Nel labirinto, Montedit, 2001

Nel labirinto

L’mmagine del labirinto è antica e potente. Forse tra le più antiche e potenti che l’uomo abbia prodotto. Dai miti della classicità, Dedalo in testa, e poi su su fino a noi ha percorso la storia dell’umanità senza mai svelare appieno tutta la sua potenza, tanto da restare ancora adesso viva e feconda, riccamente portatrice di senso nonostante le molteplici letture che ne sono state date. Si tratta, in realtà, di un’idea inesauribile, cui si può attingere a piene mani senza mai arrivare a svuotarla completamente, a renderla arida e infeconda. Il suo segreto è celato in se stessa: in quelle spire che si avvolgono all’infinito, in quei percorsi misteriosi che conducono in molti luoghi e in nessuno, in quella ciclicità che non tradisce ma non è fedele a nessuno perché può esserlo solo a se stessa.
Tutti siamo nel labirinto. Questa è la profonda consapevolezza che ci attira verso quest’immagine, ci affascina e inorridisce al tempo stesso. Tutti siamo nel labirinto e vaghiamo senza posa, alzando ogni tanto lo sguardo per carpire dalle rotte misteriose degli uccelli o delle stelle l’indicazione sulla direzione da seguire. Il labirinto è la vita, è l’anima dell’uomo, è il succedersi infaticabile ed estenuante dei giorni. Il labirinto è il nostro suggello, la nostra croce, la nostra unica pozione di vita e morte insieme. Il labirinto non ha senso se non lo si guarda dall’alto, ma guardarlo dall’alto è impossibile perché ci siamo dentro. È un gioco pericoloso, l’unico che ci ha dato giocare, e le regole non possiamo darle che noi. Ma solo alla fine sapremo se abbiamo giocato bene e se le regole erano valide. Per questo il labirinto è la libertà e la prigione, ossimoro di tutti gli ossimori.
Per questo richiamare l’idea del labirinto in capo a una silloge è atto di coraggio e di consapevolezza: significa richiamare immediatamente l’attenzione sulla profonda serietà del fare poesia. Non si aspetti il lettore versi ameni, svagati, consolatori. No, l’autore ha in mente qualcosa di ben diverso. Una poesia scabra e lucida, intensamente proiettata verso il dentro, centripeta rispetto a ciò che fonda l’animo umano e lo fa intensamente soffrire e talvolta gioire. L’evento contingente viene solo sfiorato, è il dato di partenza per una riflessione che si svolge su categorie universali ed eterne: la caducità delle cose, il tempo che finisce, la memoria, la ricerca di un senso. Senso che viene trovato, forse, solo alla fine della silloge, nella lirica che significativamente dà il titolo alla raccolta: “se un giorno tu, fratello, / allungherai la mano / verso la mia…” Ecco, forse, un possibile significato: in quell’allungare la mano c’è tutta l’attesa, tutto il desiderio, tutta la convinzione che solo così è possibile vincere l’assurda geometria del labirinto, del “vile intreccio ebbro”. Non si tratta, si badi, di un’acquisizione facile e scontata, di un sommario “volemese ben” buttato lì perché non fa mai male. La dice lunga la stessa sistemazione della lirica: al termine della raccolta, quindi al termine di un percorso, ultimo approdo di un viaggio lungo e accidentato partito, non a caso, con la dolente visione delle foglie d’autunno che dopo un ultimo vorticoso giro di danza “ripiombano nell’eterno silenzio / calpestate e dimenticate da tutti”. E poi ancora notti silenziose appena attraversate dai bagliori dell’attimo, promesse di felicità tradite dal tempo e dagli uomini, volti ormai sbiaditi che rammentano parole corse via col vento… E in tutto questo dolente sapere e ricordare ecco, d’un tratto, l’esplosione della primavera e con essa il risorgere della vita e della speranza. In fondo, è impossibile non sentire il richiamo di una natura che è e sempre sarà, a dispetto di un uomo che dimentica ciò che è; e proprio per non dimenticare ecco subito dopo il richiamo alla terra e alle radici, allo scavo interiore come unica possibilità di sentirsi vivi; e ancora l’immagine del bimbo, nuovo e antico per sempre, che canta le “meraviglie del mondo”, riempie di luce un orizzonte fino a quel momento buio. Vivere è terribilmente complicato, certo, ma alla fine anche semplice, e le cose che contano davvero non sono più di due o tre. La corsa di un bimbo sulla spiaggia, allungare la mano verso l’altro non per vincere il “vile intreccio ebbro” ma per sentirsi meno soli e non perdere la capacità di sognare. Poco altro ci è dato: e Galvagni ce lo ricorda con versi semplici fatti di parole precise, scelte e trovate con cura, e affidate alla mente al cuore di un lettore che non potrà non portarle con sé, dentro e fuori il labirinto.

