Nota critica di Cristina Raddavero a Dieci dolcezze, Puntoacapo Editrice.

Dieci Dolcezze di Marco Galvagni si apre con una lirica in memoria del padre. Questo è il punto di partenza di un percorso di parole che rendono grazie, pronte a incidere sui versi che seguono, dunque lasciare l’impronta di un’appartenenza che lungi dal configurarsi banale e scontata, garantisce, dall’inizio alla fine, la dolcezza di questo comporre. E non è un’operazione facile, piuttosto poggia sul percepirsi frammento di una storia più ampia, dal respiro profondo che ritorna in nome di un sentire comune. Un passaggio del testimone con le rivisitazioni dovute giacché la tematica universale e senza tempo dell’Amore, non conosce altra dimensione che quella dei secoli per valicarli, nell’oltre di un atto che si ripete uguale, ma diverso. Quello di Marco Galvagni è soffio di qualcosa di immenso ove per traslato, il padre si fa pluralità di voci che hanno abitato millenni di poesia. Dove? Nella corporeità mai disgiunta all’intimità dell’anima. E diventa un proelium destinato a buttare in campo tutte le energie possibili per toglierle come ogni cosa che abbia a che vedere con l’essenza dell’uomo. Le liriche di Galvagni trasudano le due modalità di approccio alla lirica amorosa che dai poeti greci, ai latini, ai medievali passano nelle trame dell’umanesimo e giù giù in progressione per arrivare all’innesto di una con-temporaneità che la vorrebbe svilita, appiattita e uniformata all’hic et nunc del post-moderno per creare scenari ad effetto della durata di un battito di ciglia. Siamo lontani da questa intenzione, lontani da una fruizione destinata a creare un piacere estemporaneo in corso di lettura, piuttosto a riscoprire ad ogni verso l’umanità bisognosa di un sentimento fin troppo duttile e che soltanto nei rimandi di Galvagni riesce a porsi come un punto fermo, uno scoglio in mezzo all’oceano nella vastità di Amore, per sua natura fuggevole, come il mercurio, a qualsiasi ratto. Quando si riesce a trattenerlo sia pur per poco, ne escono liriche di un cromatismo squisitamente botticcelliano, a partire dall’utilizzo di lemmi assai cari al poeta: luce, rosa, conchiglie, aurora, sottobosco, dea ma sono solo pochi esempi di un repertorio amplissimo che fino alla fine del percorso lascia tra le dita e dentro agli occhi immagini vivide, plastiche, come a trovarsi dentro ad una galleria d’arte. E allora, si leva timidamente, con garbo, il velo all’amata, l’organza che copre le nudità immaginate, ancor più quelle dell’anima per il fatto che Dieci Dolcezze è scrigno di scorci visivi immacolati nella loro tangenza all’impurità più soave che sia mai stata cantata dai poeti. Che si tratti di sogni, immaginazioni, fantasie, estasi, proiezioni di luce, Dieci Dolcezze varca con leggiadria la soglia segreta degli animi che oggi, come ieri, avvertono la necessità di avere a che fare con un sentimento inevitabilmente percepito come IL sentimento. A Marco Galvagni la sfida di averne scritto, al lettore di accettarla e proseguire nell’impossibile, quanto mai fascinosa quadratura del cerchio.

Cristina Raddavero

13 gennaio 2020