Recensione a I sottili pensieri di canto di Marco Galvagni, CTL Editore 2019, Raffaele Urraro.

MARCO GALVAGNI

I sottili pensieri di canto

Poesie

Divagazioni di Raffaele Urraro

Valeria Bianchi Mian afferma giustamente nell’incipit della sua prefazione che “Se non è facile scrivere storie d’amore, ancor più complesso è tessere i sentimenti in versi per cantare la poetica del desiderio”. Certo. Questa affermazione è valida in generale per tutti coloro che producono versi. Ma non lo è per Marco Galvagni la cui poesia nasce da una fonte zampillante a versamento costante. Perché Marco è un poeta che non sa essere che un poeta. Voglio dire che la sua propensione alla scrittura poetica è come un fatto naturale che nasce da una versificazione a germinazione spontanea. A me ha sempre dato, e mi dà anche oggi con la lettura di questi versi, l’impressione che la sua scrittura nasca come acqua sorgiva che vien fuori naturalmente. E sorgiva mi permetto di definire anche la sua parola, il suo linguaggio poetico: sempre fresco, prodotto di uno stato necessitato, di una fantasia ribollente, sì, ma sempre tenuta “miracolosamente” sotto stretto controllo. Si tratta di quella fenomenologia dell’immaginazione che è una facoltà tipica del poeta, ma che se lasciata libera di scorrazzare nei territori della poesia, può anche causare danni incalcolabili. Perciò ha ragione Baudelaire: è necessario che il poeta tenga tra le redini l’immaginazione per portarla dove egli vuole e non dove essa pretenderebbe di gettarlo. A Marco riesce facilmente l’operazione poetica – sincronismo davvero prodigioso – fatta di spontaneità creazionale e rigido controllo della forma espressiva, il che avviene soltanto ai poeti di razza.

In questa silloge i “sottili pensieri di canto” trovano “naturalmente” la loro strada per inverarsi in versi di squisita fattura, di eleganza quasi sfrontata, che ti trasportano di qua e di là, spesso “sulle ali del vento”, nei percorsi misteriosi delle stelle. Letti tutti insieme ti danno l’impressione di un poetico romanzo d’amore nel quale i sogni fanno a gara dialetticamente con la realtà, i significanti ti indicano la strada per giungere – ancora una volta – “naturalmente” ai significati, le parole s’inchinano alle parole convenienti. E sì, ancora Baudelaire: in poesia les mots font l’amour, ed io conosco pochi, ma veramente pochi, poeti moderni nei quali le parole fanno l’amore perché si sposano tra loro proiettate verso un sogno che si chiama “felicità” e che è soltanto il sogno della poesia.

Tanto più che l’amore di cui parla Marco sembra essere sfuggente, inafferrabile ed evasivo, amore che si realizza soltanto nell’idea di amore trasformato meravigliosamente in parole e le parole in versi: vuoi vedere che il vero unico amore è proprio quello che si realizza soltanto nell’immaginario o nel tentativo o nello sforzo di porre un argine all’immaginario per farlo diventare realtà. Che ne dice Marco? O forse la leopardiana “finzione nel pensiero” («io nel pensier mi fingo») costituisce davvero, anche per Marco, l’unica possibilità del piacere infinito e quindi dell’amore?