Olivia Trioschi

Autunno umano

Calano placide le tenebre
sulla città avvolta nel gelo
dell’autunno.
Alberi in letargo rantolano
con le residue forze
in cerca di linfa vitale.
Le foglie,
ormai precipitate verso la morte,
giacciono ammucchiate in disordine
e nulla più hanno cui anelare.
Al rinforzar della perenne brezza,
hanno un guizzo di vita
e danzano volteggiando per l’aere
loro naturale,
tentando invano il recupero verso la vita.
Poi,
svanita la folle illusione,
che aveva attirato inconsapevoli passanti,
ripiombano nell’eterno silenzio,
calpestate e dimenticate da tutti.

Poesia segnalata  nel Premio  Internazionale
Mosè Bianchi, Milano 1982

 

 

Non conosco la mano

Non conosco la mano
che opera
nella sintonia delle galassie.
Di questi frammenti d’immenso
mi rimangono,però, fili
che,intrecciati, disegnano
sovrumane armonie.
Allora so che esisti
ed il Tuo influsso
mi si palesa persino
nel silenzio
di questa placida notte.
Ti vedo poi nel dispiegarsi
di alcune umane vicende
dove trovano sollievo
poveri ammalati
nell’invocare
la tua mano amica.
Non sono capace, purtroppo,
di chiedere il Tuo aiuto.
Qualcosa, però, posso dire a Te:
sono stanco ed ho paura;
stammi vicino, Ti prego…

Poesia 3^ classificata nel Premio
Nazionale di Poesia religiosa San
Sabino Torreglia (PD) 2001

La stessa poesia col medesimo titolo
ma con un completamento finale è
risultata 1^ classificata nel Vernato
Arte (Biella) 2001 con un premio di
2.000.000 di lire.

VIA MARIO PAGANO
Quando il tramonto muore
e cala lenta la notte
si spengono i muri della città
e si riempiono lente le strade
che amo e conosco da tempi lontani.
S’ animano i marciapiedi di volti conosciuti,
tante piccole maschere inconfondibili
nei loro movimenti, sembianze, cadenze
e prende vita la notte in un tourbillon
di musica, macchine e palloni
illuminato dalla luce fredda e tenue
di una fila di vecchi lampioni.
Nella via dove sono cresciuto
la gente vive d’illusioni
cantando storie di vecchie canzoni
ridendo delle proprie bugie
vivendo per l’oggi senza la certezza
di vedere la luce del domani.
Nella via che m’ha visto bambino
ogni notte ha il sapore di festa
ma sotto le maschere soffre la gente
come i vecchi clown che raccontano storie
tenendo una lama stretta nel cuore.
Così scorre la notte nella mia via
guardata da case ingiallite
da un’ aria di cenere
dove tra sogno e realtà
passano i volti, le storie, gli anni
in quell’aria terribile e fantastica
che, come in una commedia subdola,
consuma le vite in giochi proibiti.

1° classificata Premio di Poesia Age Bassi Città di Castiraga Vidardo (LO) 2000.

A Lilli

Non sono più i giorni della speranza
in cui, fratelli uniti nella notte,
scambiavamo un sorriso amico
tenendoci la mano in un mondo di paure:
s’è sciolto, come neve all’ultimo sole,
nell’ebbrezza dell’incantesimo
che abbiamo coltivato,
quel meraviglioso nodo d’affetto
che insieme c’aveva fatto gioire, soffrire, vivere;
s’è sciolto, volato via senza un perché,
nel lento incedere di giorni tristi
passati inutili fra quattro mura
a navigare in balia d’un mare infinito.

Ora che mi sento di nuovo vivo
vorrei poterti prendere per mano
e vivere ancora una volta, insieme a te,
il sogno d’una vita nuova
dove l’illusione non distrugga la speranza
ed il nostro cuore batta in un mondo vivo,
liberato dalle catene artificiali
che c’hanno resi prigionieri.
E poi, illuminarmi della luce dei tuoi occhi,
sentire la gioia del tuo sorriso,
vedere la luce dei tuoi capelli corvini
fluttuare nel vento,
ascoltarti mentre viaggi tra i ricordi
ed unire di nuovo
la nostra voglia di combattere
per un futuro dal sapore di libertà.

La casa antica

Là, presso la casa antica,
s’ergono maestosi i pini,
s’affossano le stagioni
del tempo che scorre tra le dita.

S’inerpicano le ortiche
in un angolo vecchio di lago:
sciamano confusi i ricordi
come una chitarra che non ha accordi…

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