coltello gli trema tra le mani e mi sembra che non abbia la presa sicura.

Allora raccolgo tutto il mio coraggio e improvvisamente gli do’ un calcio più forte che posso al polso. Il coltello cade con un rumore sordo per terra e Paco subito lo raccoglie.

Vorremmo semplicemente picchiarlo, disinteressandoci dell’arma, che noi detestiamo, quando sentiamo arrivare la polizia.

Ci pensano loro a colpirlo con dei violenti ceffoni che gli fanno sanguinare tutte le labbra mentre lui si lamenta, prega di lasciarlo stare e spergiura che non lo farà più.

Mentre lo portano via noto intorno a me una moltitudine di sguardi ammirati. Tutti mi hanno visto.

Adesso sono un eroe.

Provvedo la fare patente B

Provvedo a fare la patente B, sperando che mia mamma si accorga dell’ottimo rendimento scolastico e confidando che il momento di avere una macchina mia non tarderà ad arrivare. Mia mamma infatti dice sempre: “Le moto sono troppo pericolose: ti sei già fatto male una volta, speriamo non succeda di nuovo.”

Puntualmente, dopo pochissimo tempo che ho la patente, il momento, tanto atteso da tutta la mia vita, arriva.

Una sera d’inizio marzo mia madre mi dice: “Giulio, ti posso fare un regalo?”

Certo, mamma. Cos’è?”

Che macchina vorresti?”

Ma mamma, dici sul serio?”

Sì, ho deciso che la Vespa è troppo pericolosa.”

Allora me la regaleresti una Golf cabrio?”

Sei tanto bravo a scuola Giulio. Va bene, dai, te la prendo.”

A sentire quelle parole mi si illumina di gioia il cuore e incomincio a riempirla tutta di baci finché non le chiedo a bassa voce: “Me la sono meritata, eh?”

Sì amore, sei proprio cambiato.”

Per fortuna mia mamma non è venuta a sapere di quell’ episodio avvenuto a scuola, altrimenti la macchina me la sarei sognata.

Gli amici del bar invece sì e tutti mi hanno fatto grandi congratulazioni e complimenti su complimenti, anche quelli che non conosco.

Un giorno di fine marzo vado al bar, che ho ripreso un po’ a frequentare, e vedo un ragazza stupenda: non è tanto alta ma ha tratti somatici meravigliosi, una folta e curata capigliatura scura e occhini neri e dolcissimi. Sembra sudamericana.

Arriva Paco e noto che si avvicina alla ragazza. Non la conosco nemmeno e sono tanto innamorato di Emma ma già a vedere quella ragazza magnetica con un altro provo una strana sensazione di delusione.

Paco viene verso di me con lei e, quand’è vicino, le dice: “Ecco, questo è Giulio”

Piacere, sono Consuelo, la sorella di Paco. Allora, sei tu l’eroe?”

Io rimango di stucco e, mentre Paco ci lascia, osservo questa meravigliosa creatura che subito mi dice. “Ci sediamo un attimo, così mi racconti qualcosa di te?”

Perché no?”

Prendiamo un tavolino lontano da tutti gli altri paninari, che però mi guardano insistentemente. Alcuni conoscono Emma ed ho paura che le raccontino qualcosa, poi mi dico che non sto facendo niente di male.

Allora, l’hai fatto per Paco?”

Anche per me. Ma sai, è stato un giochetto da niente.”

Quanti anni hai?”

Diciannove.”

Però, sei un tipo veramente coraggioso. Io ne ho ventuno e faccio il secondo anno di psicologia alla Cattolica ma certamente nessuno di quelli che conosco avrebbe mai avuto il coraggio di fare quello che hai fatto tu. Ti ammiro molto.”

Grazie, Consuelo.”

Sai che abito di fronte a casa tua?”

E come mai non ti ho mai vista?”

Perché prima stavo in Sudamerica, dove ho fatto il liceo in una scuola italiana. Poi ho deciso di trasferirmi a Padova perché, in un viaggio che ho fatto in Italia un po’ di tempo fa, ho conosciuto in ragazzo di lì. Poi, sempre a Padova, mi sono iscritta a psicologia. Intanto quella storia è finita e adesso sono qui.”

Bene, sono contento che tu sia qui.”

E perché?”

Perché sei simpatica e anche carina.”

Anche tu sei simpatico. Vieni a trovarmi qualche volta a casa…”

Quelle parole lasciate in sospeso mi fanno immaginare chissà che cosa e, dopo quell’incontro, penso tanto a Consuelo. Però, mentre fantastico di avere un’avventura con quella splendida sudamericana, penso tanto anche ad Emma. Mi dico che non la posso tradire così stupidamente, che avrei dei rimorsi enormi e magari finirei anche col dirglielo, rovinando tutta la nostra storia.

Ma Consuelo ha quel sapore di esotico che fa salire il sangue alla testa: lei è tutto quello che un uomo si può aspettare da una donna, almeno nell’apparenza: è bellissima, simpatica, intrigante e con una carica sexy fuori dal comune. Sembra parlare col corpo, con ogni gesto e devo ammettere che ho veramente fatto fatica a seguire il suo discorso tanto la guardavo in ogni minimo particolare.

Non so, non so cosa fare…

Penso tanto a Consuelo, tanto che poi succede l’inevitabile.

Emma va a fare un week-end ad Arenzano e io prendo la decisione che, per una volta, voglio avere un’avventura.

Esco di casa alla sera tardi e attraverso la strada. Citofono a Consuelo e lei istantaneamente mi apre. Poi salgo e la trovo già in vestaglia. Mi invita a sedermi, con un sorriso radioso, e incomincia a offrirmi vino in continuazione. Intanto parliamo.

Sai, spesso facciamo gare clandestine in moto. Una volta stavo vincendo ma poi sono caduto e mi sono sfasciato le gambe. Ma faccio ancora un sacco di gare, non ho paura e vinco sempre…”, dico mentendo.

Queste cose le fa anche Paco?”

No, lui è tranquillo.”

E tu, invece? Sei tranquillo? Non fai mai niente fuori posto?…”

Io, io sono capace di tutto.”

E di cosa sei capace?”

Sono bravo in tutto…”

Lei mi guarda con uno sguardo che non riesco a definire ma io, ebbro di alcool, senza pensare a Paco, mi avvicino e la bacio sulla bocca.

Cosa fai, sei impazzito?”

Ma io… credevo che tu…”

Vattene via!”

Non sono abituato ad essere rifiutato e lì per lì non riesco a capire di aver miseramente frainteso le intenzioni di Consuelo. Rimango attonito, come se quella confidenza che c’era tra noi si fosse dissolta in un’asola infinitesima di tempo che sancisce il nostro definitivo distacco.

Mi sento tanto in colpa verso Paco, ma soprattutto mi sento un verme nei confronti di Emma e ho tanta voglia di vederla, di stringerla tra le mie braccia e dimenticare quello che è successo con Consuelo.

Allora corro giù per le scale, riattraverso la strada e vedo la mia Golf cabrio parcheggiata lì di fianco.

Prendo una decisione: parto per Arenzano.

EPILOGO

Vedo una luce.

Sento una voce forte che mi chiama.

Tutte le immagini che hanno impressionato la mia memoria stanno lentamente dissolvendosi. E’ stato come aprire porte chiuse ed entrare in stanze segrete, che mi hanno accolto gentili ed hanno permesso al mio cervello stanco di percepire quel brivido di libertà che ha regolato tutta la mia vita.

Poi penso ad Emma ed è per me come vedere acqua che sgorga da una fonte di dolcezza. Sento l’amore che provo per lei e lo stomaco sottosopra.

Allora, in questo momento in cui mi sento trasportare lontano, mi viene in mente una poesia di Emanuela che avevo imparato a memoria con la speranza di far colpo su di lei.

Te la recito adesso, dentro di me, amore mio:

L’ ARCOBALENO

Annego nell’ inchiostro

la seta che avvolge

il mio sonno

tra voli notturni

di pipistrelli e schiamazzi

mattutini delle lavandaie.

In un’ aria di vetro

cerco di dirigere

il traffico delle mie passioni

e, lasciandomi lambire

dalla brezza amica,

mi riposo all’ ombra

della grande quercia

ascoltando canzoni di ieri.

Il tempo, intanto, immemore

delle mie sofferenze,

ambisce solo a spargere

la mia cenere dolce

nell’ armonia dello spazio remoto

dove le stelle per noi son morte

e non c’è un arcobaleno

che, dopo le vicende della vita,

si stagli nel cielo turchino e muti

la nostra essenza

dall’ ombra alla luce.

Allora sento Dio che mi parla: “Figlio mio, ti ho salvato la vita nell’incidente in moto, ti ho sempre protetto e ti ho regalato una mamma affettuosa e due sorelle alle quali non hai voluto abbastanza bene. Tu hai fatto quasi esclusivamente bravate per sentirti importante. Te la sei meritata la vita che ti ho concesso? Adesso scegli tu. Questo è il dono più grande che mi resta da farti…”

Ascolto queste semplici parole e mi sento infinitamente piccolo.

Quel brivido di libertà che mi animava è adesso solo un brivido di paura.

Intanto sento di entrare sempre più in una spirale senza ritorno e vorrei abbandonarmi a quello che mi attende.

Forse, però, dovrei tornare indietro, almeno per la mia famiglia.

Ma voglio essere uomo almeno una volta.

Voglio decidere con coscienza, smettendo di dare agli altri la colpa di tutto.

Scusa Laura, scusa Manu, scusa Paco, scusami di tutto. Scusa tanto, mamma. Perdonami Emma, amore mio.

Adesso mi voglio addormentare come un albero che si sta seccando e vede morire i suoi frutti. Voglio essere dimenticato come una cosa qualsiasi, lasciata per caso in qualche angolo del mondo.

E forse, per quel che ho fatto sinora, è meglio così…

poi, mentre sto viaggiando verso il nulla e scorgo una scalinata di luce brillante da salire, avverto stranamente il viso imperlato di lacrime. Ma io, ormai, è dall’incidente che non sento più nulla. E poi non è possibile che stia piangendo: sono contento di correre lontano.

Allora sento un profumo familiare e d’incanto capisco: Emma è lì di fianco a me, non so proprio da quanto tempo.

Forse i ricordi sono durati un lampo, forse anni: non lo saprò mai, mi dico. Forse se tornassi indietro lo potrei scoprire ma ho anche paura di sapere.

Ma ci devo riuscire: lo devo fare per il mio amore di sempre, la mia oasi di quiete nelle vicende turbinose della mia vita.

Allora cerco con tutte le mie forze di aprire un occhio, per vederla almeno un’ultima volta. Ci riesco, con uno sforzo sovrumano, e incontro il suo sguardo d’improvviso felice.

Lei, come al solito, non dice niente. Si limita a fissarmi incredula con gli occhi umidi. Il suo viso, rosso dall’emozione, non è affatto cambiato e, perciò, suppongo che il mio sonno sia durato solo degli istanti.

Penso che non devo lasciarmi andare, devo tornare indietro per lei.

E d’improvviso quella che stava per diventare la notte della mia vita diventa giorno.

Poi, come per un prodigio divino, le nostre mani si avvicinano, si cercano ed infine si toccano, per la durata di una carezza infinita.